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Lost riprende un topos letterario — ma anche filosofico (pensate all’Atlantide di Platone o alla Nuova Atlantide di Bacone) — e lo trasforma profondamente, dando vita a una nuova e affascinate figura di isola che ha la forza enigmatica di un vero e proprio personaggio. L’isola di Lost non è lo spazio per la ricostruzione della società a partire da un grado zero della civiltà o dallo stato di natura; e nemmeno lo spazio per la costruzione dell’utopia. L’isola è un “sistema complesso” con cui i soggetti/sopravvissuti si misurano con strategie diverse. I losties non danno vita a nessuna società. O meglio, per usare le parole di Damon Lindelof, danno vita a una non-società. E’ quanto ho definito una “comunità di grado zero”: senza contratto sociale, senza leggi, senza tribunali, senza elezioni. Questa comunità di grado zero produce il proprio legame a partire da un dato, enunciato nel famoso discorso di Jack nel quinto episodio della prima serie: l’essere accomunati dalla morte e il non dover essere lasciati soli nella morte. “Se non riusciamo a vivere insieme, moriremo da soli”. Ecco il germe di una tutt’altra idea di comunità. La comunità non nasce per proteggere i soggetti dai nemici o dalle minacce, ma al fine di non lasciare morire soli. Quest’idea di comunità è in consonanza con quella espressa da un grande scrittore e filosofo del Novecento: Maurice Blanchot. Secondo Blanchot, se la comunità avesse una voce direbbe: “Non si muore soli”. Ecco il primo cortocircuito rispetto al modello robinsoniano. L’altro cortocircuito è dovuto al fatto che l’isola non è un microcosmo che rappresenta un’immagine semplificata del mondo, piuttosto è un “sistema complesso”, cioè un sistema risultante dall’unione di varie parti, un sistema composito ed eterogeneo che necessita, per essere compreso, di un pensiero che sappia porsi al di là dei limiti della semplice ragione, facendo appello a tutte le risorse del soggetto. Chi pensa, come Jack, che l’isola sia solo un’isola, e che dunque basti una buona dosa di razionalità per orientarsi in essa è il primo a perdersi. Per usare una formula di Merleau-Ponty possiamo dire che l’isola è un oggetto enigmatico, un oggetto che non è del tutto un oggetto.
Il mio libro è pensato, precisamente, come un supplemento cartaceo all’opera aperta chiamata Lost. La narrazione di Lost — proprio come il suo oggetto enigmatico, l’isola — è un sistema complesso in cui opera anche la filosofia. Ora, la mia prima domanda è stata: come interagire nel modo meno banale e scontato con questo sistema? E la risposta non poteva che essere: entrandoci. Non si è trattato dunque di scrivere un saggio “su” Lost (in questo senso il mio libro è lontanissimo da Lost and Philosophy), ma di provare a dar vita a una macchina di scrittura filosofica che interagisse con il sistema complesso, e ancora in espansione, chiamato Lost. Così ho deciso di creare una sorta di spin-off filosofico, o meglio fanta-filosofico, riprendendo spunti presenti in Lost e sviluppandoli. Il tutto a partire dall’idea di Deleuze secondo cui si dovrebbe scrivere un libro di filosofia come fosse un libro di fantascienza. Non a caso ho definito il mio libro Philosophy fiction — termine che non esiste e che ricalca Science fiction: nel libro lavoro con i concetti, com’è d’obbligo trattandosi di filosofia, ma inserendoli in una sorta di narrazione dialogica con un tu femminile cui mi rivolgo costantemente. Uno dei concetti su cui mi concentro di più è proprio quello di verità: Lost mette in crisi l’idea di verità come qualcosa di stabile, oggettivo, che si tratta di scoprire una volta per tutte. La verità in Lost ci mostra il suo volto enigmatico, talvolta violento — in particolare quando la volontà di verità si connette alla tortura. Per questo tento di leggere l’idea di verità all’opera in Lost facendo appello a Martin Heidegger che concepiva la verità come radura del non-nascondimento, come lo svelarsi di un mondo che tuttavia cela in sé il mistero e l’enigma. Al lettore non chiedo altro che provare a prendere parte al gioco filosofico e magari proseguirlo su altri media.
Il tema del rapporto tra soggetto e mondo, strettamene legato a quello della verità, è un tema centrale di tutta la serie. Un tema presente fin dalla primissima inquadratura: l’occhio di Jack che si apre e che (grazie anche ad un ritocco al computer della pupilla) mette a fuoco il mondo. Il mondo di Lost si dischiude a partire da un punto di vista. Scena questa che si ripeterà innumerevoli volte nel corso della serie. Fin da subito ci viene segnalato dunque che la realtà è qualcosa che si manifesta a partire da differenti punti di vista; che è qualcosa di instabile, e che spesso è difficile distinguere la realtà vera dal sogno, dalle visioni o dalle allucinazioni; che è qualcosa di enigmatico, che non riusciamo a decifrare; che è qualcosa di labile, al punto che Hurley arriva, proprio come Cartesio, a mettere in discussione l’esistenza stessa del mondo esterno. Ecco una serie di questioni che provo ad esaminare nel mio libro. Per quanto riguarda il rapporto tra finzione e realtà, io direi che ogni fiction, in quanto incorpora una dimensione narrativa, è un modo per strutturare la realtà, per darle forma. Il nostro rapporto con la realtà è sempre mediato da una qualche forma di narrazione e dunque da una certa fiction. E dunque la finzione fa già parte dei fatti, della verità dei fatti. Per questo l’accertamento della verità dei fatti, come ci insegna Lost, ha a che fare con la narrazione come manipolazione piuttosto che con la mera descrizione.
Lost sicuramente riesce a produrre quello che Umberto Eco diceva essere, oggi, l’unico senso possibile per un’idea di avanguardia: raggiungere un pubblico vasto e popolare i suoi sogni. E lo fa mettendo in circolo tutta una serie di questioni filosofiche. Da qui il mio interesse per questa straordinaria opera d’arte tele-visiva, visto che credo sia tempo che una nuova generazione di filosofi rompa con una vecchia idea, accademia ed elitaria, di filosofia (il che non significa rompere con il rigore filosofico: tutt’altro!) per portare la filosofia a una contaminazione con la popular culture. Ecco un’idea a cui tengo molto: l’idea di una filosofia mutante che si contamina con la pop culture e diventa essa stessa pop: pop filosofia in grado di circolare nello spazio pubblico. Da qui alcune scelte strategiche come titolo e copertina. Il virus della filosofia mutante è in circolo in una confezione volutamente neutra e rassicurante, per tutti: La filosofia di Lost. Che tipo di panico possa generare anche solo l’annuncio della diffusione di questo virus nell’ambito accademico lo potete vedere se provate a leggere l’articolo uscito sul Sole24ore con il titolo Sopravvivere al pop pensiero. Del mio libro su Lost era stata solo diffusa (ad arte) la notizia, o se volete la leggenda urbana, e già c’era chi si preoccupava di come sopravvivere al virus… Dimenticavo: l’articolo era accompagnato da una mega-foto del nostro John Locke, che a me ricordava una sorta di Wanted.
Lost è impregnata di filosofia anche al di là delle intenzioni dei singoli sceneggiatori. In ogni modo, avendo avuto modo di conoscere Craig Wright, che ha scritto due episodi di Lost, posso dirvi che Craig ad esempio ha letto Derrida. Per quanto riguarda Lindelof e Cuse sicuramente hanno preso elementi presenti nell’empirismo inglese (Hume, Locke), ma anche spunti da Nietzsche (filosofo esplicitamente evocato da Boone). Per quanto mi riguarda, io ho messo in campo soprattutto filosofi contemporanei: Derrida, Heidegger, Deleuze, Rorty. In particolare Derrida e Deleuze che hanno riflettuto in modo filosofico sull’idea di Isola.
Credo che l’accusa rivolta a opere come Lost di contribuire a ingenerare

Locke per me è il soggetto in grado di far appello a tutte le proprie risorse per rapportarsi alla complessità del mondo. Non è semplicemente un uomo animato dalla fede nell’Isola, come talvolta viene dipinto. Ma un soggetto che sa usare al contempo: fede, ragione, razionalità pratica, capacità di far proprie esperienze oniriche, capacità di entrare in comunione con il tutto. Prendendo spunto dal fatto che Ben gli dice che lui è in grado di entrare in comunione con l’Isola, nel mio libro evoco l’idea freudiana di “sentimento oceanico” come capacità di entrare in comunione con il tutto. Il che non significa che Locke non sia razionale. Ma la sua è una razionalità articolata che non disdegna la fede sebbene al di là di qualsiasi religione.
Credo che il binomio Locke/Ben per essere compreso necessiti ancora di molti chiarimenti. In questo momento Locke sembrerebbe una sorta di figlio spirituale di Ben, un figlio che commette il parricidio e prende il posto del padre. Ma credo che le cose non siano così semplici. I padri in Lost assillano come spettri i figli e hanno un rapporto decisamente complesso con essi.
Mi piacerebbe davvero poter rispondere a questa domanda, ma naturalmente al momento ne so quanto voi. Quello che mi affascina di questo personaggio misterioso, di cui abbiamo appena intravisto il profilo, è che, pur essendo assente, gioca un ruolo capitale. Potrebbe essere una sorta di emanazione dell’Isola, ma è ancora troppo presto per fare ipotesi.
1 Il 13 giugno presenteremo con Simone Regazzoni il libro la filosofia di Lost. Appuntamento alle ore 18.00 presso Liberi di leggere, a Marina di Massa, in Versilia. Tutte le informazioni alla mia mail oppure nel sito della libreria o su Facebook.
» postato da (Paolo Graziani) alle 11:01 del 17-05-2009