
Una cosa è certa: guardando Blade Runner non si può
restare indifferenti. Vari fattori competono a rendere questo film così
incredibilmente reale: l'atmosfera della città, l'interpretazione
perfetta di Harrison Ford, gli effetti speciali, la cura per i particolari e,
naturalmente, la trama intrigante. Tra le persone che hanno visto questo film,
non ne ho mai sentita nessuna dire di essersi annoiata. Anche se, come è
capitato a me la prima volta che ho visto il film, si è in un momento di
particolare tristezza, non si può guardare il film senza assorbire un
po' di quella magica atmosfera. Blade Runner non è un film di
fantascienza realistico, è un film REALE, un film che descrive la
realtà che magari ci troveremo a vivere tra qualche anno.
Ciò che più colpisce lo spettatore è quell'essere
trascinato in un mondo diverso dal proprio, del quale però si sente
partecipe; infatti ciò che vede sullo schermo non è poi
così diverso da ciò che egli stesso si aspetta dal proprio mondo
in un prossimo futuro.
Cosa ha reso così magica l'atmosfera che si respira guardando Blade
Runner? Philip K. Dick, l'autore di
Do androids dream of electric sheep? (Cacciatori di
Androidi, Editrice Nord), il romanzo da cui è tratta la
sceneggiatura di Blade Runner, ha così spiegato il suo punto di
vista.
"Tutto ciò che posso dire è che il mondo in Blade Runner
è il luogo dove io effettivamente vivo. Cioè dove penso di
essere. Questo mondo è il mondo dove ogni persona del pubblico
vivrà. Non sarà il mio mondo privato. E' un mondo dove ogni
persona che entrerà nel cinema e si siederà e guarderà il
film verrà catturata; e il mondo è così coinvolgente,
così profondamente coinvolgente che sarà molto difficile per le
persone uscirne e tornare alla normalità. Non appena il film comincia,
lo spettatore viene istantaneamente trasportato dal suo mondo a quel mondo e
sente veramente di essere parte di quel mondo. Penso che la cosa più
eccitante sia che si tratti di un mondo vivibile. Un mondo dove la gente
effettivamente vive. Non è una colonia spaziale igienicamente sterile,
che sembra un modello visto all'istituto Smithsoniano. No, è un mondo
dove la gente vive. E le automobili usano gas e sono sporche e c'è una
pioggerellina sporca e lo smog. E' terribilmente convincente quando lo
guardi.
Tutti sembrano avere qualche affare da sbrigare. Tutti sono indaffarati in
qualcosa. Questo è ciò che effetivamente si vede in una vera
metropoli. Ti chiedi in continuazione chi siano queste persone, cosa stiano
facendo, che tipo di vita vivano. Diventi terribilmente curioso a proposito
delle vita stupendamente complessa di questa metropoli. Cosa c'è dietro
quelle porte chiuse? Cosa succede dietro quelle finestre illuminate? Ti
lasciano dare un'occhiata, ma non ti raccontano mai la storia completa."
Ridley Scott si impegnò molto per
dare al film quell'impronta di realtà così coinvolgente per lo
spettatore; la città di Blade Runner potrebbe sembrare una delle
grandi città americane di oggi, nelle quali "passeggiando attraverso le
loro parti appena costruite, si vede sporcizia ed edifici sempre più
grandi". Il regista non è caduto in un errore molto comune tra i
cineasti di fantascienza, mostrare persone vestite e acconciate in modo
futuristico: "La moda non cambierà così drasticamente in quaranta
anni. Penso che esista sempre un terribile errore in cui cadono
sistematicamente i registi, la sindrome delle chiusure lampo diagonali e dei
capelli argentati. Quando giri una storia ambientata nel futuro, a meno che tu
non debba parlare di avvenimenti che accadranno tra 100, 200, 300 anni, non
vedrai mai un cambiamento così drastico. Sicuramente non in quaranta
anni."
La trama del film, come tutti sanno, si basa sulla caccia ai replicanti da
parte del detective Rick Deckard (interpretato da un grandissimo Harrison
Ford). Ma cosa sono i replicanti? "Un replicante è essenzialmente un
essere umano" - sostiene Scott - "una coltura di carne, molto avanzata e
altamente perfetta. Questa è la dicotomia che rende peculiare l'intera
storia. Il compito del detective è quello di essere una specie di
poliziotto, ma anche uno sterminatore, se necessario. Il suo lavoro è
quello di dare la caccia ai replicanti che trovano la strada per arrivare nella
città. Essi non hanno alcun diritto di essere lì, perchè i
replicanti sono stati costruiti originariamente per situazioni particolari,
applicazioni militari, industriali, lavoro nelle miniere. Essi rappresentano
una specie di generazione di seconda classe, creata per ambienti inospitali o
lavori pericolosi o semplicemente noiosi. Potrebbe arrivare il momento in cui,
mentre mandiamo un astronauta nello spazio profondo, sappendo che non
tornerà indietro, vorremo mandare un replicante al suo posto."
Ma i replicanti pensano? A cosa pensano? Hanno un'anima? Hanno coscienza di
sé e degli altri esseri viventi? "Il test di Voight-Kampff è
probabilmente il test oggettivamente più valido mai pensato - ha detto
Philip Dick - poiché testa qualcosa
che va al di là dell'intelligenza, ma che resta comunque una forma di
intelligenza. Si tratta di una sorta di intelligenza 'superiore', cioè
dell'interesse verso gli altri esseri viventi. Ciò che il test chiede
effettivamente ai replicanti di dimostrare è il rispetto delle altre
forme di vita. I replicanti hanno diritto allo stesso rispetto, ma soltanto se
dimostrano di averne essi stessi. Lo scopo della storia è quello di
mostrare che, nel suo lavoro di cacciatore di replicanti, Deckard diventa
progressivamente de-umanizzato. Nello stesso tempo, il pubblico si rende conto
che i replicanti diventano sempre più umani. Alla fine, Deckard deve
chiedersi cosa stia facendo e quale sia la differenza essenziale tra lui e
loro. E, per procedere ancora di un passo, chi è lui se non c'è
alcuna reale differenza?"
Il fascino del film è dovuto, oltre che alla particolare atmosfera che
lo pervade e alla storia appassionante, anche alla scelta azzeccata del cast e
alla bravura degli attori nel calarsi nei rispettivi personaggi. "Vedere Rutger
Hauer come Batty" - ha detto l'autore - "mi ha spaventato a morte,
perchè era esattamente come io avevo dipinto Batty, ed aveva anche
qualcosa in più. Avrei potuto scegliere Sean Young tra centinaia di
donne, per interpretare la parte di Rachel. Sean ha l'aspetto giusto." Ma il
personaggio che ha più colpito Dick è stato Deckard. "Ovviamente
Harrison Ford è più simile alla mia idea di Rick Deckard di
quanto io potessi mai immaginare. Voglio dire che è assolutamente
incredibile. E' stato addirittura qualcosa di soprannaturale quando ho guardato
per la prima volta delle foto di Harrison Ford tratte dal film. Ho pensato:
'Questo personaggio, Deckard, esiste veramente'. C'è stato un momento in
cui non esisteva, ma adesso esiste. Egli è, in larga parte, risultato
della bravura di Harrison Ford. E ora c'è, in qualche strano modo, un
genuino, autentico, reale Deckard. Alcuni amici che hanno guardato le stesse
foto, dopo aver letto il romanzo, mi dissero: 'Ti rendi conto che, se tu non
avessi scritto quel libro, Harrison Ford non avrebbe mai indossato quella
cravatta e quel vestito?'. Io risposi: 'E' vero. Ma ciò che è
ancora più eccitante è che, se Harrison Ford non avesse mai
interpretato quel ruolo, Deckard non sarebbe mai stato una persona reale.' Ford
irradia un alone di tremenda realtà quando lo guardi. E vederlo come un
personaggio creato da me è per me un'esperienza incredibile, quasi
soprannaturale."
La cura per i particolari si vede anche nella preparazione dei personaggi da parte del regista e degli attori: "Prima del film" - ha raccontato Scott - "ho passato un po' di tempo con gli attori, per cercare una dimensione per i loro personaggi. Dopo un certo periodo di discussioni, l'attore comincia a capire se ciò che lui sente va d'accordo con quello che io voglio, e comincia a formare il personaggio sulla strada giusta. E' quasi come una scultura. Cominci a costruire gradatamente il personaggio man mano che vai avanti. Trovo anche molto utile scrivere una biografia di ciascun personaggio - serve a dare la direzione giusta all'attore. Ho passato molto tempo a spiegare a Rutger e Brion come i replicanti fossero stati originariamente costruiti e quali doveri avessero. E' stato quasi come dare loro una storia di come la scienza avesse raggiunto quella particolare applicazione, per quali usi fossero stati pensati, e come fossero diventati una generazione di seconda classe. Gli attori hanno cominciato a capire e a fare domande. Non appena riesci ad ottenere che un attore faccia domande, sai che stai andando da qualche parte."
"Alla fine, è l'attore che deve fare la sua parte e farla rientrare nel contesto del film" - ha detto Harrison Ford - "Così, mentre il lavoro del regista è incredibilmente complicato e difficile, per l'attore ci sono sempre elementi non risolti - come ad esempio se il personaggio debba portare il suo fucile in una certa posizione oppure in un'altra. Questi possono essere dei semplici dettagli, ma possono venire decisi soltanto quando qualcuno possiede un forte feeling per le cose e riesce a formarsi un punto di vista. Il personaggio Deckard alla fine ci riesce e comincia a formarsi un punto di vista sulle cose che lo circondano." Il rendere Deckard un personaggio dotato di una forte realtà è stato in gran parte lavoro di Harrison Ford, anche per quanto riguarda i particolari che possono sembrare insignificanti. In particolare, Harrison Ford ha deciso quale look dovesse avere il suo personaggio per essere ricordato: "Il taglio di capelli è stato una mia idea. Ridley aveva pensato che il personaggio dovesse portare un ampio cappello di feltro, prima di vedere "I predatori dell'arca perduta". Era importante per me non avere sempre lo stesso cappello in un film dopo l'altro. Non volevo trasportare il bagaglio di un progetto in un altro. Quindi il cappello è stato eliminato. Ridly voleva però qualcosa per dare un aspetto particolare al personaggio e io volevo qualcosa di semplice. Così mi sono fatto quel taglio di capelli, pensando che avrebbe dato al personaggio una certa definizione, un suo particolare look."
Holden: So you look down and see a tortoise. It's crawling toward you...
Leon: A tortoise. What's that?
Holden: Know what a turtle is?
Leon: Of course.
Holden: Same thing.
Leon: I never seen a turtle. But I understand what you mean.
Holden: You reach down and flip the tortoise over on its back, Leon.
Leon: You make up these questions, Mr. Holden, or do they write 'em down for you?
Holden: The tortoise lays on its back, its belly baking in the hot sun, beating its legs trying to turn itself over. But it can't. Not with out your help. But you're not helping.
Leon: Whatya means, I'm not helping?
Holden: I mean you're not helping! Why is that, Leon?
They're just questions, Leon. In answer to your query, they're written down for me. It's a test designed to provoke an emotional response. Shall we continue?
Describe in single words. Only the good things that come to your mind. About your mother.
Leon: My mother... I'll tell you about my mother.
Anche Harrison Ford ha raccontato la sua esperienza di attore alle prese con gli effetti speciali: "Abbiamo realizzato cose molto complicate. La scena in cui Batty compare nell'appartamento di Pris dopo che io sono stato colpito da lei è un esempio. Ciò che Ridley voleva dal personaggio di Rutger Hauer era una dimostrazione delle sue incredibili abilità proprio all'inizio del film." Harrison Ford continua dicendo: "La prima cosa che Ridley voleva dimostrare era la sua velocità, così ha pensato ad un filmato in cui io arrivavo alla porta dell'appartamento, cercando un posto dove nascondermi e sorprenderlo. La telecamera era sopra la mia spalla e poteva registrare che il mio fucile si stava alzando e stava puntando su Rutger. Rutger entra nell'inquadratura, proiettando un'ombra che io vedo, ma non è abbastanza vicino perchè io possa sparargli. Quando finalmente è sufficientemente vicino, lo vedo e gli sparo. Ma egli si muove così velocemente che non può essere colpito. Secondo le procedure standard, ciò sarebbe stato effettuato portando un attore nell'inquadratura, tagliando, portando l'attore fuori e sparando dove prima c'era l'attore. Ciò potrebbe convincere che egli era lì quando è stato sparato il colpo. Ridley ha fatto qualcosa di più complesso, molto più difficile e certamente molto più convincente. Ha filmato Rutger ad una certa velocità, ha cambiato la velocità della telecamera e l'ha fatto uscire dall'inquadratura ad un'altra velocità, molto più bassa, e ciò l'ha fatto sembrare molto più veloce, e effettivamente lo era."
Cosa c'è, quindi, di così speciale in un film come Blade
Runner? Dai brani di intervista riportati sembra che sia un grande film,
con una grande trama, con dei grandi attori, un grande regista e degli ottimi
effetti speciali. Eppure tutto questo non basta a fare di Blade Runner
il mito che è effettivamente diventato. Allora qual è il trucco
per far diventare un grande film un mito?
La risposta non è facile, anche se credo si possa intuire leggendo tra
le righe delle interviste. Come dire: il trucco c'è, ma non si vede. In
un normale buon film, lo spettatore viene reso partecipe delle vicende dei
protagonisti, mentre in Blade Runner lo spettatore "è" il
protagonista: che di voi non si è sentito così guardando Rutger
Hauer durante la scena finale del film?
I've seen things you people wouldn't believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhauser gate.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain.
Time to die.
-- (Roy Batty)