Pur non sentendocela di ascrivere Paz! - come dice il suo regista - al genere fantascientifico, si può tranquillamente riconoscere a questa pellicola un background surreale che - di diritto - la colloca nel genere fantastico. Già, perché il filtro delle opere di Andrea Pazienza, fumettista di culto morto nel 1988 all'età di trentadue anni, impedisce di fare di Paz! un affresco storico circostanziato della Bologna del 1977. Sebbene il regista De Maria (con uno stile e un montaggio interessanti, esaltati da un utilizzo intelligente del digitale) inserisca nel tessuto narrativo tutti i grandi temi politici e sociali di quegli anni, a dominare la scena sono proprio tre eroi nati dalla matita di Pazienza, che divenuti reali incarnano ansie, angosce, passioni e vizi dell'opera del loro defunto padre. L'arte di Pazienza contaminandosi con il cinema e il cinema diventando fumetto offrono agli occhi dello spettatore un'opera piacevolmente insolita, sexy ed intrigante. Ma anche se l'amore libero, la discoteca, le canne, le facoltà occupate, la voglia di collettivismo politico possono aprire il cuore del pubblico, questo viene lasciato abbastanza freddo da un ibrido pericoloso. Chi non conosceva Pazienza non sarà invogliato, forse, a leggerlo, mentre chi lo conosceva potrà restare deluso da un'opera abbastanza fine a se stessa, in cui passione politica, critica caustica della società e rabbia giovanile sembrano essere spuntate da una ricostruzione storica corretta, ma al tempo stesso asettica.
Anche se non c'è nessun malinconico "com'eravamo" Paz! pur essendo molto apprezzabile, non manifesta chiaramente il suo senso e il proprio messaggio, mostrando molto, forse, troppo, senza mai diventare emblema o ritratto di niente.










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