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Cloud Atlas

FANTASCIENZA, Cloud Atlas, Germania, 2012 - regia di Lana Wachowski, Tom Tykwer & Andy Wachowski - scritto da Lana Wachowski, Tom Tykwer & Andy Wachowski - con Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Doona Bae, Jim Sturgess, Ben Whishaw, Hugh Grant, James D'Arcy - durata: 171 minuti - distribuito da Eagle Pictures - giudizio: ottimo

Quattro anni dopo il fiasco di Speed Racer, immonda offesa kitsch ai palati del pubblico nonché causa ufficiale della rottura con il loro storico produttore Joel Silver, i Wachowski tornano dietro la macchina da presa e azzardano una scommessa. Cloud Atlas è un film ambizioso e una singolarità nel panorama delle produzioni ad alto budget, un esperimento di collaborazione alla regia con il film maker tedesco Tom Tykwer e il primo serio tentativo del cinema tedesco con un blockbuster, e anche per questo è una scommessa da cui potrebbe dipendere un’intera carriera. Una scommessa da 100 milioni di dollari, quanto la pellicola è venuta a costare.

 

Per Andy e Lana Wachowski (quest’ultima alla prima uscita ufficiale dopo la transizione di genere) i fasti di Matrix sembravano ormai lontani, quando nel 2009 si misero al lavoro sulla sceneggiatura con Tom Tykwer. A quanto è dato sapere, i Wachowski avevano opzionato i diritti cinematografici sul romanzo di David Mitchell (edito in Italia da Frassinelli) dopo che Natalie Portman ne ebbe consigliato la lettura a Lana (allora Larry) mentre erano in corso le riprese di V per Vendetta (2006). A inizio 2011 i produttori propendono per un maggiore coinvolgimento nella realizzazione della pellicola e affiancano Tykwer in cabina di regia, concordando una spartizione salomonica dei sei diversi filoni narrativi: ai Wachowski la vicenda che innesca la storia e su cui la narrazione finisce per chiudersi (ambientata nel XIX secolo) e prevedibilmente le due sequenze ambientate nel futuro; a Tykwer le altre tre parti: la vicenda incentrata sulla composizione musicale andata perduta negli anni ‘30 che presta il titolo alla pellicola, la spy-story su una imminente catastrofe nucleare negli anni ’70 e la commedia scanzonata che ha luogo ai giorni nostri.

 

Il romanzo di Mitchell annida i sei diversi archi narrativi l’uno nell’altro, in un immaginifico tour-de-force che accorda registro e linguaggio sulle sei diverse fasi storiche attraverso cui si snoda l’intreccio. I Wachowski e Tykwer decidono di ricalcare l’operazione con una fedeltà quasi completa, concedendosi solo la licenza necessaria di alternare i diversi piani della narrazione e sfruttando al meglio due delle tre principali risorse concesse dalla settima arte: il montaggio e la musica. Il primo è asservito perfettamente alla storia ed esalta appieno i molteplici paralleli, le periodiche convergenze e i cruciali punti di intersezione della trama; la colonna sonora, inizialmente discreta, quasi invisibile, diventa ben più che un semplice accompagnamento musicale, guadagnando da metà pellicola in avanti la centralità che le spetta, essendo il titolo del film un richiamo diretto al sestetto composto da Robert Frobisher (il duttile Ben Whishaw, già apprezzato lo scorso anno in Skyfall nei panni di Q). E lo score composto dallo stesso Tykwer in collaborazione con Reinhold Heil e Johnny Klimek racchiude alla perfezione, in due ore di musiche originali, lo spirito del film, spaziando dalla dimensione raccolta dei rapporti personali tra i diversi protagonisti al respiro epico che si attaglia a una narrazione imperniata sulle conseguenze a lungo termine delle nostre scelte, capaci di vincere le barriere dello spazio e del tempo.

 

La conoscenza è uno specchio”, afferma Somni-451 nel primo filone ambientato nel futuro distopico di Neo Seoul — per voce dell’attrice coreana Doona Bae, nel ruolo per il quale Tykwer e i Wachowski avrebbero voluto la Portman, fermata da una gravidanza — “La nostra vita non è nostra, da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”. Il suo è un mantra che ricorre lungo il film, echeggiando nel futuro remoto dopo la Caduta della civiltà (in cui la sua testimonianza diventa il fondamento di un nuovo spirito religioso) così come nel passato storico del XIX secolo, che trasfigura nelle vicende storiche dell’opposizione tra schiavisti e abolizionisti lo stesso conflitto per la libertà di cui Somni-451 è protagonista con le altre cloni serventi sue sorelle. E nel passaggio ricorrente da una storia all’altra il senso delle sue frasi è amplificato dall’uso degli attori in ruoli diversi, con abbondante ma efficace uso del make-up per adattarli in sesso, etnia ed età alle esigenze previste dal copione. “Essere vuol dire essere percepiti, pertanto conoscere se stessi è possibile solo attraverso gli occhi degli altri. La natura della nostra vita immortale è nelle conseguenze delle nostre parole e azioni, che continuano a suddividersi nell’arco di tutto il tempo”.

 

Lo spettatore segue con curiosità le continue trasformazioni dei caratteri, incalzato dal rincorrersi delle rispettive vicissitudini. Dal colonialismo del XIX secolo ai prodromi bellici degli anni ‘30, dagli intrighi degli anni ’70 alla farsa del nostro presente, per addentrarci poi nella distopia iper-consumistica del 2144 fino al futuro post-apocalittico del XXIV secolo, il film modula di continuo i registri sulle storie che va raccontando, confrontandosi con temi di rilievo che spaziano dalla lotta per l’abolizione della schiavitù alla rispettabilità e all’utilità sociale (in particolare quelle connessa al genio creativo), dall’egemonia energetica al consumismo sfrenato, fino al fondamento delle credenze religiose. Racconto storico, spionistico, farsesco e fantascientifico si intrecciano di continuo, tenendo alto il ritmo del film che, malgrado i suoi 171 minuti, scorre via senza titubanze e si dimostra incapace di annoiare lo spettatore.

 

Il fronte su cui Cloud Atlas si rivela carente è un po’ a sorpresa quello della resa puramente visiva: la fotografia convenzionale di John Toll e Frank Griebe è credibile per la commedia ambientata nel presente e la spy-story del 1973 incentrata sulla giornalista d’assalto Halle Berry, ma non rende un buon servizio alla causa né nella ricostruzione storica del XIX secolo o degli anni ’30, né nell’evocazione del futuro del 2144 e tantomeno del 2321. Ai panorami futuristici spesso spettacolari si contrappongono campi ravvicinati che tradiscono nei dettagli la natura posticcia della ricostruzione. E se la forza dei futuri distopici post-cyberpunk si avvantaggia della fotografia sporca dei bassifondi canonizzata da Jordan Cronenweth e Syd Mead in Blade Runner, la Neo Seoul del 2144 risulta troppo patinata per distillare l’incubo di una società fondata sul consumo spinto alle sue estreme conseguenze, così come le Hawaii del 2321 sembrano più il paradiso terrestre immortalato per un tour operator che il regno del terrore che veramente dovrebbero essere, in balia di superstizioni e cacciatori di teste.

 

Risulta forse fine a se stessa poi la pedissequa riproposizione del meritorio lavoro sul linguaggio proposto da Mitchell nel romanzo: le neolingue del futuro, mal supportate dall’impianto satirico che faceva dell’Arancia Meccanica cinematografica di Stanley Kubrick un capolavoro all’altezza del prototipo letterario di Anthony Burgess, sortiscono a tratti un effetto involontariamente comico che non giova alla resa drammatica di alcuni momenti della pellicola. Ambivalente riesce l’approccio al tema della predestinazione, con i Wachowski incapaci di decidersi tra la riproposizione della figura dell’Eletto nel personaggio di Somni-451 e la smitizzazione delle credenze religiose in un postumanesimo neo-illuminato appena accennato. Infine, il tono surreale che risulta particolarmente azzeccato nelle visioni demoniache di Zachry/Tom Hanks (con l’Old Georgie maschera diabolica di grande impatto nell’interpretazione del mattatore Hugo Weaving) scade nella parodia involontaria quando forza la mano sulle semplificazioni metaforiche, per cui la Terra viene indicata dallo stesso Zachry con ferma convinzione in una… stella blu nel cielo di un altro pianeta (laddove sarebbe bastato sostituire nello script alla Terra il Sole e mostrare un puntino bianco-arancione).

 

Quest’ultima sembra più che altro una inutile concessione al grande pubblico, ma la caduta di stile è inequivocabile, come anche nelle frequenti strizzatine d’occhio sull’amore — e in questo Cloud Atlas sembra inciampare come kolossal fantascientifico sullo stesso ostacolo che già si era trovato tra i piedi Luc Besson nel Quinto Elemento (1997), l’altra grande produzione sci-fi europea con un cast di star internazionali. Ma a differenza del Quinto Elemento e malgrado le incertezze citate, Cloud Atlas è un film che avvince dal prologo fino all’epilogo, a differenza per esempio dell’audace ma gelido The Fountain — L’albero della vita (2006) in cui Darren Aronofsky si confrontava con tematiche affini. È un film con un’anima, provvisto di una sua personalità. Non un film perfetto come ci ha abituati il cinema fantascientifico di Christopher Nolan, ma nemmeno una beffa come si è rivelato lo scriteriato Prometheus che mi rifiuto di attribuire a Ridley Scott, che nella propria essenza di vuoto contenitore ribaltava a proprio svantaggio il rapporto tra pregi e difetti illustrato per Cloud Atlas: una straordinaria resa estetica, per una storia priva di qualsiasi sostanza (a partire dalla materia grigia degli sceneggiatori). Ed è sì un film che omaggia la tradizione sci-fi (da Ray Bradbury a 2022: I sopravvissuti, agli anime del Sol Levante), in linea con il gusto postmoderno che informava la cifra stilistica della trilogia di Matrix (1999-2003), ma lo fa in maniera meno invasiva e soprattutto con l’ambizione di confrontarsi da molteplici angolazioni con tematiche importanti e con paralleli impegnativi come l’Olocausto.

 

Pertanto, per chi scrive, Cloud Atlas è una scommessa vinta: i pregi fanno propendere l’ago della bilancia decisamente in suo favore e si spera che la pellicola possa aprire una nuova fase tanto nel cinema europeo quanto nella carriera artistica dei Wachowski. Di mestieranti alla loro altezza per competenze tecniche e talento immaginifico il cinema di fantascienza non può permettersi di fare a meno.

 

Autore: Giovanni De Matteo - Data: 24 gennaio 2013

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  • Cloud Atlas: recensione di Emanuele Manco su FantasyMagazine (voto: eccellente)

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Commenti

1 Cloud Atlas non l'ho visto e non mi ispira, però Speed Racer l'ho visto è mi è piaciuto moltissimo, è uno dei miei film preferiti. :) Dovresti dargli una seconda chance! ;)

» postato da 7di9 alle 22:28 del 24-01-2013

2 Cloud Atlas mi è piaciuto tecnicamente. Devo ancora ripensarlo dal punto di vista della narrazione e questo avverrò quando avrò finito il libro (comprato ma ancora da iniziare). Quoto quanto scritto da 7di9: Speed Racer è un film certamente kitsch, ma sicuramente non un'immonda offesa. Dovrebbe essere un po' rivalutato. Palomino.

» postato da Palomino alle 22:39 del 24-01-2013

3 Personalmente Cloud Atlas mi è piaciuto abbastanza, anche se il racconto delle storie mi ha lasciato a tratti perplesso. Forse con una seconda visione si possono notare particolari che sfuggono alla prima. Tuttavia non lo reputo il film del "secolo". Non capisco, invece, perché c'è tanto accanimento contro Prometheus: secondo me è un ottimo prequel di Aliens e la visione è piacevole da seguire.

» postato da (Gabriele Carabella) alle 08:09 del 25-01-2013

4 «Non capisco, invece, perché c'è tanto accanimento contro Prometheus: secondo me è un ottimo prequel di Aliens e la visione è piacevole da seguire.» Certo, basta ubriacarsi pesantemente e magari sbattere forte la testa contro il muro due o tre volte prima della proiezione.

» postato da Requiem Solitario alle 09:32 del 25-01-2013

5 Su Prometheus molto si è discusso e sarebbe inutile proseguire anche qui; Cloud Atlas l'ho visto qualche giorno fa: secondo me è il classico esempio di montagna che ha partorito il topolino. Alcune storie reggono, secondo me: quella con l'androide, quella postapocalittica, quella del copista. Le altre molto meno. Estremamente pretenzioso, molto elegante, poteva essere un film molto più efficace se l'avessero asciugato un po'. Opinione mia, ovviamente.

» postato da ammiraglio_naismith alle 10:02 del 25-01-2013

6 «Cloud Atlas non l'ho visto e non mi ispira, però Speed Racer l'ho visto è mi è piaciuto moltissimo, è uno dei miei film preferiti. :) Dovresti dargli una seconda chance! ;)» Temo che questa vita sia troppo breve perché io possa avere l'occasione di rivalutarlo... :lol: X

» postato da X alle 10:04 del 25-01-2013

7 Cloud Atlas è un capolavoro

» postato da Mark Silver alle 22:17 del 25-01-2013

8 Mi trovo abbastanza d'accordo con la recensione, Cloud Atlas mi è sembrato un film molto bello, che senz'altro si distingue per originalità della trama, per il cast, per il modo con cui è stato realizzato (una menzione particolare meritano il trucco ed i costumi); se gli devono essere trovate delle pecche sono quelle che ha riportato l'autore della recensione. Ancora mi stupisce come sia stato snobbato dal pubblico americano, ciò l'attribuisco al taglio decisamente europeo; non capisco invece assolutamente la critica, spesso impietosa, sono sicuro che se non fosse stato firmato dai Wachwski il film sarebbe stato valutato diversamente. P.S. Non voglio andare OT ma invece non ho trovato per nulla gelido il tanto discusso The Fountain ma questo è un'altra discussione.

» postato da Micronaut alle 01:23 del 26-01-2013

9 «Ancora mi stupisce come sia stato snobbato dal pubblico americano, ciò l'attribuisco al taglio decisamente europeo; non capisco invece assolutamente la critica, spesso impietosa, sono sicuro che se non fosse stato firmato dai Wachwski il film sarebbe stato valutato diversamente.» Be', l'essersi inimicati Joel Silver non deve aver reso la vita facile alla distribuzione del film. La Warner lo ha praticamente ritirato dalle sale alla terza settimana... «P.S. Non voglio andare OT ma invece non ho trovato per nulla gelido il tanto discusso The Fountain ma questo è un'altra discussione.» Mi è sembrato un po' troppo costruito a tavolino, intriso di una sensibilità new age che me lo ha reso antipatico. Da Aronofsky mi aspettavo molto di più... Ciao, X

» postato da X alle 14:58 del 08-02-2013

10 Quindi i Wachowski sarebbero 'mestieranti'??? E Speed racer un immonda offesa????? Non c'è più religione....

» postato da (erik mc12) alle 14:14 del 28-02-2013

11 Capolavoro, tanto il film quanto l'opera da cui è tratto. Potrà avere tante pecche, ma il messaggio sulla reincarnazione, sull'effetto delle azioni nel tempo e nello spazio, è stupendo. (e, personalmente, ho la stessa visione della vita.)

» postato da Luca3976 alle 10:23 del 01-03-2013

12 Mah, a me è piaciucchiato abbastanza, ma tutta la pippa del carma per legare le trame mi sembra un po' tirata e poco interessante, non è un film che rivedrei. Prometheus l'ho visto da poco ed è di una pocaggine che mi ha lasciato basito! I personaggi praticamente non esistono piatti come assi da stiro, le idee poche vecchie e mal spese. Poi ragazzi perché dei graffiti dovrebbero indicare un pianeta su cui si facevano esperimenti di armi genetiche in mezzo al nulla? Che senso dovrebbe avere? Mah

» postato da MarkUp alle 12:03 del 21-03-2013

13 Ho letto il romanzo in lingua originale mentre ero in spiaggia a San Teodoro e alla fine ho pianto. Ne sono innamorata. Ho atteso il film con ansia e devo dire che è abbastanza riuscito. Le critiche che si merita derivano dal fatto che è risultato un po' difficile da seguire perchè ovviamente non potevano essere trasposte su schermo molte cose importanti ... Consiglio di leggere il romanzo, non so se in italiano la traduzione rende bene ma la storia è bellissima. « Mi è sembrato un po' troppo costruito a tavolino, intriso di una sensibilità new age che me lo ha reso antipatico. Da Aronofsky mi aspettavo molto di più... Ciao, X» non mi piace che lo si colleghi alla fuffa new age, i valori dell'amore, dell'amicizia, dell'onore e della giustizia non li hanno inventati loro...

» postato da Signora delle Acque alle 22:41 del 23-03-2013

14 Confermo che il romanzo è stupendo (il film non l'ho visto). Tra l'altro: 1. straordinaria la bravura dell'autore nel cambiare completamente stile e registro in ogni parte 2. il romanzo è molto meta-letterario: (SPOILER) il principale legame fra le storie non è la re-incarnazione (che è un filo molto sottile) ma il fatto che ciascun protagonista legga la storia precedente in qualche forma (corrispondenza di lettere, romanzo, ecc). Questo, dal mio punto di vista, rende ogni precedente narratore potenzialmente "inaffidabile" e, allo stesso tempo, sottolinea la potenza della letteratura in grado di veicolare storie, emozioni e idee universali al di là del fatto che le storie narrate siano vere o meno. In questo senso la mia interpretazione della reincarnazione è più letteraria che religiosa: idee universali che si reicarnano nella letteratura, che, se cambia nello stile non cambia nell'essenza 3. lui stesso scherza sulla possibile accusa di inutilità new age dell'uso dell'espediente delle reincarnazioni, tramite il personaggio di un editore 4. fondamentale il tema della continua guerra fra "forti" e "deboli", di come questi ultimi siano sempre schiacciati dalla società e del loro tentativo di riscattarsi

» postato da Angelo F. alle 11:52 del 12-06-2013

15 « 1. straordinaria la bravura dell'autore nel cambiare completamente stile e registro in ogni parte» Concordo. E' stata la prima cosa ad avermi colpito. Non solo ha dimostrato un grande impegno nel riprodurre lo stile linguistico di ogni epoca, ma nel futuro post apocalittico ha mostrato l'evoluzione - in verità più una contrazione - della lingua inglese. Inoltre non è da tutti gestire 6 personaggi principali diversi... «2. il romanzo è molto meta-letterario: (SPOILER) il principale legame fra le storie non è la re-incarnazione (che è un filo molto sottile) ma il fatto che ciascun protagonista legga la storia precedente in qualche forma (corrispondenza di lettere, romanzo, ecc).» Si, in effetti l'idea della reincarnazione resta sempre di sottofondo, anche se palese attraverso l'espediente delle voglie a forma di cometa. Mi piace anche la sua idea di serendipità, di come siamo destinati a compiere ciò per cui siamo nati, e di come qualsiasi azione nella nostra vita causa una concatenazione di eventi globali imprevedibili. «4. fondamentale il tema della continua guerra fra "forti" e "deboli", di come questi ultimi siano sempre schiacciati dalla società e del loro tentativo di riscattarsi» Anche se da molti giudicato come propaganda newage, secondo me il suo messaggio finale è molto bello: "Haskell Moore: Adam! Stammi a sentire per il bene di mio nipote, se non per il tuo... C'è un ordine naturale a questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene! Questo movimento non sopravviverà, se tu ti unisci a loro, tu e l'intera tua famiglia verrete schivati, al meglio esisterete come paria, oggetto di sputi e bastonate! Al peggio, sarete linciati o crocifissi! ...E per cosa? Per cosa? Qualunque azione compiate non ammonterà mai a qualcosa di più di una singola goccia in un oceano sconfinato! Adam Ewing: Ma cos'è l'oceano, se non una moltitudine di gocce?

» postato da Signora delle Acque alle 11:24 del 01-11-2013

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