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![]() Memories of green di Vittorio Curtoni
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Una persona che non dimenticherò mai: Andreina Negretti Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...Andreina è scomparsa da vari anni. Un grande pezzo della storia della sf in Italia che se n'è andato. Per me è ancora vivissima, e tutte le volte che torno nella redazione di Urania mi aspetto di ritrovarla al suo posto, seduta alla sua scrivania, con la macchina per scrivere (meccanica, una vecchia Olivetti portatile) alzata in posizione verticale, mentre riflette su qualcosa; fumando una di quelle sue mezze sigarette che infilava nel bocchino nero. Il fumo era una delle cose che ci univano.Ha lavorato con Giorgio Monicelli prima e con Fruttero e Lucentini poi. Ha vissuto la parabola di Urania dall'interno come nessun altro. E' andata in pensione con l'arrivo di Gianni Montanari, probabilmente perché era stanca sul serio dopo tutti quegli anni; anche se so che lasciare il suo posto di caposervizio le ha procurato un'enorme tristezza. Ma insomma, la sua parte l'aveva abbondantemente fatta. L'ho conosciuta nel 1978, quando per vari motivi meditavo di lasciare il mio posto di redattore da Armenia e cercavo di costruirmi basi solide come traduttore free lance. So di persone che incontrandola la hanno trovata scorbutica, acida, indisponente, ma con me è stato amore a prima vista: un po', suppongo, perché conosceva il mio lavoro nel campo della fantascienza, un po' perché apprezzava il mio modo di tradurre, e un po' perché avevamo in comune la stessa passione politica. Siamo andati avanti per parecchio tempo a trattarci con la massima cortesia e a darci del lei; poi, un giorno, ho portato in redazione mia moglie Lucia, che l'ha letteralmente conquistata. Al punto che dopo pochi minuti Andreina disse la fatidica frase: "Diamoci del tu." Grande donna, mia moglie! Andreina era l'incarnazione di un tipo di prassi editoriale che oggi non esiste più. Nel bene e nel male. Era ad esempio di un pignolo pazzesco: so che a volte ha passato un mese sulla revisione di una traduzione, spendendo magari un intero giorno su poche cartelle, persa nell'eterna ricerca della soluzione perfetta, della resa stilistica indiscutibile (chimere del tutto inesistenti, come sa ogni traduttore). Nel periodo in cui ha curato l'edizione Mondadori della Rivista di Isaac Asimov era sempre in crisi per le quarte di copertina. Mi presentavo, lei accendeva la sua mezza sigaretta, mi sventolava sotto il naso un foglio e mi diceva: "Aiutami, aiutami! Tu come condenseresti in tre righe il contenuto di questo racconto?" Poi, in realtà, non accettava consigli, per lo meno non da me; ma le piaceva molto sfoggiare quel dolore nato dal sacro fuoco del furore editoriale. Detto sinceramente, non credo nutrisse un amore sfegatato per la fantascienza. Era raro, chiacchierando con lei, sentirla esprimere giudizi del tutto positivi su un libro di sf. Ricordo una volta che quasi litigammo: le avevo portato la traduzione di un romanzo di Bob Shaw, un autore che mi è sempre piaciuto molto, e ne stavo lodando la precisione, la meticolosità, nel descrivere anche certi minimi particolari; e Andreina mi rispose: "Be', se è così preciso e dettagliato, dovrebbe dirmi anche quanta cacca fa il protagonista quando va al gabinetto." E dire che Shaw piaceva anche a lei... Era fatta così: una signora degli estremi, una rigorosa incorruttibile ferrea custode delle posizioni decise. Anche in questo andavamo d'accordo, per quanto debba ammettere che non di rado mi sono sentito scavalcato dalla sua implacabilità. Credo che uno dei grandi amori della sua vita sia stato Ed McBain, del quale per anni ha tradotto le storie dell'ottantasettesimo distretto. Storie che, guarda caso, non erano fantascienza. La mia opinione è che la fantascienza le sia piovuta addosso con Monicelli e le sia rimasta attaccata sulla pelle per ragioni di lavoro, senza mai scatenare la vera passione. Ma non e' una critica, affatto. Andreina ha saputo sopperire alla mancanza di trasporto d'amorosi sensi con un rigore professionale al di sopra di ogni sospetto. * Aveva un paio di grossi difetti. Almeno dal mio punto di vista. Il primo le derivava dagli standard che hanno contrassegnato per tanti anni la vita di Urania: per lei, tagliare i romanzi in traduzione era cosa del tutto normale e sacrosanta. E se debbo dire che in qualche rara occasione sono stato d'accordo con lei sull'utilità di questa pratica, nella stragrande maggioranza dei casi ho avuto forti perplessità (anche se, noblesse oblige, facendo il mestiere che faccio mi sono trovato costretto a obbedire). Ma non c'era nulla da fare: il libro era accompagnato dall'ordine tassativo "Tagliare tot battute", e ne' lei ne' io avremmo potuto opporci. Com'era tipico del suo carattere, Andreina aveva inventato un delizioso eufemismo per ingentilire la prassi. Non mi diceva mai: "Questo libro va un po' tagliato." Diceva: "Questo libro va un po' asciugato." Bello, eh? E io non ho mai avuto il coraggio di risponderle con la battuta che mi veniva sempre alle labbra: "Perché, scusa, si è bagnato?" Glielo avessi detto una sola volta. Il secondo difetto era, credo, più connaturato alla sua struttura psicologica, anche se andava in perfetto accordo con certi canoni che hanno regnato a lungo nell'universo di Urania: odiava gli accenni sessuali espliciti in fantascienza. Non li sopportava. Tutti i traduttori lo sapevano, e si comportavano di conseguenza, tagliando (pardon, asciugando) le scene più torride (!) che dovessero incontrare in romanzi e racconti. Lo facevo anch'io, automaticamente; perché in ogni caso, se anche avessi tentato di barare, sapevo già che avrebbe provveduto lei ad asciugare... ** Ricordo benissimo un episodio, un brano la cui versione italiana ancora oggi grida vendetta. Il romanzo era "Crepuscolo sulla città" di Charles Platt, un bel libro, onesto, diretto, sincero. A metà circa della storia c'era la scena di un amplesso in riva a un fiume, amplesso descritto con una certa abbondanza di particolari per qualcosa come quattro cartelle; ma l'episodio era tutt'altro che pornografico o fine a se stesso, perché a un certo punto era la donna a prendere il sopravvento sull'uomo, e da quel momento in poi i ruoli all'interno della storia si capovolgevano, e quello era il momento di svolta, reso con mano leggera e in maniera convincente. Sicché, per una volta, tradussi tutto senza tagliare una sola virgola, e quando consegnai la traduzione spiegai ad Andreina la NECESSITA' strutturale della scena, pregandola di chiudere un occhio. Lei mi assicurò che certo, ovviamente, se quella scopata (ah, lasciatemelo dire!) era così necessaria, non l'avrebbe tagliata; poi uscì il numero di Urania col romanzo, e delle quattro cartelle ne era rimasta forse una, e tutto l'impatto del capovolgimento fisico/psicologico era andato a farsi benedire... Inutile, era più forte di lei!***
Ho raccontato anche di questi due difetti perché da un lato non mi piacciono i santini beatificanti e dall'altro credo nella necessità dell'obiettività dei ricordi, fin dove sia possibile. Ma spero sia chiaro con quanto affetto, quanta stima e quanto rimpianto io pensi a questa amica che vorrei ancora qui con me. Quando la andavo a trovare, quando si discuteva e si pranzava assieme a Segrate, quando ci perdevamo nelle nostre splendide fantasie sulla rivoluzione prossima ventura, ah, com'era bello.
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