gli aneddoti di Vittorio Curtoni

Da piccolo sognava di vivere di fantascienza. Purtroppo il suo sogno si è avverato.

Memories of green

Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...

"L'ultimo autoritratto" Martedì 28 marzo, a Cannobio, sul lago Maggiore, abbiamo dato l'ultimo saluto a Karel Thole. In un pomeriggio gelido, spazzato dalla pioggia, con le acque del lago increspate, i suoi amici della fantascienza si sono radunati a dirgli "ciao" per l'ultima volta. Credo, spero che gli abbiamo fatto piacere.

Non lo vedevo da un paio d'anni, per l'esattezza dalla convention di Courmayeur del 1998, e la notizia della sua morte, arrivata per telefono domenica 26, mi ha colto del tutto di sorpresa: per me Karel era immortale, uno spirito della terra e dell'aria, e dell'acqua e del fuoco, di quelli che solo una magia arcana può mettere al tappeto. E probabilmente è successo proprio questo. Se ne è andato nel sonno; forse perché, come ha scritto Riccardo Valla, di giorno la morte non sarebbe mai riuscita a ghermirlo. Era troppo agile, felino, solare. Di giorno avrebbe fatto marameo e se ne sarebbe infischiato. Potete scommetterci.

Lo confesso: non appena sono stato avvertito, ho tirato fuori un volume di sue opere pubblicato nel 1976 dalla Quadragono Libri, Le primavere del mostro, perché ricordavo benissimo il dipinto che chiude il libro. Dipinto che si intitola L'ultimo autoritratto e presenta Karel nella bara, la testa poggiata su un cuscino bianco, tra lenzuola candide, con due garofani neri tra le mani.

Tranquillo, sereno, superiore. Esattamente come l'ho visto nella realtà; anche se mancavano i garofani, sostituiti da un rosario. Ciò non toglie che la sua preveggenza sia stata impeccabile, come ci si poteva aspettare.

Non tenterò nemmeno di dire cosa abbia rappresentato la sua arte per l'editoria italiana e internazionale, e quanto i "cerchi di Thole" abbiano definito, incarnato Urania per un lunghissimo arco di tempo. So che Giuseppe Lippi si è assunto questo incarico, e lascio a lui l'onore e l'onere (immane). Quel che posso sommessamente raccontare è che se io mi sono innamorato della fantascienza sulle copertine di Kurt Caesar, l'opera di Thole mi ha svelato panorami estetici e mentali completamente nuovi. Da molto tempo il mio cervello ha etichettato le sue copertine sotto la formula "surrealismo metafisico", che magari non significherà nulla a livello propriamente critico, ma per me dice tutto. Karel era capace di prendere la realtà, di smontarla e rimontarla con un'ottica fantastica di forza dirompente, buttando nel geniale calderone di ciò che dipingeva le sue angosce, i suoi sogni (non di rado erotici), la sua stralunata e tanto generosa visione del mondo: un uomo sempre pronto a rileggere quel che abbiamo attorno, a scavare sotto la buccia per tentare di vedere le vere radici, le vere fondamenta del nostro reale. Da tantissimi anni associo, idealmente, la sua arte alla narrativa di Philip Dick, un altro maestro che ho amato senza riserve: Karel e Philip cercavano di indagare dietro gli orpelli, dietro i veli, i paraventi, per portarci in contatto diretto col nucleo essenziale (col nocciolo atomico, oserei dire) del mondo e dell'universo intero. Con una forza, un coraggio che sono da pochi.

Dopo averlo ammirato sin dall'adolescenza come artista, l'ho conosciuto come persona nel 1976, alla convention ferrarese alla quale dedicai l'editoriale di "Robot" Una notte altrove: e quale deliziosa sorpresa scoprire Karel nella sua realtà quotidiana! Magistrale affabulatore, narratore di storie più grandi di lui e di tutti quanti; intrattenitore di quelli che i salotti televisivi più paludati se li sognano. Con quel suo buffissimo, tanto suggestivo, italiano intriso di residui d'olandese che rendevano il suo modo di parlare unico, una sirena in sé e per sé, a prescindere da quel che diceva. Tenero, dolce, disponibile, con una risata grande, contagiosa, che ti metteva di buonumore anche se eri giù di corda. Conosceva tutti. Era stato a tutte le convention. Ti narrava di Bob Silverberg e Alfie Bester, e di chi vuoi tu, come fosse la cosa più naturale del mondo, e wow! Per lui lo era. La verità è che di fantascienza aveva letto pochissimo, perché per creare le sue fulgide copertine si serviva delle parche indicazioni che gli venivano trasmesse da Fruttero e Lucentini; però era comunque il re delle convention, e l'amico di tanti autori. Il folletto capace di fiutare le idee al volo e incarnarle in un'immagine che nessun altro avrebbe saputo creare.

Era anche un bevitore formidabile. Io mi picco di essere un discreto proselito di Bacco, ma con Karel non l'ho mai spuntata. A partire da quel primo incontro a Ferrara: dopo una notte trascorsa a trangugiare whisky nella camera d'albergo di Catani e Ragone, alle prime luci dell'alba scendemmo al bar sotto che aveva appena aperto, e Karel ordinò un toast e una birra! Io ero decisamente schiantato. Lui mi rese l'onore delle armi, ma mi dichiarò perdente. Come è sempre accaduto tutte le volte che ci siamo ritrovati. E quando dico "bevitore formidabile" intendo qualcuno capace di ingurgitare quantità notevolissime di alcol senza dare il minimo segno di cedimento fisico o mentale. Era un gigante anche in questo. Una tempra da supereroe, se mi permettete.

Anche la sua generosità era di quelle che non concedono tregua. Sarebbe stato pronto a disfarsi per un amico, e senza dubbio pure per la prima persona che passava per strada. A me è rimasto impresso un episodio che risale al 1978. In quell'anno, Giuseppe Lippi e io eravamo redattori di Armenia e stavamo approntando la nascita di una rivista coraggiosa ma sfortunata, Psyco: quattro numeri in tutto di narrativa horror. Bella idea, forse, ma i tempi erano prematuri. Okay. Comunque, un pomeriggio Giuseppe e io andammo a casa di Karel per parlare del logo della rivista (che poi in effetti pubblicò in copertina alcuni suoi lavori già editi in Germania ma del tutto nuovi per l'Italia), e finì che si andò a cenare assieme. Io ero rimasto senza una lira, spiccioli a parte, e dovevo assolutamente raggiungere la stazione ferroviaria, per tornare a casa mia a Piacenza. Potevo prendere la metropolitana senza problemi. Karel non volle sentire ragioni: con le ultime diecimila lire (o quel che era) che aveva in tasca mi accompagnò in taxi alla stazione, e poi riportò Giuseppe a casa. E poi tornò a casa sua. A costo di essere randellato dal taxista se i soldi che aveva non fossero bastati!

Voi quante persone fatte così avete conosciuto in vita vostra? Io, pochissime.

Come lui, credo nessuno.

Con Karel ci siamo incontrati a convention, cene, cerimonie varie. In certe occasioni, come ad esempio a Monfalcone nel 1982, abbiamo parlato assieme dallo stesso podio. Quando viveva a Milano sono stato più d'una volta a casa sua. Ho avuto il privilegio di vedere il suo studio, di ammirare dal vivo le cose straordinarie che uscivano dalla sua fantasia.

Mi piace molto l'idea di considerarmi suo amico. Certo non il più intimo, il più prezioso, ma insomma un amico. Quando ancora abitava a Milano, ogni tanto gli telefonavo e gli chiedevo di venirmi a trovare con sua moglie a Piacenza.

Lui nicchiava, finiva sempre col dire: "Vieni tu da noi."

Alla tua, Karel. Che questo ultimo viaggio intergalattico ti sia propizio.

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