Ve ne sarete certo accorti. Questo è l’anno del Futurismo. Articoli a tutta pagina sui principali quotidiani, speciali televisivi, performance ribelli in piazze milanesi, il proliferare di mostre, dibattiti e incontri.

E non è certo per caso. In questi giorni capitano, infatti, i cento anni dalla nascita del movimento di Marinetti & C.

Correva l’anno 1909, precisamente il 20 febbraio, e sulla prima pagina di Le Figaro compariva un testo che iniziava così: “Nous voulons chanter l’amour du danger, l’habitude de l’énergie et de la témérité”.

Era il Manifesto del Futurismo, redatto da Filippo Tommaso Marinetti alcuni mesi prima e pubblicato in sordina pochi giorni prima del 20 febbraio sulle pagine della Gazzetta dell’Emilia.

La leggenda vuole che il testo di Marinetti fosse pubblicato sul giornale francese grazie a una liaison fra lo stesso Marinetti e la giovane figlia del proprietario del quotidiano francese. Più prosaicamente pare, invece, che la pubblicazione fosse stata pagata di tasca propria dall’estroso Marinetti.

Aldilà di questi coloriti aspetti di contorno, quel giorno sulle fitte righe del Figaro si tracciò l’inizio di un’avventura che si sarebbe estesa per tutto il novecento e per tutta l’Europa, arrivando dritta sino ai giorni nostri. Osannato e ripudiato con la stessa veemenza, il Futurismo penetrò, strato dopo strato, nel patrimonio culturale (memetico, si potrebbe dire) italiano e l’avventura artistica di Balla, Boccioni, Depero, Prampolini, Paladini e di tanti altri non si esaurì certo con la fine del movimento avvenuta nell’immediato dopoguerra ma, consapevolmente o meno, continuò per tutto il secolo influenzando schiere di giovani artisti e poeti. 

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