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![]() Memories of green di Vittorio Curtoni
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Memorie robotiche (5)
Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...Una delle premesse essenziali che avevo concordato con Armenia era la pubblicazione di un racconto italiano per numero. La serie doveva essere inaugurata da uno dei decani della nostra sf, Lino Aldani, che però ritirò la sua storia all'ultimo momento, e così fu Mauro Antonio Miglieruolo ad avere l'onore con Circe.1 Com'era prevedibile, i racconti italiani cominciarono a fioccare in redazione a un ritmo impressionante; ne arrivavano caterve tutti i giorni. La mia scrivania diventò un caos ingestibile. Uno dei miei massimi rimpianti è quello di essere riuscito a leggere solo una minima parte dei racconti che ricevetti. Non ne avevo il tempo materiale: la scelta della narrativa straniera, effettuata al di fuori degli orari d'ufficio, era già un impegno notevolmente oneroso. Per la cronaca, il mio lavoro di curatore veniva pagato 20.000 lire a numero, una cifra molto più simbolica che reale. E' vero che la parte propriamente redazionale veniva sbrigata in casa editrice, ma quante serate e weekend non ho perso soltanto per tenere aggiornata la corrispondenza relativa alla rivista. Sarebbe stata necessaria una persona stipendiata all'unico scopo di leggere i racconti italiani, però purtroppo il budget non lo permetteva.2Per dare un'idea delle dimensioni del fenomeno, basterà dire che quando Robot bandì il suo primo premio per un racconto inedito (senza tassa d'iscrizione) giunsero qualcosa come 450 opere. La vincitrice per il 1976 fu Morena Medri, un'autrice della quale non ho più avuto notizie, con In morte di Aina. La seconda e ultima edizione del premio prevedeva una tassa d'iscrizione di 5.000 lire, il che ridusse a un terzo circa la mole dei lavori; e il primo classificato fu un nome già noto all'interno del fandom italiano, Mauro Gaffo, con Nel fondo dell'oceano. Se qualcuno ha mai nutrito dubbi sul fatto che la fantascienza stimoli i lettori a trasformarsi in scrittori, queste cifre mi paiono una secca smentita.3 In un modo o nell'altro, gli autori italiani vennero regolarmente pubblicati su Robot. E ancora oggi sono orgoglioso di essere riuscito a ospitare non solo chi aveva un passato alle spalle ma anche esordienti come Franco Giambalvo, Giorgio Pagliaro, Salvatore Tasca, per citarne appena tre: nonostante le difficoltà, l'opera di selezione non si è mai fermata. Il che è tanto più vero per le rubriche, che si moltiplicarono da sé col passare del tempo, introducendo nuove idee e nuovi nomi. Se qualcuno faceva una proposta interessante e dimostrava di sapere il fatto suo, non gli ho mai detto di no a priori. Anzi. Quel che succedeva era che tutti i mesi mandavamo in composizione un diluvio di articoli, visto che la quantità di materiale disponibile era enorme, poi si decideva come impostare il numero quando ricevevamo le bozze. Con un occhio di particolare riguardo per l'attualità. E per gli interventi del nostro pubblico, non limitati alla consueta posta dei lettori ma raccolti anche nella rubrica che si chiamava "Contropinioni", dove tutti potevano esprimersi sui temi più scottanti che un racconto o un articolo avevano portato in luce. Parevano, quelli, anni di fervido rinnovamento per la science fiction, di traguardi mai sperati; un'illusione nella quale ci siamo cullati anche noi, sull'onda dell'impatto planetario che film come Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo, dei quali riferimmo in anteprima, stavano avendo. In realtà, il grosso successo andò a beneficio quasi esclusivo del cinema, e l'editoria ne ha goduto ben poco; di certo non ne sono state toccate le riviste, che col decennio degli Ottanta hanno imboccato la via dell'estinzione. Ma chi poteva rendersene conto, in quel frenetico turbinio? La fantascienza era un fulcro d'attenzione, e Robot stava nell'occhio del ciclone. In una posizione privilegiata, pensavamo. Era il ribollente epicentro attorno al quale ruotava una grossa porzione della sf italiana. Nemmeno ricordo quante interviste mi siano state fatte da settimanali e mensili, da radio private e nazionali, quanti articoli mi siano stati chiesti. Pareva che la nostra piccola bolla fosse sul punto di ingrandirsi fino a inglobare l'intero mondo esterno. Invece stava per scoppiare. Ma gli inizi promettevano bene. L'editore aveva fissato, per la sopravvivenza del mensile, un tetto minimo di vendite di diecimila copie, e Robot lo aveva superato di slancio. Lo testimonia il fatto che nel dicembre '76 usciva il primo Robot Speciale, una collana di antologie senza periodicità fissa che fungevano da supplemento alla rivista. Degli speciali sono apparsi nove fascicoli, fino al 1979. Il sesto conteneva la mia antologia La sindrome lunare e altre storie. Nel 1978, quando peraltro le cose si erano già messe male, prendevano il via anche I libri di Robot, una serie di volumi da libreria curata da Giuseppe Caimmi e Giuseppe Lippi. Io avevo dato forfait per pura mancanza di tempo. Nel settembre del 1977, quando Adriana Armenia, prima moglie di Giovanni, si stancò di fare la redattrice al mio fianco, arrivò da Trieste il suo sostituto, Giuseppe Lippi, oggi curatore di Urania e collaboratore di Robot sin dal primo numero. Giuseppe e io abbiamo sempre avuto preferenze divergenti nel campo della narrativa fantastica, salvo qualche amore in comune, però questo non mi ha impedito di apprezzare la sua preparazione e l'acutezza delle sue analisi. E il nostro rapporto personale era magnifico: discussioni sì, ma esclusivamente teoriche e su un piano di calorosa amicizia. Tanto che nel 1977 abbiamo scritto assieme il volume Guida alla fantascienza, pubblicato da Gammalibri l'anno successivo.4 E le giornate passate alle nostre scrivanie che si fronteggiavano erano colme di divertimento.
1 A dire l'intera verità, Aldani mi provocò un attacco di bile di quelli
memorabili. Ci eravamo visti mesi prima a casa sua; gli avevo illustrato nei
dettagli il progetto della rivista; e, data la mia ammirazione per lui,
cementata da un'amicizia ormai decennale, gli avevo proposto di diventare il
primo autore italiano pubblicato su Robot. Lino mi aveva dato il suo
racconto Seconda nascita, molto suggestivo. L'accordo verbale era che
sarebbe apparso sul primo numero. Accadde invece che Armenia, visti i nomi
degli autori stranieri che avevamo a disposizione, mi chiese di rimandare
Aldani al secondo numero, per uscire con un primo fascicolo all stars straniere
(embe', c'erano Disch, Harrison, Knight, Leiber, mica bruscolini). L'idea mi
parve ragionevole. Purtroppo, nel caos davvero infernale della gestazione
della rivista (chi non lo ha vissuto non potrà mai sapere cosa sia), io non
trovai il tempo di avvertire Aldani. Me ne dimenticai, e in questo la colpa
fu indubbiamente mia. |