Uno degli ultimi romanzi di Ursula Le Guin, <i>Changing Planes</i>, esce dalla Nord col titolo <i>Su altri piani</i>
Uno degli ultimi romanzi di Ursula Le Guin, Changing Planes, esce dalla Nord col titolo Su altri piani

Su cosa s’intende per Speculative Fiction e che differenza c’è con la fantascienza nel 2009 iniziò una polemica tra la scrittrice americana Ursula Le Guin e la sua collega canadese Margaret Atwood; fu più un confronto per la verità, perché le due erano amiche e colleghe che si stimavano reciprocamente.

Tutto ebbe inizio esattamente il 28 agosto del 2009, con una recensione che la Le Guin fece di quello che all’epoca era il nuovo romanzo della Atwood, ovvero L'anno del diluvio (The Year of the Flood). La storia è ambientata nell’anno 25 e in un mondo che grazie all'ingegneria genetica, ha stravolto la Natura. La fede nella scienza è ormai un credo assoluto, integralista, al limite del fanatico. Siamo in una società in cui tutto si vende e tutto si compra, dall’identità al sesso, ma ovviamente c’è un prezzo da pagare. A questo stato delle cose, cercano di sottrarsi gli appartenenti alla setta dei Giardinieri di Dio, una religione dedita alla fusione tra scienza e religione, nonché alla preservazione di tutta la vita vegetale e animale, laddove la normalità è che la genetica crea continuamente esseri geneticamente modificati, che mescolano DNA umano e animale.

La Le Guin, a proposito del romanzo della scrittrice canadese, scrisse:

A mio avviso, Il racconto dell'ancella, Oryx e Crake e ora L'anno del diluvio esemplificano tutti una delle caratteristiche della fantascienza, ovvero estrapolare con fantasia dalle tendenze e dagli eventi attuali un futuro prossimo che è per metà previsione e per metà satira. Ma Margaret Atwood non vuole che nessuno dei suoi libri venga definito fantascienza. Nella sua recente, brillante raccolta di saggi, Moving Targets, afferma che tutto ciò che accade nei suoi romanzi è possibile e potrebbe persino essere già accaduto, quindi non possono essere fantascienza, che è «narrativa in cui accadono cose che oggi non sono possibili». Questa definizione arbitrariamente restrittiva sembra concepita per proteggere i suoi romanzi dall'essere relegati a un genere ancora evitato da lettori, recensori e premiati ottusi. Non vuole che i bigotti letterari la spingano nel ghetto letterario.

L’autrice di I reietti dell’altro pianeta chiarisce ulteriormente il suo pensiero, quando poco dopo afferma:

Una delle caratteristiche che dovrebbero distinguere la narrativa «popolare» da quella «letteraria» è la natura dei personaggi che la mettono in scena. In un romanzo realistico ci aspettiamo di trovare personalità individuali di una certa complessità; in un western, in un giallo, in un romanzo rosa o in un thriller di spionaggio, accettiamo o accogliamo tipi convenzionali, persino figure stereotipate: il cowboy, l'eroina combattiva, il proprietario terriero cupo e meditabondo. Potremmo, naturalmente, in qualsiasi esempio, ottenere il contrario di ciò che ci aspettiamo. La presunta distinzione è così spesso violata in entrambe le direzioni da risultare quasi priva di significato. Ma c'è un tipo di narrativa in cui l'individualità complessa e imprevedibile è davvero molto rara. Questa è la satira, e la satira è una delle vene più forti della Atwood.

La Le Guin, dunque, sottolinea tre importanti aspetti. Il primo è che alcuni romanzi della Atwood estrapolano dal nostro presente, con l’arma della creatività, eventi e attività che poi vengono proiettati nel futuro. La seconda è che riconosce che spesso la fantascienza ha un punto debole nella descrizione dei personaggi, che sarebbero più stereotipati rispetto a quelli della cosiddetta letteratura mainstream. Infine, evidenzia come i romanzi della sua collega sono venati da una satira che li sostanzia.

Sul primo aspetto sottolineato dalla Le Guin, Darko Suvin, il più importante teorico della science fiction, nel suo più famoso saggio dal titolo Le Metamorfosi della fantascienza. Poetica e storia di un genere letterario (Metamorphoses of Science-Fiction. On the Poetics and History of a Literary Genre, 1979) connotava la fantascienza proprio di una funzione estrapolativa, laddove proponeva un modello basato su una estrapolazione temporale, a sua volta costruito su un modello sociologico, nello specifico utopico e distopico. Lo studioso di origini jugoslave, sottolineava anche che a un certo punto della sua storia, molti scrittori si ritenevano degli “anticipatori” del futuro, anche se la stessa fantascienza non deve essere scambiata per una semplice profezia. Il modello proposto, che comunque Suvin ritiene secondario e ormai obsoleto, si proponeva di evidenziare quelle storie che partendo da un evento o attività del momento storico in cui vive lo scrittore venga proiettato nel futuro per stabilirne i possibili sviluppi. Esempi di romanzi riconducibili a questa estrapolazione temporale di tipo sociologico sono per Suvin Il tallone di ferro (The Iron Heel, 1908) di Jack London, Noi (My, 1924) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, I mercanti dello spazio (The Space Merchants, 1952) di Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth.

L’aspetto satirico dei romanzi della Atwood è una caratteristica tipica della fantascienza secondo il critico canadese Northrop Frye, che nel suo studio dal titolo Anatomia della critica: quattro saggi (Anatomy of criticism, 1957) evidenzia proprio il legame tra la fantascienza, genere letterario evidentemente moderno, e la satira menippea, che discende dal filosofo e scrittore di satire Menippo di Gàdara (III secolo a.C.), la cui principale caratteristica è la caricatura grottesca e satirica di noti personaggi della cronaca e della storia, così come la fantascienza ha spesso svolto, nelle sue opere più interessanti, una critica feroce della società e dei suoi costumi.

Per quanto riguarda i personaggi, è vero come sostiene la Le Guin che spesso nei romanzi di science fiction sono poco caratterizzati dal punto di vista psicologico e non mancano di stereotipizzazioni, ma è anche vero che la fantascienza ha in comune con la cosiddetta letteratura mainstream una trama orientata proprio ai personaggi, che di fatto sono spesso i motori della storia.

Le osservazioni di Ursula Le Guin sui romanzi della Atwood ci sembrano, dunque, quantomai appropriate, ma in realtà alla scrittrice canadese va molto stretta l’etichetta di “fantascienza” per i suoi romanzi. Un atteggiamento non dissimile da altri scrittori. Altro caso eclatante e ben noto è quello di Kurt Vonnegut, il quale quando i suoi primi romanzi vennero etichettati per l’appunto di fantascienza, rifiutò sdegnosamente l’accostamento. Così come molti scrittori della New Wave che negli anni Settanta accettarono di buon grado la definizione di Speculative Fiction per i loro romanzi.

Nella sua raccolta di saggi del 2011 dal titolo In Other Worlds: SF and the Human Imagination, la Atwood risponde alla collega americana sostenendo prima che: Ciò che Le Guin intende per ‘fantascienza’ è ciò che intendo io per ‘Speculative Fiction’.

E, poi, specificando meglio:

1984 è tanto ‘fantascienza’ quanto The Martian Chronicles? Risponderei di no, e qui sta la distinzione.

Nel saggio Questioni scottanti. Riflessioni sui tempi che corrono (Burning Questions. Essays and occasional pieces 2004 to 2021, 2022), la scrittrice canadese rincara la dose, sostenendo che:

Se scrivete del futuro e non state facendo pronostici giornalistici, è alquanto probabile che scriverete una cosa che la gente chiamerà o fantascienza o narrativa speculativa. Preferisco distinguere tra la fantascienza propriamente detta – per quanto mi riguarda, la definizione abbraccia quei libri in cui compaiono cose che non sappiamo ancora fare, né pensare di poter fare, tipo attraversare un wormhole nello spazio per raggiungere un altro universo – e la narrativa speculativa, che si serve di mezzi già più o meno disponibili, come le carte di credito, ed è ambientata sul pianeta Terra. Ma le due espressioni sono permeabili. Alcuni comprendono nella narrativa speculativa la fantascienza e tutte le sue varianti, il fantasy fantascientifico e via dicendo; altri vanno nella direzione opposta.

L’utilizzo del termine Speculative Fiction al posto di quello di science fiction è per 

la scrittrice canadese basato sulla probabilità del futuro, più che sulla plausibilità scientifica. Se un evento o un fatto raccontato in una storia può accadere allora è Speculative Fiction, se invece è altamente improbabile o addirittura impossibile allora è fantascienza. Per spiegare meglio la sua posizione critica Margaret Atwood utilizza le opere di Jules Verne, che è per lei uno scrittore che non “inventa”, ma si limita a narrare di eventi e tecnologie possibili. Così concepita, la Speculative Fiction sarebbe molto vicina all’utopia, che si può definire come un assetto politico, sociale o religioso che non trova riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale e come modello. Un mondo ideale al quale tendere, ma comunque possibile. Non a caso, l’autrice de Il Racconto dell’Ancella ha creato un neologismo Ustopia, che fonde i termini utopia e distopia, inteso come: “[…] la società perfetta immaginata e il suo opposto – perché a mio avviso, ognuno contiene una versione latente dell’altro”.

L’Ustopia è un luogo altro ma per la Atwood è anche uno stato d’animo: “Oltre a essere, quasi sempre, un luogo mappato, Ustopia è anche uno stato d'animo, come ogni luogo in letteratura, di qualsiasi genere”.

In merito alla polemica con la Le Guin, la scrittrice canadese affermò nel 2011 in un articolo sul quotidiano “The Guardian” intitolato The road to Ustopia che:

Per «fantascienza» intendo quei libri che discendono da La guerra dei mondi di H.G. Wells, che tratta di un'invasione di marziani tentacolari sparati sulla Terra in contenitori di metallo – cose che non potrebbero mai accadere – mentre, per me, «Speculative Fiction» significa trame che discendono dai libri di Jules Verne su sottomarini, viaggi in mongolfiera e simili – cose che potrebbero davvero accadere ma che non erano ancora del tutto accadute quando gli autori scrissero i libri. Collocherei i miei libri in questa seconda categoria: niente marziani. Non perché non mi piacciano i marziani, mi affretto ad aggiungere; semplicemente non rientrano nelle mie competenze. Qualsiasi marziano seriamente intenzionato a scrivere sarebbe un marziano davvero molto goffo.

La definizione della Atwood è fondata sostanzialmente sul valore predittivo della fantascienza, che come hanno mostrato vari critici, valga su tutti la posizione di Darko Suvin, è un aspetto secondario della science fiction.

In ogni caso, la polemica sembra comunque dover fare i conti con quello che la scrittrice canadese scrive nel già citato articolo The road to Ustopia e che è sicuramente un fatto letterario: “Quando si tratta di generi, i confini sono sempre più indifesi e le cose scivolano avanti e indietro con noncuranza”.