Super 8 è una lettera d’amore. Il mittente è J.J. Abrams, che lo ha personalmente scritto e diretto, e il destinatario principale è Steven Spielberg, che co-produce tramite la sua mini-major semi-indipendente Amblin’ Entertainment. Più in generale i destinatari sono anche gli spettatori della sua generazione (Abrams è nato nel 1966), coloro che nel periodo tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 aspettavano con impazienza ogni nuova produzione fantastica targata Spielberg. A questa specifica fetta dell’audience il film regala un livello di fruizione aggiuntivo, legata al proprio passato. 

 

Sebbene per ovvii motivi Super 8 non sia un film autobiografico Joe, il giovane protagonista, racchiude certamente elementi del J.J. di quegli anni: un ragazzino che sognava di fare il cinema e che rimaneva incantato dalle pellicole sfornate dalla factory del Maestro. 1979: Joe (Joel Courtney) ha da poco perso la mamma e vive col padre (Kyle Chandler), sceriffo di una piccola cittadina di provincia nell’Idaho. La trama lo colloca sul set improvvisato di un corto a base di morti viventi che il suo amico Charles (Riley Griffiths) sta girando nel noto formato amatoriale sviluppato dalla Kodak che da il titolo al film. Durante le riprese serali di una scena ambientata in una piccola stazione ferroviaria il gruppetto di amici è testimone di un catastrofico incidente ferroviario. Dai rottami del treno fuoriesce qualcosa che, di lì a poco, mette a soqquadro l’intera zona. Nessuno capisce cosa sta succedendo. L'arrivo in forze dei militari, impegnati in un'operazione sulla quale non dicono la verità, complica ulteriormente il quadro. La chiave del mistero è racchiusa nella bobina di pellicola che i ragazzi aspettano impazientemente di ritirare dallo sviluppo…

 

Abrams segue lo schema ricorrente nella filmografia spielberghiana di persone normali che si trovano a dover fronteggiare situazioni eccezionali. La lista di richiami e omaggi allo Spielberg di quegli anni è lunga, al punto che la storia si potrebbe riassumere in questo modo (attenzione, spoiler indiretti): un gruppetto di amici (I Goonies) vive un’avventura straordinaria dovendo fronteggiare un mostro (Lo squalo) arrivato dallo spazio (Incontri ravvicinati del terzo tipo). Le spaventose manifestazioni della creatura (Poltergeist) in realtà non sono dovute alla sua natura malvagia ma nascono dalla sua necessità primaria di poter tornare sul suo pianeta (E.T. L’Extra-Terrestre). Ovviamente lo stesso Spielberg attingeva a piene mani dai film che avevano segnato la sua infanzia, dunque tutto il cinema di fantascienza degli anni ’50 rielaborato secondo un’ottica meno belligerante e profondamente più pacifista, figlia del ’68 (il diverso da noi non è necessariamente sempre un pericoloso nemico da annientare), sfruttando con intelligenza le possibilità offerte dagli sviluppi tecnologici nel campo della realizzazione degli effetti visivi. 

 

Il gioco citazionista imbastito da Abrams comunque non è fine a se stesso ma sembra nascere da un sincero desiderio di omaggiare un certo cinema, indubbiamente commerciale ma non per questo sterile e senz’anima, costruendo al tempo stesso un film perfettamente godibile per tutti gli spettatori, a prescindere dalla loro età. L’impresa riesce non solo grazie a una sceneggiatura che si concede anche delle parentesi più “intimiste” per delineare meglio i personaggi ma anche a vari altri elementi, tra cui il perfetto cast. (Curiosità: il compositore della colonna sonora Michael Giacchino si concede un cameo nei panni del vicesceriffo). Un po’ come era stato fatto per lo Zodiac di David Fincher non solo scenografie, trucco e costumi rievocano gli anni ’70 ma anche il direttore della fotografia Larry Fong (Watchmen) è riuscito magnificamente a rievocare il look che avevano in quegli anni le pellicole fotografate da luminari del settore come Vilmos Zsigmond (Incontri ravvicinati) o Allen Daviau (E.T.). 

 

La riuscita del film comunque non risiede solo nella sua ottima confezione. Nonostante qualche passaggio narrativo sin troppo di comodo (del tipo, si entra e si esce senza troppi problemi da aree sotto stretta sorveglianza dall’esercito) Abrams riesce dove spesso le grandi produzioni fantastiche sfornate da Hollywood falliscono: non limitarsi solo a inanellare sequenze altamente spettacolari ma raccontare una storia, seppur fiabesca, nella quale i personaggi non sono lì solo a fare da sostegno agli effetti visivi, ma viceversa. (Ogni riferimento all’intera filmografia di Michael Bay - massimo rappresentante mondiale del cine-pattume decerebrato ad alto budget - non è puramente casuale).

 

Non mancheranno naturalmente coloro che criticheranno Super 8 per l’emozionante finale, sfacciatamente sentimentale, di chiara discendenza ETiana. Come per tutte le lettere d’amore bisogna essere nello stato d’animo giusto per poterle pienamente apprezzare.