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la città

La grandezza di un fumetto non è necessariamente
in relazione col numero delle sue tavole. A volte anche un'opera
breve, una miniserie, può colpire il lettore con la forza
e l'acutezza di uno spillo, risaltare proprio per la sua concisione,
brillare di concretezza sull'oceano crepuscolare di tutte quelle
storie (troppe) che mascherano con la corposità una penosa
carenza di idee. Questo è il caso di La Città,
un fumetto di fantascienza argentino che è un autentica
perla del genere: appena dodici puntate (più una seconda
serie in cinque episodi, una variazione sul tema piuttosto che
un seguito), ma in esse un concentrato, un estratto di fantascienza
purissima, un po' Ballard e un po' Dick, ma soprattutto tanta,
tanta ottima esibizione d'arte e fantasia.
 la storia
Jan è
un anonimo impiegato, uno tra i milioni di un'anonima metropoli.
Un uomo grigio, tranquillo, che vede le sue giornate scorrergli
sotto gli occhi come fotocopie sbiadite, che si lascia rassegnatamente
vivere una vita sempre uguale, senza drammi né sorprese:
un lavoro noioso, un appartamentino in periferia, una fidanzata
irritante che lo cornifica col suo migliore amico...
Ma una notte, tornando a casa sbronzo da una
discoteca, Jan si perde per le strade del suo quartiere. Vaga
a lungo, e a poco a poco si rende conto, attonito, che il mondo
intorno a lui è cambiato, e che ora si trova in una città
sconosciuta, un agglomerato urbano infinito, misterioso e folle,
conosciuto dai suoi abitanti semplicemente come "La Città".
La Città, ben presto Jan lo comprende,
è un luogo crudele e paradossale, ove le regole della logica
non valgono, dove può capitare che il sole non sorga o
non tramonti mai, che piova per quaranta giorni e quaranta notti,
che gli alberi di un parco siano in realtà un unico organismo
mutante e carnivoro... Un luogo ove ci si può imbattere
in uomini di altre epoche, o in personaggi di pura fantasia come
Dracula o Batman, anche loro, come Jan, naufraghi, violentemente
strappati dal loro mondo per condividere un destino oscuro.
Tra questi, Karen, una ragazza francese
che salva la vita a Jan per poi divenirne la compagna. Insieme
alla ragazza, scoprendo energie sorprendenti dentro di sé,
Jan affronterà i pericoli che la Città perfidamente
riserva ai suoi abitanti, imparerà a usare le armi e a
badare a se stesso. E insieme a Karen deciderà di dedicare
ogni suo sforzo alla ricerca di una via di fuga dall'inferno della
Città. Perché una via d'uscita c'è, deve
esserci. Perché avere uno scopo, porsi un traguardo, anche
se appare irraggiungibile, persino un'utopia, a volte è
l'unico modo per non cedere alla follia.
gli autori
I lettori di "Fantasia&Nuvole"
hanno già fatto conoscenza con lo sceneggiatore de "La
Città". Si tratta del prolifico artista argentino
Ricardo Barreiro, che nella trama di questo fumetto sfoggia
il medesimo talento e la medesima fantasia dimostrati in "Barbara"
(
http://www.fantascienza.com/delos/delos23/nuvole.html).
Per ulteriori notizie su Barreiro, rimandiamo al relativo articolo.
Alle matite de "La Città"
troviamo Juan Gimenez. E' questi un altro gigante del fumetto
sudamericano. Tra le sue opere più note, non si può
far a meno di citare lo straordinario Asso di Picche,
la miniserie La stella nera, e poi un'infinità
di "liberi", cioè storie brevi non incluse in
alcuna serie. I lavori di Gimenez sono stati pubblicati in Italia
dai periodici Eura Editoriale (Lanciostory e Skorpio) e dalle riviste Comic Art e L'Eternauta.
La caratteristica più notevole del tratto
di Gimenez è la cura maniacale, quasi morbosa, dedicata
al disegno tecnico. Apparecchiature futuribili, astronavi, armi,
robot, vengono rese dalla sua matita con un dettaglio e una precisione
impressionanti, quasi le sue tavole fossero schede di progettazione
(e difatti ad alcuni dei suoi fumetti sono allegate credibilissime
schede tecniche con tanto di legenda dei simboli, quotatura e
assonometria, espediente di recente utilizzato anche in Nathan
Never).
Gimenez è forse il disegnatore che più
di ogni altro comprende l'importanza della ricerca, puntuale e
rigorosa, di documentazione originale. Nelle tavole di "Asso
di picche", per esempio, egli esibisce una conoscenza impressionante
dei velivoli e delle uniformi in uso nella Seconda Guerra Mondiale:
caccia dell'Asse, Fortezze Volanti, aerei sperimentali, antiaerea,
tute dei piloti, divise della RAF, uniformi delle SS... "Asso
di Picche" è un'autentica enciclopedia a fumetti del
secondo conflitto mondiale, da gustarsi rigorosamente in bianco
e nero come un repertorio d'epoca (il colore sulle tavole di Gimenez
è quasi un sacrilegio).
Proprio questa precisione tecnica rende Gimenez
uno degli autori più adatti a trasporre sul foglio da disegno
le atmosfere di fantascienza hard. Celebre, tra i
suoi liberi, la saga degli Invincibili Eroici Fanti,
futuribili soldati dotati di esoscheletro corazzato in grado di
resistere persino alle radiazioni di testate nucleari di tipo
tattico.
Punto debole dell'autore argentino, viceversa,
la figura umana. Gimenez non dimostra grande fantasia né
impegno nel disegnare i suoi personaggi. Quasi invariabilmente,
essi presentano il medesimo aspetto: il protagonista "classico"
di Gimenez è un uomo tracagnotto, con la barba di tre giorni,
i capelli chiari a caschetto, il naso schiacciato; le donne di
Gimenez, con rarissime eccezioni, condividono lo stesso volto,
tutt'altro che fascinoso (anzi, piuttosto mascolino).
Per altro, Gimenez è capace di vivacizzare
le sue tavole con invenzioni visive di grande efficacia, quali
le prospettive "a occhio di bue", le visioni soggettive,
la moltiplicazione di immagini, i "pozzi frattali" di
vignette che cadono dentro altre vignette in una regressione all'infinito.
Tutte queste tecniche "non ortodosse" sono però
dosate con grande equilibrio e mestiere, tanto che a una lettura
superficiale possono anche sfuggire, celate dalla nuvola dei dettagli
tecnici che, con la semplice forza del numero, ottundono l'occhio.
Non è da tutti.
curiosità e spunti
Il messaggio immediato, il più evidente,
che si riceve dalla lettura de "La Città" riguarda
la disumanizzazione e l'angoscia che affligge la vita nelle odierne metropoli.
La Città è una metafora di comprensione ovvia, è
un distillato di inquietudini che chiunque viva o abbia vissuto
in una delle nostre realtà urbane non può fare a meno di condividere.
Tra le righe del fumetto, niente affatto nascoste,
si evincono considerazioni colme di un pessimismo nero, totale.
Ci viene suggerito che, superate certe dimensioni (massa critica?),
una città acquisisca una volontà e consapevolezza
indipendente da quella dei suoi abitanti, che da quel momento
non ne godranno più le comodità, ma le subiranno.
La città da quell'istante diverrà un dio geloso
e maligno, che giocherà con i miseri mortali che zampettano
come insetti per le sue strade: essa blandirà, tormenterà,
cambierà le regole della partita quando più le farà
comodo, e se si mostrerà benigna sarà solo per colpire
alle spalle. Nella città, da quel momento, non ci sarà
spazio per solidarietà, affetto o tolleranza: ogni uomo
sarà solo, nemico mortale del suo simile, e dovrà lasciar
da parte scrupoli e pietà per sopravvivere. Homo homini
lupus. L'odio, soltanto l'odio sarà il padrone.
Sono inquietudini che trovano terreno fertile,
in noi che passiamo ore al mattino prigionieri di ingorghi stradali,
inveendo e gridando oscenità astiose verso gli altri automobilisti,
ringhiosi avversari nella guerra dei sorpassi e dei posteggi;
in noi che ci faremmo tagliare una mano piuttosto che rivolgere
la parola al vicino di casa accanto a cui viviamo magari da decenni;
in noi che cambiamo disgustati marciapiede per evitare il contatto
con un tossico, un nomade, un barbone; in noi camminiamo a occhi
bassi e labbra strette, evitando i vicoli bui e voltando lo sguardo
di fronte alla prevaricazione; in noi che ci facciamo scudo di
antifurti, indifferenza e pavidità, e non ci sogneremmo mai di intervenire
per sventare un crimine commesso sotto i nostri occhi...
Magari ci sforziamo di ignorarle, queste inquietudini,
quando chiudiamo a tripla mandata la porta di casa per lasciar
fuori i fantasmi della notte. Ma esse restano, dentro di noi.
"La Città" è un indice accusatore, è un
allarme che ci riporta alla mente quanto avevamo cancellato. E
in fondo il compito dell'arte è proprio questo: far emergere
in superficie quanto gli uomini rimuovono.
Eppure, dopotutto, nella Città la speranza
esiste ancora. Jan, che è così facile riconoscere
quale nostro alter-ego, non si rassegna, non abbandona mai la
propria umanità, che vuol dire soprattutto serbare la capacità
di opporsi. Egli è conscio della futilità dei suoi
sforzi (ha senso cercare l'uscita dalla Città? Ma cosa
ha veramente senso, poi?), eppure non si da per vinto,
consapevole che, soprattutto, ciò che conta è porsi
uno scopo. Ognuno degli inquietanti, schizoidi e paradossali personaggi
che affollano la Città ne ha uno: il pifferaio magico sogna
il mare, per affogarvicisi col suo esercito di topi; il cecchino
solitario cerca il computer centrale dell'AutoSuperMarket, per
distruggerlo e impadonirsi delle scorte di cibo; gli abitanti
del Quartiere Castello tentano di vincere il caos attraverso l'obbedienza
e la disciplina... Tutti evitano di porsi domande, consci che
la Verità sui grandi Perché (chi siamo? chi ci ha
condotti qui? per quale motivo?) è fuori portata, ma che
rimarranno uomini finché si batteranno per qualcosa in
cui credono. Una visione della vita di tragica grandezza, che vale
anche per noi, dopotutto. C'è una vera differenza, in fondo,
tra l'essere all'interno della Città o fuori?
Profondamente significativo, a tal proposito,
l'episodio in cui Jan e Karen, in grandissimo pericolo di vita,
vengono salvati nientemeno che da un esercito formato dal Conte
Dracula, il Mostro di Frankenstein, l'Uomo Lupo, la Mummia e Alien,
ovvero da esseri irreali, nati dalla penna dell'Uomo. Il significato
è ovvio: di fronte alla schizofrenia della metropoli, e
alla concreta possibilità di perdere la propria umanità,
l'unica salvezza è affidarsi alla forza della Fantasia.
Da non dimenticare.
Uno spunto interessante, appena accennato nella
prima serie de "La Città" e approfondito nella
seconda, riguarda l'esistenza di varchi tra le dimensioni parallele.
Jan e Karen giungono nella Città, inconsapevolmente, attraverso
uno di questi; Marlowe (il protagonista della seconda serie),
ne percorre un altro volutamente.
Barreiro e Gimenez si
guardano bene dallo spiegarci il meccanismo dei varchi: sviscerare
la teoria non aggiungerebbe nulla al fascino dell'idea. E' più
evocativo mostrarci la topologia del Nastro di Moebius, ed elencarci
i luoghi ove storicamente sono stati osservati fenomeni riconducibili
a varchi dimensionali (dal celeberrimo Triangolo delle Bermude
agli inquietanti giardini del Petit Trianon a Versailles).
Ultimo spunto da sottolineare, l'omaggio che
Barreiro e Gimenez tributano a Oersterheld e al suo capolavoro,
L'Eternauta (ne abbiamo parlato sul
numero 19).
Nell'ultima puntata della prima serie Jan
e Karen si imbattono nientemeno che in Juan Galvez, il protagonista
del celebre fumetto. Galvez rivela agli sbalorditi Jan e Karen
un finale alternativo per la propria storia: la macchina spazio-tempo
che egli aveva inavvertitamente azionato a bordo dell'astronave dei
"Loro" lo ha fatto oscillare, come il peso di un pendolo, attraverso miriadi
di universi paralleli : egli è
stato schiavo in miniere governate da robot, marinaio in mondi
ove l'unica energia conosciuta era quella del vento, partigiano
in una realtà ove Hitler aveva vinto la guerra... Ma, alla
fine, il pendolo si è fermato, depositandolo crudelmente
nel mondo folle e spietato della Città. Eppure Galvez è
sereno: stanco, ha deciso di farla finita, e di raggiungere la
famiglia e tutti gli amici morti. Ma la sua non è una resa:
dalla trappola della Città c'è pur sempre un altro
modo di fuggire. E scegliere il tempo e il modo di spegnere le
luci sul palco significa comunque vincere la partita.
Alla prossima.
 
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