Anche Marte ha le sue aurore

Un inedito meccanismo fisico è alla base dei fenomeni luminosi osservati dalla Mars Express nell'atmosfera del Pianeta Rosso

(in alto) Intensità di emissione nelle varie lunghezze d'onda nel tempo. Le righe verticali sono dovute all'emissione dell'idrogeno (121.6 nm) e di molecole di NO dovute alla ricombinazione atmosferica di N e O (tra 190 e 270 nm). Nel momento del picco aurorale, dopo circa 535 secondi dall'inizio dell'osservazione, si osserva un evidente cambiamento dello spettro. (in basso) Variazioni dell'intensità luminosa su un periodo di 900 secondi. Anche in questo caso si nota un picco notevole dopo circa 535 secondi, corrispondente all'aurora. ingrandisci

Mediante l'osservazione con lo spettrometro a ultravioletti SPICAM, la Mars Express ha rilevato per la prima volta delle aurore su Marte. La straordinarietà della scoperta sta nel fatto che, essendo le aurore fenomeni che comunemente nascono dalle interazioni delle particelle cariche del vento solare (elettroni, protoni, ioni) e i campi magnetici planetari, non ci si aspettava che Marte potesse dare luogo a manifestazioni luminose di questo tipo, non essendo dotato di campo magnetico. Nel Sistema Solare, infatti solo la Terra e i quattro pianeti giganti, Giove, Saturno, Urano e Nettuno possiedono sia l'atmosfera sia campi magnetici planetari e su tutti quanti sono state osservate le caratteristiche aurore polari.

Del resto è anche vero che Venere, pur non possedendo un campo magnetico, presenta ugualmente delle aurore originate nel suo caso dall'energizzazione diretta delle molecole atmosferiche di ossigeno da parte del vento solare, fenomeno favorito soprattutto dalla vicinanza di Venere al Sole e dall'elevata densità dell'atmosfera.

Su Marte, tuttavia, entrambi i meccanismi sono da escludere, anche perché nel caso del Pianeta Rosso le aurore non sono state osservate ad alte latitudini come accade per gli altri copri celesti, bensì in altre zone del pianeta. Le conclusioni di Jean-Loup Bertaux del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS) francese e dei suoi colleghi, autori della scoperta, sono che il fenomeno si manifesta in corrispondenza di aree della crosta planetaria nelle quali è presente roccia magnetizzata. Gli scienziati chiamano queste regioni "anomalie magnetiche crostali" e presumibilmente sarebbero residui dell'antico campo magnetico, attivo quando il pianeta era più giovane. Secondo quanto apparso sulla rivista Nature, il fenomeno osserato aveva un diametro di circa trenta chilometri e si è manifestato a un altitudine di centotrenta chilometri dalla superficie.

Autore: Alessandro Vietti - Data: 21 giugno 2005 - Fonte: Le Scienze.it, ESA

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