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lino aldani e le idee

Dalla scrittura mimetica ai piani narrativi, dalla tecnologia all'alienazione, una veloce disamina dei temi e delle idee di Lino Aldani sulla scrittura e sulla fantascienza.
aldani e la scrittura mimetica
Luce D'Eramo ha notato che il linguaggio di Aldani si adatta sempre perfettamente alla storia in questione. Lei ha parlato di uno stile diretto che aderisce di volta in volta alla storia narrata.
Questo aspetto in Aldani è realmente presente, e in racconti come Buonanotte Sofia credo che questa capacità di Aldani tocchi davvero alti livelli. Il principio generale sarebbe che ogni racconto abbia un suo registro linguistico, un suo ventaglio di vocaboli, e che questi siano perfettamente conciliabili, anzi, debbano essere esattamente quelli richiesti, dalla storia e dallo spessore psicologico del personaggio in questione.
Quello che certamente non è comune trovare, è all'interno della stessa storia un narratore che sia capace di cambiare registro linguistico in base all'ambiente in cui è immerso il punto d'osservazione (sul punto di vista faremo qualche accenno separatamente).
In Buonanotte Sofia Aldani passa da due stati di descrizione molto lontani tra di loro, quasi antitetici. Il suo narratore si trova a dover descrivere momenti di "sogno" e di "veglia". Questi vengono narrati con linguaggi molto differenti, che tendono ad evidenziare e separare i due possibili stati. In questo modo Aldani ottiene un momento di sogno in cui è evidente, non solo lo stato "onirico", ma addirittura lo stato "artificiosamente onirico"; e a questo contrappone una diversa narrazione tenuta per i momenti di veglia, che permette di distinguere e caratterizzare i due momenti.
Il sogno dozzinale, la fantasia sessuale massificata, vengono resi con un linguaggio che, agli occhi dell'attento lettore, tende a svilirla. Troviamo sacerdotesse esotiche standard che si susseguono a combattimenti violenti in cui vengono portati i colpi più classici del genere. Insomma, la morte della fantasia che nel sogno viene resa con la morte del linguaggio e della fantasia descrittiva, e giù con seni turgidi e colpi alla mascella degni della fantasia perversa di un bambino di sei anni.
A questo linguaggio si contrappone quello molto più lucido e fantasioso che Aldani usa quando affronta il momento della veglia, un linguaggio alto che ci narra di un mondo in cui la varietà e la fantasia sono morti.
E' come se alternativamente Aldani usasse lo stile e il contenuto per narrarci questa morte della fantasia (giusto perché in questo momento mi viene comodo soffermarmi su quest'aspetto). Nei momenti onirici apparentemente vivaci la dozzinalità ed artificiosità del contesto ci viene rammentata attraverso lo stile e il linguaggio ripetitivo e ridotto ai minimi termini espressivi. Quando la morte dello spirito è chiara e palese nei contenuti, attraverso tutti quei colori smorti, allora Aldani può lanciarsi in una scrittura che sicuramente gli è più congeniale (ipotesi mia, chissà, magari preferisce scrivere in modo dozzinale e ha fatto una fatica del diavolo a scrivere tanti racconti in modo così elegante!) e che risulta decisamente più ricca e comunicativa.
Quello che sta alla base di un racconto è la comunicazione. Aldani ha un'idea in testa, ed è quella che ci vuole comunicare, e di volta in volta lo farà nel modo più opportuno col linguaggio e la struttura narrativa più adeguata.

Il caso più eclatante fra i racconti è quello di Scacco doppio. Qui sin dal titolo è dichiarata una duplicità della narrazione, una partita che viene giocata contemporaneamente sul piano da gioco e nella vita.
Oltre questa prima frammentazione se ne intravede un'altra, quella del protagonista che gioca con se stesso una dura partita: egli sa che comunque vada a finire ha perso, non potrà accettare alcuna risposta, non potrà accettare alcuna verità portata dalla sua compagna. Egli ha acquisito una consapevolezza che lo rende un uomo fottuto, per sempre. Nel racconto si insinua quindi un'altra partita, quella che l'uomo gioca con se stesso; un altro scacco che egli è destinato a subire perché non è capace di ingannarsi e di crearsi una falsa verità che gli permetta di vivere in una dolce, opaca, tranquillità, quella di chi non immagina nulla. Egli è condannato dalla sua consapevolezza. Lo scacco è doppio, sì, ma la scacchiera è lontana: egli si vede sconfitto prima nel sociale e poi dentro la propria interiorità.
Altre volte il discorso può essere più chiaro (anche la differenziazione dello stile narrativo in Buonanotte Sofia potrebbe farsi rientrare in questo contesto), e significativo in questo senso è In attesa del cargo in cui in una sala d'aspetto di uno spazioporto si svolge la scena di un perditempo che avvicina un passeggero in attesa del suo cargo per raccontargli la sua storia. Il dialogo che si instaura si svolge su due piani strettamente legati ai ruoli che rivestono i due personaggi nella storia: quello diffidente del passeggero, e quello astuto e appassionato dell'uomo che racconta la sua storia.
Sotto un altro aspetto anche in Trentasette Centigradi troviamo una narrazione stratificata, infatti, sebbene la loro presenza sia evidente ovunque (nelle conseguenze del loro operato preventivo), non si vede mai un medico. Tutta la narrazione viene svolta con quella presenza in sottofondo, come se il piano su cui scrive Aldani fosse sensibile al piano operativo su cui giacciono i medici; ma la comunicazione è a senso unico: la storia di Aldani risente della presenza ad un altro livello dei medici, ma i personaggi che si muovono sul piano narrativo nulla possono per intervenire sui colpevoli della loro infelicità.
Eco scrisse che i libri parlano di Libri; la Willis parafrasandolo sostenne che i libri parlano con i libri. E per far tutto ciò un autore cita spesso altri, per richiamare un universo di significati e sensazioni che egli vorrebbe evocare nel lettore, per richiamare e ricreare quel complesso di emozioni che egli ricorda in tranquillità scrivendo (e, giusto per tenersi, in tema questa è una citazione; esattamente del tipo che si può usare in letteratura).
Aldani ha frequentemente usato delle citazioni, in modi e con finalità di vario genere.
Le citazioni altro non sono che degli ammiccamenti al lettore, da Aldani stesso sono state definite un po' come i canditi nel panettone, la ciliegina sulla torta. Un abbellimento, qualche volta un alibi.
La citazione può in estremi casi usarsi per non essere accusati di plagio. "Ma spesso" dice Aldani "è soltanto un comodo espediente, una scorciatoia, per rendere più agile e incisiva la narrazione, confidando sull'esperienza culturale del lettore".
Il rischio è di non essere capiti, e per questo lo scrittore deve correre al riparo. Tuttavia lo scrittore, nell'atto dello scrivere non può prescindere dalla figura del lettore modello. Perché, sebbene non si voglia negare la libertà interpretativa, lo scrittore ha bisogno di mettere dei paletti affinché la sua opera sia interpretata con un certo margine di univocità.
La letterarietà dei molti personaggi aldaniani, il continuo rimbalzo di certe figure letterarie, serve a questo: ci dà un'idea dell'universo in cui dobbiamo andare a cercare i significati di quell'opera. Possiamo muoverci liberamente lì dentro, ma delle precise indicazioni da parte di Aldani il lettore attento le trova, e sa cosa vuol comunicare Aldani, sa quali emozioni Aldani sta tentando di ricreare dentro di noi.
Tutto ciò provando a non inficiare più di tanto la godibilità di una storia, e la possibilità di entrarvi dentro.
Un caso emblematico potrebbe essere Doppio psicosomatico che molto si rifà a La stanza di Jean Paul Sartre. Il racconto è denso di significati al di là dei suoi legami con l'opera di Sartre. Però, risulterà sicuramente più incisivo per chi già conosce l'opera del filosofo francese (La Stanza è un'opera di narrativa di Sartre che potete trovare in un'antologia di racconti Il muro edita nei tascabili Einaudi).
Mettetevi a guardare i fenomeni del nostro mondo come fossero nuovi ed inconcepibili. Siete sulla buona strada per far scaturire od intuire le leggi che li governano.
Di mele ne sono cadute molte, ma di gente che si è posta dinanzi al fenomeno come fosse nuovo ed inconcepibile non se n'è vista molta.
La fantascienza ha questo gusto del porsi dinanzi alle cose con quest'atteggiamento, con voglia di scoprire, di far scaturire leggi, di descrivere il "come" di certe cose e, se necessario, di prepararsi a combatterlo.
Badate bene, in Aldani è presente solo la parte distruttiva. In lui l'analisi del mondo attraverso questi occhi nuovi serve solo a far emergere le ingiuste leggi e il grado di necessità di rifare il mondo che sono presenti. Ma questa presa di coscienza è essenziale perché una rivoluzione possa attuarsi e forse anche l'introdurre questo straniamento cognitivo come costume ha in sé qualche speranza.
Lo straniamento cognitivo attraverso cui opera la fantascienza appare molto evidente in quei racconti che poco sembrerebbero aver a che fare con la SF.
In Visita al Padre la fantascienza sta in quel bambino che non è capace di riconoscere una lucertola, una quercia. Lì Aldani guarda al mondo con occhi fantascientifici, si pone con occhi nuovi di fronte alla realtà e nota che se le cose cambiassero in un certo modo (se cioè si verificassero le tragiche condizioni sociali indicate nel racconto) la nostra capacità di afferrare certi fatti che oggi ci appaiono scontati verrebbe fortemente pregiudicata. Non si tratta come in tanta fantascienza (Asimov in testa) di zoo in cui troviamo in mostra cani e mucche divenuti ormai rarissimi, si tratta di tutto un mondo che domani potrebbe sparire davanti ai nostri occhi. Di un universo di valori che domani potrebbe non valere più nulla, di un padre che giudica obiettivamente brutto il figlio e che ci appare distante anni luce dal nostro universo sociale. Questo, Aldani, l'ha visto guardando a quel mondo che tanto poco sembra differire dal nostro, osservandolo con occhio fantascientifico, osservandolo con occhi nuovi, e scoprendo quali solo le leggi che potrebbero stare sotto ad un simile deterioramento interiore della nostra umanità che fuori appare così in salute e civilizzata.
Questa è quella fantascienza che si pone i problemi e poi guarda dove questi portano. La fantascienza non si propone di spiegare l'essenza di alcun fenomeno, li pone come problemi, e guarda dove portano, guarda le leggi che vi stanno sotto.
Autori che hanno pesantemente influenzato Lino Aldani sono certamente, e anche per sua ammissione, Henry James e Hemingway con la loro religione del punto di vista.
Il punto di vista e la prospettiva, per quanto siano intimamente connessi, restano comunque distinti: il punto di vista è l'angolo visuale in cui si colloca il narratore o il personaggio per percepire o per "vedere" la realtà; la prospettiva è l'esito di questa percezione.
Aldani nella gestione del punto di vista è sempre stato ferreo senza ammettere sbavature: l'angolo visuale da cui riprendere la scena è sempre stabile e determinato, e rimane coerente a se stesso lungo l'arco di tutta la narrazione. Di Aldani ho molto sentito parlare come uomo attento fino all'inverosimile ai minimi dettagli delle sue opere, e il risultato sono opere in cui non sono mai presenti espressioni che possano lasciar intravedere un punto di vista differente da quello che lui vuole mantenere.
Lo stesso potrebbe dirsi per il punto di vista ideologico che rimane fermo e costante per tutta la sua opera, intendendo ciò in senso letterale, poiché Aldani si è mantenuto coerente durante l'arco di tutta la propria produzione letteraria.
Innanzitutto chiariamo che Aldani è un uomo con una buona preparazione scientifica. A questa si aggiunge però una solida preparazione umanistica che gli ha permesso di superare gli stilemi di un genere che all'inizio non accettava molta espressività letteraria.
La tecnologia in Aldani è sempre fonte di alienazione.
Lo slogan che più o meno suona "il lavoro alle macchine e il tempo agli uomini"; l'indubbio innalzamento della qualità della vita dovuto al progresso tecnologico; ed altri fattori porterebbero a veder come poco fondata una simile tesi.
Ma avviciniamo lo sguardo...
La prima cosa che devo rilevare in un simile atteggiamento è una precisa presa di posizione contro il capitalismo, e la premessa è molto marxiana a questo punto: in una società capitalista, le macchine in mano ai grossi produttori servono solo ad abbassare il costo della merce aumentando il plusvalore, non servono ad aumentare il tempo libero, il tempo dell'uomo.
I protagonisti di Aldani un qualche lavoro lo svolgono sempre, quanto meno come funzione di controllo sul loro tempo libero e sulla loro capacità d'acquisto.
La problematica del lavoro è complessa e la ritroveremo parlando della schizofrenia dei suoi personaggi, dell'esaltamento della funzione primaria e della condanna dell'individualismo.
Per ora limitiamoci a rilevare che la tecnologia non costituisce mai il novum (il novum potete intenderlo come un operatore che applicato ad un'opera ci fornisce o meno la sua appartenenza alla fantascienza; il novum è quell'elemento che caratterizza un'opera come fantascientifica), ma serve spesso per ribadire una necessità di trovare dentro l'uomo certe capacità per uscire da situazioni tragiche.
Non ho mai letto La luna dalla venti braccia, però dalla critica letta a proposito mi pare che in questo racconto del primo periodo ci fosse molto ottimismo in Aldani.
Sulla Terra scoppia un'epidemia terrificante; l'unico rimedio è la xemedrina, un vegetale delle lune di Saturno. L'unica speranza è andare a prendere questo vegetale, e tornare sulla terra per bloccare il flagello. Una moderna nave raggiunge il satellite in poco tempo, ma, per problemi tecnici, prima di ripartire deve necessariamente liberarsi di 950 kilogrammi di materiale in più. Dopo aver eliminato tutto l'eliminabile rimangono ancora sessantaquattro chili in eccesso per poter effettuare il decollo. A questo punto, nota Curtoni, "la soluzione non può essere tecnica, ma umana: il comandante della nave decide di far tagliare a tutti i membri dell'equipaggio, compreso se stesso, il braccio sinistro per eliminare gli ultimi sessantaquattro chili di troppo".
Ed è sempre così, la soluzione non sta mai all'esterno, la soluzione sta dentro l'uomo, anche quando ciò viene profondamente narrato in metafora le cose non cambiano: la soluzione, come i problemi, stanno dentro e la soluzione è sempre umana e mai tecnologica.
La tecnologia può essere fonte di alienazione, diretta o indiretta, mai soluzione.
Indiretta quando attraverso l'uso degli onirofilm distrugge l'umanità di Buonanotte Sofia. Aliena direttamente l'uomo quando in racconti come Tecnocrazia integrale un super computer che controlla tutto impone uno stile di vita in cui il rigore scientifico e l'esattezza matematica sono i valori fondamentali e distruggono l'equilibrio interno di ogni uomo.

Abbiamo spesso parlato delle tendenze individualistiche odierne, e della virata di certa SF in questo senso.
Sotto aspetti radicalmente differenti, sostanzialmente da un punto di vista socialista, Aldani la sua condanna all'individualismo sfrenato e la sua anticipazione di questa tendenza l'aveva fatta già a partire da trenta anni fa.
Il protagonista di Trentasette Centigradi muore perché da solo la rivoluzione non la può fare. Ma oltre questa scontata presa di posizione Aldani, ravvisa Domenico Gallo, affronta una vasta problematica della dialettica dell'individuo.
L'individuo, per affermarsi come tale nel mondo perduto che dipinge Aldani, deve contrapporsi e brillare in risalto nei confronti della società e della classe.
Il mio potrebbe essere un discorso molto pericoloso...
In Aldani mi pare di poter ravvisare che c'è da una parte l'idea che l'individuo da solo non possa interagire con la realtà, non la possa modificare (in piena aderenza con la sua fede socialista), ma più in là vi è anche la consapevolezza che aderire ad una massa dotata di intelligenza superiore, aderire cioè ad una massa in un punto che sta sotto il suo baricentro direttivo comporta un annichilimento dell'individuo che non è un elevarsi a struttura più alta. L'individuo non viene rinfrancato del suo perdersi nella collettività da un macrorganismo che lo gratifica, egli viene semplicemente assorbito in un contesto più grande che lo spegne, lo devitalizza.
Questo è quanto succede in Tecnocrazia Integrale, Buonanotte Sofia, Trentasette Centigradi e molti altri racconti
L'uomo è costantemente immerso in una complessa struttura sociale, organizzata, basata sullo sfruttamento delle capacità dei singoli. Ogni uomo all'interno della struttura può (deve) adempiere ad una sola funzione (fosse anche quella di non rompere le scatole, svolgendo un lavoro inutile che lo tenga solo impegnato).
In un mondo prepotentemente lanciato verso il progresso è essenziale che ognuno svolga un'attività utile e che su questa concentri tutte le sue energie, e che quindi, complementarmente, veda sporco di una sorta di senso di colpa tutto ciò che lo distolga dalla sua attività primaria, portandolo a costruirsi delle scappatoie per permettersi tali misere deviazioni.
Anche Shiller, che sull'opportunità della sublimazione della funzione primaria è stato ampiamente critico, in un passo delle sue Lettere sull'educazione estetica dice che "solo concentrando tutta l'energia del nostro spirito in una direzione e raccogliendo tutto il nostro essere in un'unica forza, diamo ad essa una sorta di ali che permettono di superare i limiti che la natura sembra averle assegnato" (VI Lettera).
"Nel nostro tempo" scrive a questo proposito Jung in Tipi Psicologici "vi è un abisso tra ciò che un uomo è e ciò che rappresenta, tra la sua individualità e la sua funzione di essere collettivo. La sua funzione è sviluppatissima, ma non lo è la sua individualità."
Ci sono due esigenze che si contrappongono e che, almeno allo stato attuale dell'esistenza sociale, difficilmente si potranno armonizzare: la necessità dell'individualità di progredire armoniosamente attraverso un equilibrato sviluppo delle proprie funzionalità, e la spinta della specie umana verso una propria crescita, spinta che si attua armoniosamente nel macrorganismo sociale in cui viviamo attraverso le forti spinte individuali sintonizzate su una sola attività di forte intensità. (Armonia sociale attraverso una forte disarmonia individuale). "Un'attività unilaterale delle forze" che, dice Shiller, "porta immancabilmente l'individuo all'errore, ma la specie alla verità".
Lo sviluppo della funzione primaria è alla base della costruzione sociale. Ma, continua a dire Jung, "è molto facile che tra le funzioni emarginate si nascondano dei valori personali di notevole portata, i quali, se hanno una limitata importanza collettiva, sono di importanza estrema per l'individuo. Questi valori sono capaci di donare al singolo una pienezza di vita che non potrebbe certo attendersi dalla sua funzione sociale". La funzione sociale, d'altronde, attribuisce all'uomo un ruolo sociale, gli conferisce un'identità permettendogli di esistere nella collettività. Tuttavia questa da sola non basta per donare quella soddisfazione e gioia di vivere che può essere donata solo dallo sviluppo dei valori propri dell'individuo.
Allora la ferita rimane aperta, e degenera, sovente drammaticamente, nel male di questo secolo: un'asfissiante alienazione di cui pare impossibile liberarsi. E' una ferita che sente profondamente Schiller: "Anche se il mondo nella sua totalità può trarre grandi vantaggi dallo sviluppo separato dalle capacità umane, senza dubbio gli individui che sottostanno ad esso soffrono molto per questa universale finalità".
E quelli che soffrono sono gli individui di Aldani. I colori smorti di Buonanotte Sofia, la loro funzionalità, la loro ristrettezza, sono la metafora di un'umanità che ha trovato poche essenziali capacità umane che le bastano per progredire e da ogni uomo pretende solo queste e non accetta altro, distrugge ogni altra capacità. Distrugge (frammenta) quell'uomo che ci portiamo dentro, per raccattare quelle capacità che potranno tornare utili.
A questo punto l'eroe di Aldani è lo stesso eroe di Camus, è un eroe stanco e triste. E' un eroe che rifiuta i bisogni imposti e rifiuta il lavoro quando questo serve solo alla società dei consumi che lo uccide poco alla volta. (Si pensi sempre al protagonista di Trentasette Centigradi, lavora solo per pagare la Convenzione Medica, e per pagarsi gli inutili gingilli che gli vengono proposti dalla continua pubblicità; non è forse un lavoro da rifiutare?)
L'eroe di Aldani assume così un comportamento divergente dalla società che lo pone come antisociale. Rifiuta di appartenere ad una società in cui il lavoro e il tempo libero, cioè tutto lo spazio dell'uomo, vengono strumentalizzati con finalità alienanti che puntano ad avere dei cittadini consoni alla società in questione.
Da questo quadro emerge con chiarezza il perché i personaggi di Aldani debbano essere schizofrenici. E per sua stessa ammissione le cose stanno così "se per schizofrenia dobbiamo intendere quel disturbo della personalità che provoca discontinuità, dissociazione, frammentazione della vita psichica, per cui il soggetto si dimostra incapace di mantenere un sintonico contatto con la realtà".
I personaggi di Aldani sono schizofrenici; sono da un lato lo specchio dei sottoprodotti del nostro mondo, ma contemporaneamente sono la ferrea conseguenza dei mondi possibili immaginati da Aldani... mondi impossibili sarebbe meglio dire, mondi che hanno tutti in comune l'invivibilità dovuta alla loro tendenza a deviare l'animo umano e rifarlo daccapo, rifarlo ad immagine e somiglianza del cittadino modello su cui sono ottimizzati.
I personaggi di Aldani sono schizofrenici, e pertanto sono portati all'alienazione sociale.
Dell'alienazione avremo modo di parlare ampiamente affrontando i racconti
Nella lettura dei suoi racconti dovremo porre l'attenzione sia sulla genesi dell'alienazione sia sulla sua accettabilità a livello di logica esistenziale.
Quest'argomento lo affronteremo separatamente, adesso ci limitiamo ad osservare che l'alienazione sociale nasce per Aldani soprattutto dalla tecnologia quando essa è inserita in un contesto capitalistico (o, quanto meno, quando essa è fine a se stessa).
Curtoni proprio sulla genesi dell'alienazione sociale in Aldani ha scritto che: "Il grave pericolo che incombe su di noi è quello di vederci sorpassati da ciò che abbiamo creato: la macchina sa intuire la debolezza del suo costruttore, e può giungere al punto di strumentalizzarla."
Io direi che la macchina sa intuire quali sono le nostre capacità, essa, in senso lato, è costruita per radiografare le potenzialità dell'uomo che la usa ed estrarne le sue migliori capacità. La macchina in un'ottica capitalistica rimane sempre un oggetto che aumenta il plusvalore a disposizione della classe dominante! Qualunque strumento per la crescita sociale passa sopra l'uomo inteso come individualità, punta più in alto. E se ciò non è controbilanciato, se non sono presenti ammortizzatori sociali il colpo può esser duro da assorbire.
Questo è un messaggio importante che ci lancia Aldani. Possiamo andare lontano, ma non dobbiamo lasciarci la pelle per strada.
A volte l'alienazione di cui risentono i personaggi di Aldani si confonde con il senso di colpa.
Essi diventano asociali per non essere schiavi, per fuggire da certe imposizioni; e in questo modo si tirano fuori da un qualsiasi processo costruttivo. Sono sempre soli, quindi non possono ricostruire (se non a livello strettamente personale, come in Doppio psicosomatico dove l'alienazione dal mondo e la fuga in una universo fittizio rappresentano la costruzione di un'alternativa interiore, intima e personale), essi - come la letteratura di Aldani - si limitano alla parte destruens.
La stessa sensibilità che risveglia in loro la necessità di uscire dallo schema, li fa sentire in colpa per l'incapacità di proporre una valida alternativa.
Dire no, opporsi, non basta. Bisogna indicare un'altra strada. E questo non lo fanno i personaggi di Aldani. Forse questo non è compito della letteratura, come lascia sospettare Aldani, ma ho personalmente dei dubbi su ciò.
Altra sfumatura di questo senso di colpa è legata alla necessità che sviluppano alcuni personaggi di cercare un equilibrio interiore delle loro funzionalità, a discapito della funzione primaria. Rinunciare al primato della propria funzione di utilità sociale implica non partecipare più con tutte le proprie forze al cammino di moto comune che sta portando tanto lontano l'umanità. Il conseguente senso di colpa (disagio) è innanzitutto indotto dall'esterno, uno stratagemma per evitare queste fughe; più profondamente è anche di matrice interna, dovuto al disagio di un protagonista cui non rimane null'altro da fare che ritrarsi. Ammissione che risulta dolorosa per chi condivide le posizioni ideologiche di Aldani.
La discussione sul potere che è in sottofondo in tutte le sue opere, prorompe nel romanzo Eclissi 2000 in cui Aldani ci propone una parabola del potere.
Il potere non è necessariamente maligno, ricorda Aldani citando Saint Just, anche quando dice menzogne per governare. Nessuno governa senza colpe, ma ciò non significa automaticamente che ogni governo è assolutamente ingiusto e maligno. Questa è la sua parabola.
"Mi può capire benissimo chiunque abbia militato nelle file di un partito rivoluzionario e vi abbia ricoperto un ruolo di responsabilità. Il discorso vale per tutte le organizzazioni rigide, gerarchiche. Ti sei mai domandato" chiede Aldani a Curtoni che lo stava intervistando "come debba comportarsi un rivoluzionario che deve "salire" nella gerarchia? Io ho militato in un partito rivoluzionario, e tu sai che la rivoluzione si regge su una grande menzogna, così come l'ordinamento della Terra Madre: ogni vero rivoluzionario sa di promettere qualcosa che non può essere realizzato subito, ma solo a lunghissima scadenza. La stessa cosa avviene su Terra Madre. [...]
"D'altronde, se si è convinti che non esista salvezza all'infuori del partito, non fa nessuna differenza dichiarare che "fuori" c'è il nulla anziché l'inferno. I coloni della Terra Madre accettano le privazioni di bordo perché sono convinti che al di là delle paratie ci sia il vuoto siderale, cioè la morte; e questa non è una menzogna, perché fuori c'è davvero la morte, anche se dovuta alle radiazioni. E' questa la verità che non si può dire perché se no qualcuno comincerebbe a sentirsi turlupinato, concluderebbe che l'inferno è dentro e la salvezza fuori."
Qui c'è tutta la parabola del potere, il potere che noi siamo abituati a vedere con un'immagine negativa sempre e comunque, che a noi pare voglia perpetuarsi solo per il gusto del potere in sé.
Aldani si trova a dover riconoscere che, storicamente, chi ha avuto il potere l'ha perpetuato per il solo gusto del potere, ma poi deve aggiungere che "se effettivamente vogliamo fare la rivoluzione, se crediamo in un futuro diverso, dobbiamo anche ammettere che prima di arrivare alla meta della libera anarchia si debba necessariamente passare attraverso la tappa di un potere esercitato da qualcuno. E questo potere non è detto che sia a priori malvagio in sé e per sé, o che agisca solo per perpetuarsi.
"Se non avessi questa convinzione cesserei immediatamente di considerarmi un uomo di sinistra, un rivoluzionario. [...] La nostra dev'essere una "disperata resistenza"; se no potremmo spararci subito".

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