"E' più disonesto rapinare oppure fondare una banca?" Recitava qualche anno fa il manifesto pubblicitario di Ormai è fatta film che il regista Enzo Monteleone aveva dedicato alle gesta del bandito gentiluomo Horst Fantazzini interpretato da Stefano Accorsi. Da quello che si vede in The bank, thriller cyber tecnologico australiano in cui si respirano non a caso le stesse atmosfere urbane di Matrix sulla risposta non v'è alcun dubbio. Nell'era della globalizzazione, del No Logo e del consumo critico, questo piccolo film coprodotto da Domenico Procacci e diretto da Robert Connolly rappresenta un'interessante contaminazione tra il cinema dei legal thrillers e le istanze di una società civile sempre più sospettosa e diffidente del potere delle corporations e dei loro guadagni smisurati e virtualmente senza controllo.
In questo senso la storia del matematico che ha trovato il modo per prevedere le crisi finanziarie, oltre ad avere presumibilmente qualche fondamento scientifico è tutta giocata sul dilemma morale di servire una banca senza etica o di rimanere sfaccendati nell'attendere che qualcuno (ma chi?) faccia qualcosa.
The bank è una pellicola molto intrigante e interessante perché sposta il cinema d'intrattenimento su un filone politico globalizzato che ogni spettatore del mondo potrà riconoscere di interesse, indipendentemente dalle sue idee politiche o dalle sue scelte ideologiche. Il consumo critico, da un lato o dall'altro degli schieramenti pro o contro globalizzazione, può rappresentare, infatti, l'unica vera scelta politica di matrice forte del ventunesimo secolo.










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