Revolution

L'energia elettrica smette di funzionare e la Terra piomba nel buio e nel medioevo. Uno scenario post apocalittico classico, a cui Revolution non pare essere in grado di aggiungere nulla di nuovo.
PILOTI, stagione 1, episodio 1, Revolution, tit. it.: Revolution, Stati Uniti, 2012 - regia di Jon Favreau - scritto da Eric Kripke - con Billy Burke, Tracy Spiridakos, Anna Lise Phillips, Zak Orth, Graham Rogers, JD Pardo, Giancarlo Esposito, David Lyon, Elisabeth Mitchell (Lost, Flash Forward) sembra essere una guest star. - giudizio: buono

Revolution è, in pratica, l'unica nuova serie di fantascienza in arrivo quest'autunno sulle reti televisive degli Stati Uniti. Elementi descrittivi che la accompagnano quali "post-apocalittica" o "futuro distopico" dovrebbero far alzare il termometro dell'interesse da parte degli appassionati, che si nutrono da anni di elementi così tradizionali della fantascienza.

La serie debutta ufficialmente il 17 settembre, ma il pilot, in pratica il primo episodio della stagione, è stato messo in rete proprio dalla NBC tramite il sito Hulu, oltre che sul sito ufficiale della serie (www.nbc.com/revolution/) in modo da promuoverla.

 

Sgomberiamo subito il tavolo da dubbi e aspettative, dicendo che non c'è proprio da rimanere col fiato sospeso in attesa del suo arrivo.

 

Partiamo da un breve riassunto del concept come è stato proposto dalla NBC. Attenzione: anche se in questa prima parte della recensione non ci sono degli spoiler particolari, più avanti ne incontrerete diversi.

La nostra civiltà si basa quasi interamente sull'energia elettrica, ma cosa accadrebbe se, semplicemente, smettesse di funzionare e non fosse più disponibile? Un giorno, come se fosse stato azionato un interruttore, il mondo si spegne e la tecnologia moderna scompare; e nessuno sembra neppure saperne il perché e soprattutto come rimediare.

Le nazioni scompaiono, la società umana crolla su se stessa.

La serie è ambientata 15 anni dopo questo evento, in un'era che ricorda il medioevo e che non intravede, se non molto in lontananza, la rivoluzione industriale. In un villaggio agricolo nei pressi di Chicago arriva una squadra di miliziani alla ricerca di due uomini, ma se andrà con un solo ostaggio. Questo fatto costringerà una giovane donna a intraprendere, assieme a due compagni, un pericoloso viaggio alla ricerca di risposte e, forse, di chi sa davvero qualcosa sul perché e sul come il mondo sia cambiato 15 anni prima.

 

Il pilot è diretto da Jon Favreau (Iron Man e Iron Man 2), mentre produttori esecutivi sono JJ Abrams (Lost), Bryan Burk ed Erik Kripke (Supernatural) per una produzione Bonanza Productions e Bad Robot. Interpreti sono Billy Burke (Twilight), Tracy Spiridakos (Being Human), Anna Lise Phillips (Terra Nova), Zak Orth, Graham Rogers, JD Pardo, Giancarlo Esposito (Breaking Bad), David Lyon. Elisabeth Mitchell (Lost, Flash Forward) sembra essere solo una guest star.

 

Il titolo: Revolution. È evidente che sia stato scelto per ricordare la Rivoluzione Industriale, l'enorme cambiamento partito nelle nazioni più ricche del pianeta e iniziato alla fine del 1700, ma con il plus di potersi agganciare anche ai movimenti di rivoluzione politica e il bonus di permettere il piccolo gioco di parole apparso sullo schermo durante il telefilm, ovvero far apparire prima la parola Evolution (di cui non serve la traduzione, ma che è compagna del concetto di adattamento) e poi far comparire una R e anteporla per ritrovare il titolo della serie.

Queste le intenzioni, ma per un esperto di fantascienza e di film o telefilm di fantascienza la parola Rivoluzione può anche essere vista, almeno nelle aspettative, di quanto possa essere rivoluzionaria una serie nei concetti o nel suo svolgimento o nel suo modo di essere proposta (e qui viene subito in mente Lost, che senza dubbio deve il suo successo grazie a un modo di porre allo spettatore situazioni e soprattutto personaggi).

Purtroppo di rivoluzionario c'è ben poco e di già visto parecchio. Può sembrare ingiusto, ma dato che gli esempi non mancano è naturale paragonare i 44 minuti del plot a quanto è già apparso; o meglio, viene spontaneo trovare paragoni, rimandi e soprattutto associazioni. Le cito adesso in ordine sparso per poi ricollegarle al momento giusto: Survivors (1975), Survivors (2008), The Walking Dead (2010), Jericho (2006), The Postman (L'uomo del giorno dopo, 1997), Planet of the Apes (serie tv 1974).

 

Il budget della serie pare sia alto, ma come al solito non pare sia stato investito in sceneggiatori capaci di staccarsi dai soliti cliché e soprattutto che osino rischiare nel proporre concetti che possano stimolare il pubblico, adagiandosi su caratteristiche più blande e sperando che gli spettatori siano attratti dall'azione o dalla scenografia che ammicca perennemente a una nostalgia anacronistica (il senso di una perdita futura di qualcosa che si sotto gli occhi al momento). Soprattutto non è compito degli sceneggiatori far porre troppe domende agli spettatori, nel pericolo, forse, che troppi concetti gli allontanino dal divano.

La trama nel dettaglio (attenzione agli spoiler)

Nell'ottica che il pilot deve catturare spettatori e spingerli a continuare a sintonizzarsi nelle settimane sucessive, la sceneggiatura taglia via dritto sui particolari mescolando coincidenze volontarie (il membro della milizia che accompagna il gruppo proprio per infiltrarsi in esso) e involontarie (come il trovare Miles Matheson, l'attore Billy Burke, al primo tentativo nel primo bar postapocalittico che si trova nella grande Chicago), senza soffermarsi su dettagli inutili (malgrado quello che successo il gruppo abbandona il villaggio nell'indifferenza generale — forse alle comparse era stato detto solo di vagabondare come se intenti a qualche faccenda domestica), salvo poi regalarci ben cinque lunghi minuti di combattimento cappa e spada (e balestre) degna di Games of Thrones. C'è fretta di arrivare al sodo, di presentare allo spettatore l'impostazione della serie subito, che alcuni passaggi di trama si anticipano da soli (il bandito trafitto dalla freccia dell'infiltrato apparso nella sequenza precedente è di una scontatezza disarmante, ad esempio) o la fuga momentanea dell'ostaggio messa giusto lì per mostrare un altro apparente mistero e alzare il numero delle coincidenze.

 

L'ambientazione è apparsa altalenante. L'accento è posto su di uno sfondo di manufatti umani resi differentemente utili dalla scomparsa dell'energia e assaliti dalla vegetazione in pieno stile Life after people di History Channel. Molto suggestivi, ma anche ripetitivo e con qualche nota stonata, come una colonna da 15 anni in mezzo alle scale probabilmente perché alla produzione ne avanzava una. Al contrario il villaggio iniziale e il quartiere di Chicago hanno un'aria posticcia che si poteva evitare (The Walking Dead, ad esempio, è riuscito a farlo) con uno sforzo e una inventiva maggiore.

Questo problema si ripropone con gli stessi personaggi principali, che sono tutti pericolosamente sul baratro dello stereotipo: l'ex-militare duro dal cuore tenero, la ragazza un poco ribelle, ma sognatrice, il fratello minore impetuoso e capace di mettersi nei guai. Qualcuno supera questo limite come il nerd ex-impiegato di Google competo di pancetta, maglietta degli AC/DC e il ruolo di storico del villaggio. Come spesso accade il ruolo meglio riuscito è del cattivo, Giancarlo Esposito, diventato luogotenente del signore della guerra locale più per logica che per reale malignità.

 

E' un peccato che con tema così classico della fantascienza le potenzialità si perdano. A parte il flashback introduttivo, i 15 anni di crollo della civiltà sono riassunti in poche parole e in poche immagini, dati per scontati e quasi archiviati per passare a una atmosfera che ricorda molto L'Uomo del giorno dopo, il film con Kevin Costner (tratto dal romanzo The Postman di David Brin). Milizie a cavallo nei boschi dotate di uniformi nere e digrignar di denti d'ordinanza, e signori della guerra che agiscono da gangster impegnati nel racket delle protezioni. Certo è lascelta di orientarsi sull'azione piuttosto che sull'introspezione, sul carattere dei personaggi piuttosto che sulle loro riflessioni. Non ci si perde nell'analisi della società al di là di chi ha sfruttato un'opportunità, niente di paragonabile allo struggimento in diretta dei classici Survivors (sia l'originale del 1975 che, in misura minore, il remake) o anche del già citato Walking Dead.

 

Di solito una serie o un film post apocalittico ha una causa e un effetto. La causa è il motivo scatenante dell'apocalisse e l'effetto è la drammatica lotta dei sopravvissuti per adeguarsi. Revolution, anche se sposta l'effetto di quindici anni in avanti, ha comunque come perno centrale della storia la causa, che torna alla fine del pilot rovesciando la sua stessa impostazione. L'evento, la scomparsa dell'energia elettrica, non è così vera, non è così assoluta. Certo è un mistero che fa desiderare allo spettatore di saperne di più, eppure è anche in un certo senso un modo di indebolire l'effetto su cui si è dilungato l'episodio. Certo semplifica molto le cose rispetto a un Lost o a un Jericho, serie che viene in mente perché si ammicca a una specie di complotto o a un esperimento sfuggito di mano (ammetto che qui si va nel campo delle ipotesi appunto perché è il mistero su cui gira la serie).

 

Non è tutto oscuro, però, questo futuro apocalittico, perché ci sono alcuni trend che fanno ben sperare per la sopravvivenza della civiltà, anzi, forse sono i pilastri della civiltà stessa. Rimangono infatti delle solide certezze. Innanzitutto nel futuro si berrà molto; l'industria del whiskey fatto in casa è fiorente e i bar sono pieni a ogni ora del giorno come se fossimo nel 1865 di Hell on Wheels. Anzi, a un sorso non si rinuncia mai anche se è mortale, come avviene in una scena che riprende, volontariamente o no, una scena dei Survivors del 1975 (l'episodio con l'attore Prentis Hancock che poi reciterà in Spazio 1999). Nel futuro, inoltre, non si dimenticherà lo stile, perché malgrado tutto si avranno sempre i capelli a posto (probabilmente ci sono enormi riserve di shampoo) e abiti alla moda apocalittica del momento.

 

Cosa aspettarsi? Se da un lato è innegabile un buon ritmo complessivo, il rischio è che gli sceneggiatori davvero non riescano a sfruttare le potenzialità del concept. Oltre alle già citate semplificazioni, alcuni elementi (le cartoline e soprattutto i titoli dei prossimi due episodi, ovvero nomi di città dell'Illinois) potrebbero far temere un tour negli USA privi di energia elettrica che ricorda gli episodi televisivi di Planet of the Apes, in cui il gruppo, in eterna ricerca, capitava nella situazione locale di turno. Ci aspettano i consueti villaggi con le solite lotte di potere? Il villaggio che sembra accogliente e poi ha un segreto tremendo? Il villaggio abitato da scontrosi che diffidano dagli stranieri? E tutto mentre il mistero che ha causato l'evento viene svelato una scintilla alla volta?

 

Autore: Alberto Priora - Data: 13 settembre 2012

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Commenti

1 Anche io ho avuto le identiche impressioni. Mi ha ricordato Jericho (telefilm che ho adorato), in particolare per la combinazione disastro-complottisti che hanno accesso a tecnologia segreta, ma devo dire che l'atmosfera e i personaggi di Jericho erano ben più interessanti. Non mi è piaciuto praticamente nessun attore, dalla protagonista modellata chiaramente sulla sedicenne Katniss di Hunger Games (le ragazzine indipendenti che tirano con l'arco pare vadano di moda), alla matrigna espressiva poco più di una roccia. Salvo solo l'ex dipendente di Google, vera ventata di freschezza in un pilot altrimenti banalotto. Per quanto riguarda il mistero finale, spero che prendano spunto da Jericho, e non da Lost e dai suoi cloni (anche se la presenza di Abrams mi preoccupa): svelarlo quindi relativamente presto, ed utilizzarlo occasionalmente come motore narrativo, invece che come scusa per girare puntate senza senso con un 5 minuti di rivelazioni finali che portano solo ad altre mille domande.

» postato da Lord of Chaos alle 01:03 del 13-09-2012

2 Un po' di delusione c'è. Speriamo sia meglio. È presto per giudizi negativi. La possibilità di migliorare c'è a differenza di altre serie già segnate.

» postato da Kobol77 alle 13:32 del 14-09-2012

3 recensione azzeccatissima. io ho imparato una cosa da "revolution", "terranova", "falling skies" e vaccate simili: nel futuro post-apocalittico ci sono alcuni mestieri che sono più utili di altri. il dottore ovviamente, l'agricoltore, il mercenario, il fabbro, ma soprattutto...... il parrucchiere e l'estetista. belín, mai visto capelli cosí lucidi e make-up cosí perfetti come in queste serie. parrebbe quasi una massima impartita da coco chanel: "che la civiltà vada a puttane non è un buon motivo per uscire di casa trasandate, signorine". non dico che avrebbero dovuto adottare il look crudo di "the road", però cribbio, è proprio necessario scartare il realismo quando si fa una serie tv per un network americano? voto a questo pilot: http://i2.photobucket.com/albums/y26/slowpulse/smileys/effyou.gif

» postato da jonny lexington alle 18:23 del 15-09-2012

4 Non si dice "vada a puttane", si dice "vada a donne di facili costumi". Se si vuole essere sboccati allora "vada a escort". Comunque una citazione la merita anche "Quando le macchine si fermeranno", di Christopher Anvil, divertente romanzo con l'identico tema iniziale. Scritto nel 1964, neanche mezzo secolo fa. http://www.mondourania.com/urania/u421-440/urania427.htm

» postato da Anacho alle 16:40 del 21-09-2012

5 Per altro la serie è piena di citazioni! Già solo il cognome dei protagonisti, Matheson sembra un chiaro riferimento a Richard Matheson che con la fine del mondo ci va a nozze! (Io sono leggenda, e altri) Poi c'è tanto Stephen King con citazioni a Stu Redman, Frannie, Underwood e Randall (Flagg??). (L'ombra dello scorpione.... sempre siamo su quel filone li) Ne avete trovate altre?

» postato da (Franz M.) alle 00:19 del 17-12-2012

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