Ciò influenza in modo determinante il modo con cui gli enti pubblici si rapportano con i propri

dipendenti. Il nuovo modello sociale prevede una maggiore libertà per l’individuo nello stabilire il proprio percorso di vita e di lavoro, nell’ambito di una piena affermazione della propria personalità. La possibilità per ciascuno di partecipare attivamente alla determinazione della quantità e dei limiti della propria esperienza professionale, senza vedersi calare dall'alto carriere e profili, è ormai ritenuto un autentico valore. Se questo è uno dei valori delle moderne società occidentali, come è quella italiana, la pubblica amministrazione sembra non tenerne conto, stretta fra pressioni politiche, autodifese corporative, interessi lobbistici e infiltrazioni criminali. Che sono peraltro i veri problemi, mentre questioni quali ad esempio l'assenteismo ne sono al limite una conseguenza. Di tutto questo fa le spese il dipendente pubblico, a volte lusingato e più spesso costretto ad assumere un certo conformismo negli atteggiamenti e un appiattimento verso valori ritenuti imprescindibili, magari poco consoni al pubblico interesse ma più funzionali al mantenimento degli equilibri interni. Ciò vale anche per lo stile di vita tenuto all’esterno: in certi ambienti infatti si considera ancora inaccettabile che un dirigente o un quadro possa essere, per esempio, single, ateo, bisessuale, di sinistra e magari di origine extracomunitaria. Come se tutto questo non fosse che un minuscolo frammento della complessità in cui sono immerse le società occidentali del ventunesimo secolo. Alla fine l’unico risultato ottenuto consiste nell’allontanamento di quelle forze che potrebbero realmente essere il motore del cambiamento, al di là dei piani che spesso restano sulla carta; e non è detto che non sia un risultato voluto...

Scrivendo il suo capolavoro, Bester aveva ben chiaro dove le moderne società stavano andando. A prima vista la pena della “disintegrazione” psicologica ha un sapore reazionario; in realtà esprime, in maniera provocatoria, la necessità di rinnovamento nel modo di pensare e di porsi davanti alle sfide della ipertecnologica civiltà che il futuro ci prospetta. Sotto questo aspetto la riforma Brunetta appare parziale e lacunosa. Concetti quali merito, benessere organizzativo, qualità, sono espressi in teoria, ma non sembra esserci una vera volontà di mettere in grado la pubblica amministrazione di affrontare i cambiamenti, soprattutto concettuali, che ci attendono nei prossimi decenni. Anzi, i segnali esprimono semmai una pericolosa voglia di tornare indietro sul terreno delle conquiste finora ottenute. Pericolosa perché impossibile da realizzare, e quindi generatrice di tensioni sociali.

La realtà è che all'intera classe politica, di destra e di sinistra, non interessa avere una pubblica amministrazione efficiente, ma bensì una pubblica amministrazione ubbidiente, cioé in grado di mettere in campo le azioni "giuste" al momento "giusto". La disintegrazione dei pubblici dipendenti è pertanto uno dei modi con cui, anche attraverso l’uso di strumenti  psicologici coercitivi, si prova a domare gli aspetti della personalità – casualmente quelli più creativi -  che possono entrare in conflitto con questo tipo di visione e i suoi valori. Valori che non trovano quasi più riscontro nel mondo esterno. Se Bester fosse ancora vivo, metterebbe mano alla tastiera e scriverebbe un racconto dei suoi: ferocemente ironico, profondamente autentico.