Se le cronache dello Sprawl potrebbero essere facilmente situate tra gli anni Trenta e Quaranta del XXI secolo, con la serie del Ponte Gibson si pone a cavallo tra la prima e la seconda decade del nuovo millennio: gli anni, insomma, che già oggi stiamo vivendo. Nel futuro da lui immaginato violenti cataclismi hanno sconvolto le due coste del Pacifico. Se in Giappone si è subito intervenuti spingendo per la ricostruzione di Tokyo attraverso un impiego massiccio di nanotecnologie, l’America reca ancora le ferite dell’apocalisse. Il Big One non ha solo distrutto le città: la sua eco si è infatti propagata anche a livello politico e sociale, portando alla frammentazione della California (il più grande stato dell’Unione, che da sola già oggi rappresenta l’ottava potenza mondiale a livello economico) in due stati distinti, la California del Nord e la California del Sud.
Sul Ponte cerca rifugio Chevette Washington, una ragazza pony-express con cui sembra imparentata l’eroina di Dark Angel, ideata da James Cameron e interpretata da Jessica Alba in una fortunata serie TV. Per via del suo lavoro come corriere Chevette è infatti venuta in possesso di un oggetto che fa gola a molti: un paio di occhiali molto particolari, ai quali si deve il titolo del romanzo d’esordio della trilogia. “Luce virtuale” è un’espressione coniata dallo scienziato Stephen Beck in riferimento a una tecnologia in grado di produrre la sensazione visiva direttamente nel nervo ottico, senza passare attraverso la mediazione della retina e dei fotoni che naturalmente vi imprimono l’immagine. Uno strumento simile rappresenta la promessa per le comunicazioni del futuro, specie nel panorama multimediale che fa da sfondo al romanzo.











