Tra gli incontri più interessanti dell’edizione 2026 del Festival della Mente di Sarzana, domenica 6 settembre la neuroscienziata Michela Matteoli ha condotto il pubblico dentro uno dei territori più affascinanti della ricerca contemporanea. Il titolo della conferenza, Il fuoco del cervello. Tra difesa e danno, richiamava efficacemente il tema scelto quest’anno dal Festival: il fuoco come forza capace di proteggere e trasformare, ma anche, quando sfugge al controllo, di distruggere.

Al centro dell’intervento sono state le cellule della microglia, cellule immunitarie distribuite nel sistema nervoso centrale, dove costituiscono una capillare rete di sorveglianza. Non sono semplici presenze passive accanto ai neuroni: attraverso le loro ramificazioni esplorano continuamente l’ambiente circostante e intervengono quando percepiscono un danno o un’alterazione dell’equilibrio cerebrale.

La microglia è infatti protagonista di un delicato paradosso. L’infiammazione che essa contribuisce a produrre rappresenta anzitutto un meccanismo di difesa, necessario per reagire alle lesioni e ristabilire l’equilibrio dei tessuti. Ma quando questa risposta diventa eccessiva, oppure non riesce più a spegnersi, quello stesso “fuoco” può trasformarsi in una minaccia, contribuendo al danneggiamento dei neuroni e ai processi associati ad alcune patologie neurologiche e neurodegenerative.

È difficile, ascoltando la descrizione di questo fragile equilibrio, non pensare a quanto la fantascienza abbia esplorato, attraverso l’immaginazione, la paura della perdita, della trasformazione e della manipolazione delle facoltà cerebrali. Molto prima che le neuroscienze disponessero degli strumenti attuali, la letteratura aveva già trasformato il cervello in uno dei luoghi privilegiati nei quali interrogarsi sui limiti della medicina e, soprattutto, sull’identità dell’essere umano.

Ascoltando le parole della neuroscenziata la mia memoria corre subito alla fantascienza che fin dai suoi albori preannuncia quella che sarà la realtà. 

Uno degli esempi più intensi per me rimane Fiori per Algernon di Daniel Keyes. Charlie Gordon viene sottoposto a un trattamento sperimentale capace di accrescere prodigiosamente la sua intelligenza. Ma l’esperimento contiene in sé il germe della propria sconfitta. Il topo Algernon, sul quale la procedura era stata precedentemente sperimentata, comincia a regredire; dopo la sua morte, l’esame del cervello rivela significative alterazioni anatomiche. Charlie comprende allora che lo stesso processo sta iniziando dentro di lui. La progressiva perdita delle facoltà acquisite diventa così una delle rappresentazioni letterarie più dolorose della degenerazione cerebrale: non soltanto perdita dell’intelligenza, ma progressivo allontanamento da ciò che si era diventati.

La tragedia immaginata da Keyes assume un significato particolare alla luce delle neuroscienze contemporanee. Il cervello non è una macchina sulla quale si possa intervenire modificando impunemente un singolo ingranaggio. È piuttosto un sistema di equilibri, compensazioni e relazioni, nel quale modificare una funzione può produrre conseguenze impreviste sull’intero organismo.

Un’intuizione analoga, sebbene declinata in forma più tecnologica, attraversa Il terminale uomo di Michael Crichton. Il protagonista Harry Benson soffre di violente crisi neurologiche che i medici cercano di controllare attraverso elettrodi impiantati nel cervello. Il dispositivo dovrebbe riconoscere l’insorgere della crisi e contrastarla mediante una stimolazione cerebrale. Ma il cervello reagisce e si adatta al trattamento, producendo conseguenze che i medici non avevano previsto. La cura finisce così per modificare il sistema stesso sul quale avrebbe dovuto intervenire.

Su un terreno diverso, a mio parere,  si muove Philip K. Dick, che ha fatto della fragilità della memoria e dell’identità uno dei grandi temi della propria narrativa. Il riferimento forse più significativo è il racconto Ricordiamo per voi (We Can Remember It for You Wholesale), pubblicato nel 1966 e successivamente divenuto la fonte narrativa del film Total Recall. Il protagonista Douglas Quail si rivolge a un’azienda specializzata nell’impianto di ricordi artificiali, ma la procedura finisce per riportare alla luce memorie che sembravano essere state cancellate.

Dick porta così alle estreme conseguenze narrative un problema che oltrepassa il semplice artificio fantascientifico. Se ciò che crediamo di avere vissuto può essere cancellato, costruito o sostituito, dove risiede realmente la continuità dell’io? La memoria non appare più come un archivio immobile, ma come qualcosa di continuamente ricostruito, e proprio questa sua natura instabile diventa uno dei territori nei quali la letteratura incontra le domande delle neuroscienze.

Inoltre credo che anche Ursula K. Le Guin, ne La falce dei cieli (The Lathe of Heaven), affronta il problema dell’intervento sulla mente, spostandolo però decisamente sul terreno filosofico ed etico. George Orr scopre che alcuni suoi sogni sono capaci di modificare la realtà. Il suo terapeuta, William Haber, comprende questa straordinaria facoltà e cerca progressivamente di controllarla e utilizzarla. Ciò che nasce come intervento terapeutico si trasforma così in una forma di manipolazione, ponendo una questione che oltrepassa la medicina: fino a che punto possiamo intervenire sulla mente di un individuo senza modificare anche ciò che rende quella persona sé stessa?

Keyes e Crichton affrontano dunque, in forme narrative differenti, il rischio insito nell’intervento diretto sul cervello; Dick e Le Guin ne ampliano invece la portata verso i territori della memoria, dell’identità e della libertà individuale. Quattro declinazioni fantascientifiche di uno stesso interrogativo: che cosa accade quando l’uomo acquisisce il potere di modificare la materia — biologica o mentale — dalla quale emerge la coscienza?

Ritornando alla conferenza vera e propria particolarmente suggestiva è stata, in questo senso, l’attenzione dedicata da Matteoli al rapporto tra microglia, neuroni e sinapsi. Gli esperimenti illustrati durante l’incontro mostrano quanto queste cellule siano coinvolte non soltanto nella difesa del cervello, ma anche nel suo normale funzionamento. Intervenendo sperimentalmente su alcuni elementi della microglia si può infatti compromettere il sostegno necessario ai neuroni, con conseguenze sulla loro funzionalità. Una cellula che poteva sembrare soltanto una sorta di “guardiano” immunitario si rivela quindi parte integrante dei delicatissimi equilibri che consentono al tessuto nervoso di vivere e funzionare.

Ancora più affascinante è il ruolo della microglia nella vita delle sinapsi. Le connessioni tra i neuroni non costituiscono infatti un reticolo immobile: vengono create, rafforzate, modificate e, quando necessario, eliminate. La microglia partecipa a questo continuo lavoro di costruzione e selezione. Il cervello appare allora non come una struttura definitivamente costruita, ma come un paesaggio continuamente ridisegnato.

È forse questa l’immagine più potente lasciata dall’incontro. Non siamo soltanto i nostri neuroni. Il cervello è un ecosistema dinamico, nel quale cellule nervose, cellule gliali, sistema immunitario e processi infiammatori dialogano incessantemente. Persino la memoria, l’apprendimento e la costruzione delle sinapsi dipendono dalla conservazione di questo equilibrio.

Il “fuoco del cervello” evocato dal titolo diventa così qualcosa di più di una metafora. L’infiammazione può proteggere, riparare e permettere al cervello di adattarsi; ma deve essere regolata e, soprattutto, deve sapersi spegnere. Il confine tra protezione e danno è sottile, e proprio su quel confine si muove oggi una parte importante della ricerca neuroscientifica.

La fantascienza quindi a mio avviso racconta da decenni, attraverso esperimenti immaginari, potenziamenti cognitivi, memorie artificiali e terapie sfuggite al controllo, ciò che le neuroscienze affrontano oggi sul terreno della ricerca: quanto possiamo modificare il cervello continuando a essere noi stessi?

Forse è proprio qui che scienza e letteratura tornano a incontrarsi. La prima cerca di comprendere come preservare il delicato equilibrio della materia che pensa; la seconda ci ricorda perché quella materia ci importa tanto. Perché dentro quella rete continuamente mutevole di cellule e connessioni custodiamo memoria, esperienza, affetti e identità: tutto ciò che, nel bene e nel male, chiamiamo “io”.