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”Quando sono stato per la prima volta alla Marvel mi hanno spiegato di quanto fossero preoccupati da questo adattamento.” Ricorda Branagh “Mi dicevano: ‘ci sono molte maniere per sbagliare tutto: vogliamo che Thor sia ricco e pieno di colori, ma al tempo stesso ci interessa che sia un film leggero.’ Spero di essere riuscito in tutto questo, sviluppando un rapporto con Marvel molto interessante. Anche soprattutto in vista de I vendicatori quando mi sono stati proposti alcuni cambiamenti per fare di questo film un prologo al prossimo. Non ho subito alcuna imposizione: anzi. Per quanto non mi sia per niente interessato del merchandising perché a me importava solo della storia di Thor, mi divertiva ad avere a che fare con un gruppo di lavoro come quello della Marvel composto da ‘Nerd dichiarati’ che sanno tutto di tutti i fumetti, e che, al tempo stesso, dimostrano una grande passione per quello che fanno.”
Ho conosciuto tutti gli autori dei fumetti di Thor a partire da Michael Straczynsky che ha lavorato a parte della sceneggiatura nonché, ovviamente Stan Lee e Walter Simonson che hanno entrambi un cameo nel film quando un gruppo di persone prova ad estrarre il Mjolnir. Sono diventato molto familiare con gli albi a fumetti e credo di avere sentito fortemente il loro fascino al punto che tutti quanti noi abbiamo sempre tenuto in gran conto il lavoro di queste persone e — in particolare — quello di Jack Kirby.
Stan Lee mi diceva di avere sempre immaginato che i personaggi di Thor parlassero una lingua simile a quella di Shakespeare o a quella della traduzione della Bibbia di Re Giacomo, che, più o meno, sono dello stesso periodo. Per quanto nel fumetto tutti parlano un linguaggio molto ricco e forbito a me interessava che nel film tutto questo risultasse molto diretto e semplice. La mia esperienza e il mio lavoro su Shakespeare mi hanno molto aiutato da questo punto di vista nel rendere la solennità e l’ironia di quella lingua. La sfida era renderlo elegante, ma anche semplice e naturale senza esagerazioni. Del resto Stan Lee è sinceramente appassionato dal mondo shakespeariano e dalla mitologica nordica: in questo senso la storia di Thor è qualcosa di più di quella di un eroe che ha sbagliato e che deve perdere tutto pur di riconquistare se stesso. Il suo mondo è fatto di suggestioni differenti sia sul piano etico che morale, nonché dal punto di vista visivo in quanto popolato di Troll, Elfi, creature fantastiche, donne bellissime. Una scelta saggia quella di Lee visto che dopo mezzo secolo, la saga di Thor è ancora ricchissima di storie da potere raccontare.
Mi interessava che la sua recitazione ‘fiorisse’ in maniera organica dall’interazione con Anthony Hopkins e Natalie Portman. In questo senso è stato molto gentile e disponibile a volere lavorare con me sui monologhi dell’Enrico V di Shakespeare per imparare come un principe è in grado di comandare un esercito in battaglia.
Al di là degli incentivi fiscali per girare lì, mi piaceva l’idea di un cielo azzurro esplorato da Jane Foster attraverso un laboratorio che sembra un’astronave. In più volevo che la cittadina dove si svolge l’azione ricordasse visivamente l’opera di Edward Hopper. In più il New Mexico è anche la terra degli UFO: l’Area 51 e Roswell sono lì: una terra in cui la modernità si fonda con antiche energie. Non solo tasse, ma anche grande spiritualità.
Il mio desiderio è quello di riuscire continuamente a sorprendermi. Thor ha rappresentato una possibilità davvero unica per me: un’avventura insolita ed originale. I film sui supereroi sono così di successo perché sollevano in tutti noi domande riguardo che cosa sia l’eroismo personale e quale tipo di saggezza acquisti quando hai perso tutto.
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