Arturo:
Ogni tanto ho pensieri molesti, uno dei più frequenti, ultimamente è: ma quello che io e te intendiamo come fantascienza esiste ancora? Preciso meglio la domanda: quello che per noi era fantascienza (romanzi, film, serie, fumetti) quando ci siamo approcciati al genere è lo stesso genere che approcciano le nuove generazioni oggi?
Andrea:
Comincio a rispondere alla tua domanda in ordine sparso: ma quello che io e te intendiamo come fantascienza esiste ancora? Faccio una piccola premessa, non so quale sia stato il tuo primo approccio al genere – magari se ti va poi me lo racconterai – il mio “primo contatto” con la fantascienza è stato televisivo. Avrò avuto 6 anni o forse meno, era un sabato sera di metà o inizio anni '80 (mi ricordo il giorno perché mio padre aveva portato a casa la pizza e succedeva sempre di sabato) e gli adulti non avevano voglia di telegiornale. All'epoca non c'erano molte alternative all'ora di cena, così decisero di guardare una puntata della serie classica di “Star Trek” in replica da qualche parte. Una scelta imprevedibile e del tutto casuale: i miei genitori non sono mai stati appassionati di fantascienza, anzi… Ricordo ancora l'episodio (“Arena”), il capitano Kirk se la doveva vedere a mani nude con un Gorn, una specie di dinosauro umanoide. A osservare lo scontro dall'Enterprise, senza potere intervenire, c'era il resto dell'equipaggio raccolto attorno a Spock che faceva una specie di telecronaca senza mai scomporsi, da perfetto vulcaniano. Per me è stata una folgorazione. La mia idea (e la mia fame) di fantascienza si è plasmata quella sera, poi col tempo si è allargata e complicata, ma il cuore è ancora lì: uno scontro all'ultimo sangue che si risolve con l'intelligenza e l'empatia. Ecco, per venire alla tua domanda, in televisione quella fantascienza onestamente la vedo poco oggigiorno e ho i miei dubbi che potrebbe avere, su un bambino di 6 anni del 2025, lo stesso impatto. I ragazzi oggi prediligono storie in cui è la forza fisica la cosa importante e la risposta standard ai vari problemi, perlomeno è quel che vedo osservando i gusti di mio figlio (ora ha 12 anni). Tra “Star Trek” e “Star Wars” sceglierebbe sicuramente il secondo con le spade e i superpoteri, da lì il passo al fantasy è quasi scontato. La mia impressione generale è che, dopo un'epoca in cui si è esaltato l'intelligenza e la complessità, siamo passati a una fase in cui chi mena per primo, mena più forte. Questa cosa è ancora più evidente nei videogiochi di fantascienza, uno dei media più importanti per i ragazzi, sono quasi tutti appartenenti al genere action. Basta dare un'occhiata al catalogo di Steam per farsi un'idea. E pensare che io, ancora oggi, ogni tanto ripenso allo strategico a turni basato su “Dune”…
Arturo:
Preciso meglio la domanda: quello che per noi era fantascienza (romanzi, film, serie, fumetti) quando ci siamo approcciati al genere è lo stesso genere che approcciano le nuove generazioni oggi?
Andrea:
Generalizzare è sempre sbagliato ma, per amore di discussione, ti posso dire che la fantascienza secondo i nostri contemporanei è quasi sempre una storia action ambientata in un futuro più o meno remoto e, di solito, poco originale (leggi: riciclato). Non dico sia una cosa sbagliata, ogni tanto piace anche a me leggere o vedere una bella storia di azione con le astronavi o la gente con gli innesti cyberpunk, ma tutta quella parte di astrazione e speculazione di una certa fantascienza del passato mi pare sia finita molto in secondo piano. “Arena”, tanto per riciclare l'esempio di prima, era una storia action che però ti portava a riflettere sulla violenza, tracciava un confine netto nella testa degli spettatori, una linea da non superare per evitare di passare dalla legittima difesa all'aggressione. Una cosa valida non solo tra le stelle, ma anche qui, sulla Terra. La famigerata morale! Molti inorridiscono quando lo dico perché nel 2025 è diventata quasi una parolaccia, ma secondo me la buona fantascienza deve avere una morale o perlomeno proporre una riflessione su una questione morale. Altrimenti succede che il film action nel futuro lo vedi, ti diverti e un secondo dopo non ti ricordi nemmeno cosa hai visto.
Arturo:
Ad essere sincero il mio primo contatto con la fantascienza è stato con l'Oscar Mondadori “Cronache della Galassia” di Isaac Asimov che, a dispetto di una copertina austerissima, si rivelò una storia affascinante, poi seguirono diverse traversie televisive vuoi perché Telemontecarlo si riceveva malissimo, vuoi perché c'era un solo televisore, ma anche io rimasi flashato da “Star Trek”. Confesso, invece, di essere del tutto inetto con i videogiochi, non riesco a farmeli piacere. Certo è che tanti degli argomenti ipotizzati in quegli anni di romanzi e film ora sembrano attualità scontata o futuri possibilissimi. Ho letto di un condominio enorme in Cina, roba che fa di “Condominium” di Ballard un romanzo obsoleto, Elon Musk in questi giorni sta parlando di una “legione romana di Robot”, ho visto foto di androidi simili a quelli di “Westworld” e poi, a proposito di “Star Trek”, usiamo quotidianamente tecnologia ispirata a quella serie. Quindi di cosa “dovrebbe” parlare la fantascienza oggi? Cosa dovrebbe raccontare, e come?
Andrea:
La realtà ha superato la fantasia ma non in tutto. Per esempio per quanto riguarda l'esplorazione spaziale siamo ancora praticamente in fasce: non solo non abbiamo ancora lasciato il nostro sistema solare, tolta la Luna (che tecnicamente è un satellite) non abbiamo nemmeno messo piede sugli altri pianeti. Ci manca la tecnologia (con buona pace di Musk), ci manca la volontà e forse ci manca anche il coraggio. L'esplorazione è una tematica molto affascinante e la fantascienza se ne è servita parecchio in passato, anche perché ti dà l'occasione di parlare non solo di cose strane e pianeti lontani ma anche e soprattutto delle persone, di quello che Ballard chiamava l'inner space. Ecco, non mi dispiacerebbe una fantascienza che tornasse a guardare alle stelle. Dovrebbe? Non lo so, forse rischierebbe di farsi una fama ancora peggiore di quella che ha (leggi: roba per nerd). Molte persone considerano lo spazio e tutto quello che lo riguarda, come qualcosa di inutile o comunque meno importante di quel che succede sulla Terra. Non li biasimo, ci mancherebbe, ci sono un sacco di problemi qui, la maggior parte ce li creiamo noi ma questo è un altro discorso… Però questo atteggiamento cosa dimostra? Forse che non siamo pronti nella realtà a fare quel balzo evolutivo e sociale che ci permetterebbe di diventare una civiltà interplanetaria. Ma nella fantascienza sì, siamo pronti, possiamo raggiungere le stelle quando vogliamo e là scoprire cose di noi stessi che nemmeno immaginavamo. Capisco che sia molto difficile in questo momento storico per gli autori di fantascienza distogliere l'attenzione dalla realtà che ci bombarda costantemente con informazioni di ogni tipo, ogni secondo, ovunque siamo. Questo spiega, secondo me, il proliferare delle distopie ancorate al presente che io stesso – mi autodenuncio ma non mi pento – ho indegnamente contribuito ad accrescere. È difficile immaginare il futuro tra 10.000 anni se non sappiamo cosa succederà tra un mese e gli ultimi eventi ci hanno insegnato che in un mese potrebbe cambiare tutto. È vero, la tecnologia che sognavamo 30 o 40 anni fa ora c'è, ma il mondo non è diventato un posto migliore. Tante conquiste tecnologiche, pochissime realmente utili. Mi domando se la disaffezione verso il genere di molto lettori e spettatori non sia dovuta anche a questa delusione…
Arturo:
Anche per me la fantascienza ha spesso il ruolo di (quantomeno) spingere alla riflessione sul futuro dell'umanità partendo proprio dal futuro del singolo individuo, e anche a me mancano le stelle e l'esplorazione. Penso a “Interstellar”, che metteva in scena l'umanità divisa in due: gli utopisti che continuano a guardare alle stelle come salvezza e i "terragni" che addirittura avevano riscritto la storia negando quel poco che era stato fatto dall'esplorazione, poi penso alla “storia futura” di “Star Trek” che pone il primo viaggio a curvatura in un futuro dove l'umanità si sta leccando le ferite dopo un conflitto devastante. Purtroppo, però, la realtà è molto diversa, come abbiamo avuto modo di vedere durante la pandemia. Abbiamo fallito il test in pieno: avevamo l'occasione di essere uniti a livello planetario e invece si giocava a chi riusciva a forzare il lockdown per farsi un aperitivo clandestino, le organizzazioni sovranazionali come OMS e ONU che nella fantascienza erano veri colossi di autorità hanno mostrato tutta la loro inutilità, anche davanti alla guerra in Ucraina. Forse la fantascienza, proprio per tutta quella produzione distopica letteraria e cinematografica (“Stranamore”, “Don't Look Up”) richiede troppo impegno, anche autocritico, che presumibilmente non conviene perché potrebbe portare alla frustrazione e di sicuro non piacerebbe a questo nuovo mondo de-democratizzato che ha assaporato i vantaggi di dirigere l'umanità in altri modi. Ma tornando alle stelle, siamo sicuri che è l'uomo in carne ed ossa ad essere destinato a colonizzarlo? Lo stile “carovana vecchio west” forse, è troppo costoso, e l'uomo potrebbe dover diventare “altro” prima di farlo, insomma: transumanesimo?
Andrea:
Il transumanesimo è un argomento molto interessante e sicuramente affascinante. Devo confessare che un po', in maniera inconscia forse, mi spaventa l'idea di pensare a un futuro in cui la nostra fisicità non sarà più quella che conosciamo o forse non solo, la vedo come una rinuncia ma mi rendo conto che è una visione forse troppo conservatrice. Ma è dalle cose che ci spaventano che arrivano le idee migliori, quindi perché no? Potrebbe essere interessante. Di recente ho letto, su una raccolta di racconti italiani pubblicati da Urania, una storia in cui un pilota umano sulla Terra controllava un robot a milioni di chilometri di distanza, era una specie di realtà virtuale molto conveniente e abbastanza verosimile. Notavo, rileggendo la Le Guin, che è scomparsa la questione relatività del tempo dalla fantascienza. Il debito di tempo che un viaggiatore accumula viaggiando a una velocità superiore a quella della luce secondo le leggi di Einstein negli anni ‘60 e ‘70 era molto sentita e molto sfruttata, penso a “Hyperion” per esempio, oggi si fa finta che non esista. E non penso sia un caso, un'altra tematica cara alla fantascienza e cruciale nella società odierna è il tempo: siamo abituati a un'eterna giovinezza, nessuno vuole più invecchiare, la medicina ci fornisce giorno dopo giorno espedienti per rimandare sempre più in là il momento della morte. Forse il transumanesimo è già cominciato?
Arturo:
Quindi transumanesimo anche come superamento dei vincoli dell'invecchiamento e della morte. È un approccio molto intrigante. Penso che non esista opera narrativa di qualsiasi genere che non si trovi ad affrontare l'argomento chiave dell'esistenza umana: la morte. Un ottica “transumanista” dovrebbe, però, unirsi ad una concezione di vita molto più ampia, ovvero non vita del singolo individuo ma vita dell'umanità intera, e qui il discorso si inceppa perché è la fantascienza stessa a mettere in contrasto gli umani geniali e individualisti con razze aliene a mentalità razziale/alveare ritenute sempre aggressive ed esecrabili, forse siamo biologicamente programmati non per la sopravvivenza della specie ma del singolo (o dei pochi), il che potrebbe anche rappresentare un vicolo cieco evolutivo. Di sicuro uno degli argomenti più usati nelle produzioni letterarie e (soprattutto) seriali sta diventando quello del “riversamento” della personalità di un defunto in rete in modo da garantirgli di continuare a vivere almeno “nel cyberspazio”. Eviterei di sindacare se vogliamo chiamarla mente, anima o copia personalizzata di Siri o Alexa. Di sicuro per la nostra economia globale liberista si aprirebbero enormi mercati. Immagino un futuro in cui la maggioranza delle persone elabora un lutto mantenendo il contatto con degli avatar (più o meno gestiti da AI) del loro defunti mentre, magari, i veri plutocrati possono usufruire delle nuove tecniche mediche ed aspirare ad una quasi immortalità. Certo, poi ci sarebbe il problema di limitare le nascite per garantire spazio vitale e risorse agli “immortali”. Torno a citare “Interstellar”, ma mi sembra uno delle poche storie che abbia messo in scena le leggi di Einstein. Vogliamo forse dire che la Hard Sci-Fi oggi come oggi è più difficile da scrivere (e da “vendere”) rispetto al technobubble dove concetti come l'entanglement e i wormhole vengono facilmente usati come deus ex machina? Magari ci vorrebbe uno scambio più fitto tra divulgazione scientifica e fantascienza?
Andrea:
Mi torna in mente un vecchio film del 1994, “Stargate”, non so se lo ricordi? La storia parla di una civiltà aliena abbastanza avanzata da riuscire a fare viaggi interstellari con una tecnologia in grado di generare wormhole, sono praticamente immortali perché sono in grado di inserire la propria coscienza nei corpi degli umanoidi che sfruttano come schiavi. Un po' il sunto di quello che si diceva, no? Però, aldilà della riflessione tecnologica e sociale sulla possibilità di perpetrare la nostra esistenza “estraendo” la nostra parte “software” e installandola in un nuovo “hardware” – adottiamo così una concezione cyberpunk dell'essere umano a mio avviso molto limitata – si aprono questioni filosofie non banali. Per esempio, può esistere un “ghost” senza una “shell”? Senza il nostro corpo, ridotti a un groviglio di ricordi, idee e ragionamenti, diventiamo altro e, in un certo senso, quel che eravamo muore, non esiste più nella sua interezza. C'è una specie in “Star Trek”, i trill, in cui dei simbionti vivono ospitati nei corpi di alieni umanoidi, quando le due creature si uniscono si crea una terza creatura che eredita parti della prima e della seconda ma non è più né l'una né l'altra. Allora, forse, di fronte a una possibilità tecnologica del genere – reale o immaginaria che sia – non sarebbe corretto parlare di immortalità ma di una nuova forma di procreazione, in pratica avremmo trovato un modo più complicato di fare qualcosa che già sapevamo fare istintivamente, senza bisogno di nessuna scienza. Si dice spesso che sopravviviamo nei ricordi degli altri, i nostri spariscono con noi. È vero, in qualche modo, nei mondi impossibili della fantascienza, potremmo mantenere i ricordi, la nostra memoria personale (quella collettiva dovrebbe essere custodita dalla Storia), ma i ricordi personali hanno senso solo per noi, hic et nunc, carne e sangue. Immagino la confusione mentale che potrebbero generare i miei ricordi in una trascrizione della mia coscienza in qualche altro essere vivente o robotico, probabilmente non saprei/saprebbe che farsene, sarebbero solo un fardello da sostituire in fretta con nuovi ricordi. È un tema interessante per il genere fantascientifico? Sicuramente, non c'è dubbio. Ne aggiungo un altro, i datacenter che esistono oggi sono divoratori di energia elettrica. Leggevo, ma non so se sia vero, che il cervello umano per funzionare, consumerebbe mediamente come una lampadina, qualcosa come 30 watt. Un server – uno soltanto delle migliaia che compongono un datacenter – diversi chilowatt. Mi domando dove troveremmo tutta l'energia necessaria per informatizzare le nostre coscienze se abbiamo seri problemi a riscaldare le nostre case? Uno scambio più fitto tra divulgazione scientifica e fantascienza sarebbe sicuramente stimolante, credo per la scienza (non di rado ha sviluppato idee nate dalla fantascienza) e di certo per la fantascienza che ha sempre bisogno di suggestioni su cui speculare. Oggi noto che queste suggestioni arrivano più di frequente dal sociale e dalla politica.
Arturo:
Avevo iniziato questo scambio chiedendomi se avesse ancora senso scrivere fantascienza, e mano a mano che siamo andati avanti, ho pensato che, in fondo, potrebbe essere interessante descrivere la vita quotidiana di una famiglia o un quartiere formato da gente comune obbligata a confrontarsi ogni giorno decisioni di politici, plutocrati, catastrofi naturali, pandemie, dipendenze da social e sostanze, sperimentazioni di nuove tecnologie biomediche, intelligenza artificiale, manipolazione delle notizie e riscrittura/cancellazione della storia passata. Insomma la nostra vita quotidiana. Però, dopotutto, non penso che sarebbe così interessante, non trovi?
Andrea:
C'è un tempo per il realismo e uno per la fantascienza, io non riesco a costringermi a leggere qualcosa di realistico se volessi della fantascienza e viceversa e penso sia una cosa comune a molti. Ha ancora senso scrivere fantascienza? Naturalmente posso parlare solo per me. Penso che la scrittura non sia una cosa che si fa solo per passione, è un lavoro ma è impossibile farlo bene senza passione. Quindi, sì, finché ci sarà questa spinta irresistibile a immaginare il futuro e a metterlo su carta – e, dal mio punto di vista, bisogna essere dei sassi per non averla mai provata – per me ha senso scrivere fantascienza.













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