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Parco Chimera

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— Era un Erithacus Rubecula — disse una voce alle sue spalle, costringendolo a un sobbalzo. — Oh, mi scusi — riprese l'omino al quale apparteneva la voce. — Non intendevo spaventarla, mi scusi ancora.— No, non importa... si figuri — farfugliò lui. — Solo che dopo un po’ si fa l'abitudine a stare soli, allora...L'omino, decisamente basso, con grossi occhiali e una chioma candida, eliminò la distanza che li separava. — Piacere — disse allungando la mano. — Giuseppe Corvini.Impacciato, Alex tese la sua. — Alessandro Macchi.— Passeggiamo, le va?— Be’... certo — rispose seccato.Fecero parecchia strada insieme, l'uno rigorosamente accanto all'altro, in una sorta di formazione prestabilita. Corvini appariva eccitato a ogni nuovo incontro, sia con animali che con piante di vario tipo. Alex intuì un grande amore nel suo sguardo, una profonda passione per tutto quel che lo circondava, mai stemperata e sempre viva. Condivideva quell'atteggiamento e, forse anche per questo, il suo disappunto iniziale per quella compagnia non voluta si dileguò subito. A un certo punto prese il coraggio a piene mani e ruppe il silenzio.

— Come faceva signor Corvini a conoscere il nome di quell'uccello?

— Le interessa davvero saperlo?

— Sì… Cioè, curiosità…

Corvini sorrise. — Prima di tutto d'ora in poi mi chiami Beppe e diamoci del tu, odio i formalismi inutili. Per quanto riguarda la tua domanda Alessandro..

— Alex.

— Alex. Sono soltanto un appassionato di ciò che sta intorno a noi. Mi piace semplicemente sapere cosa sto guardando, tutto qui. Invece il turista classico fa soltanto delle foto senza sapere cosa sta inquadrando nell'obiettivo. Definiscimi pure un romantico all'antica, ma le foto non riusciranno mai a catturare la bellezza di ciò che vedo, quella vera. Io tengo tutto qui. — Si indicò il cuore con dei colpettini.

— Vuoi farmi credere che conosci ogni cosa di questo posto? — ironizzò Alex.

— Affatto. Che presunzione sarebbe — rispose Corvini. — Qualcosina, ricordi scolastici, frammenti di qualche vecchio libro e nulla più. Il nome di tutto ciò è stato seppellito dalla storia e forse, chissà, dimenticato anche dal tempo.

— Ma quell'uccello... — insisté  Alex non convinto.

— Ah, l'Erithacus. Non è difficile riconoscerlo per chi l'ha già visto. Hai notato il colore del ventre?

— Sì.

— Bè, era comunemente riconosciuto con il nome di Pettirosso. In questo Parco però ce ne sono pochi — sospirò Corvini.

Continuarono a passeggiare così, in silenzio, seguendo ognuno i propri pensieri. L'occasionale accompagnatore di Alex ogni tanto deviava dal loro invisibile percorso per avvicinarsi a fiori o piante, esaminandoli con cura.

— Là, vedi? — eruppe in quel momento. — C'è un gruppetto di Convalaria Majalis.

— Cosa?

— Oh, perdona questi sfoghi di falsa erudizione. Alle volte non riesco a trattenermi dal ripetere nomi. È una specie di prova della memoria per me, sai, a una certa età.

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Autore: Alberto Cola - Delos Science Fiction 126 - Data: 4 luglio 2010

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