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In un presente parallelo l’Inghilterra è uscita da un secolo di guerre civili come unica e predominante superpotenza mondiale, governata dall’aristocratico pugno di ferro della sanguinaria Regina Anna…
Si potrebbe definire Bryan Talbot come il padre della moderna corrente britannica di fumetto fantastico e fantascientifico: Alan Moore, Neil Gaiman, Grant Morrison e Warren Ellis sono solo alcuni degli autori che ammettono di essersi ispirati alle sue opere ed al suo modo di narrare, sia visivo che rappresentativo. Eclettico scrittore e disegnatore, ha lasciato traccia di sé in ognuno dei capisaldi del fumetto inglese fra gli anni ’70 e ’80 ed in particolare in quella fucina di idee che si sarebbe rivelata essere la rivista 2000AD, per la quale ha contribuito soprattutto alle storie ed ai disegni di Judge Dredd e Slaine. Le avventure di Luther Arkwright è uno fra i suoi lavori più conosciuti e più validi, da tempo infinito in attesa di resa cinematografica, che spazia dallo steampunk agli universi alternativi passando da atmosfere mitologiche alla critica sociale e politica. Dopo dieci anni dall’ultima delle avventure di questo “agente dimensionale”, Talbot rientra nel multiverso di Arkwright con una miniserie pubblicata alla fine degli anni ’90 dalla Dark Horse (due anni fa in Italia): Il cuore dell’Impero.
Siamo nel 2007, in uno strano e distopico Impero Inglese, molto simile ad un incubo tecnologico vittoriano, governato dal pugno di ferro della folle Regina Anna. Tutto il mondo è sotto al giogo del Regno Unito ed ogni dissidente sparisce nelle fauci della polizia segreta o viene eliminato con metodi brutali ed efficienti. Il Papa trama dal letto di morte per sostituire la sua autorità a quella dei sovrani inglesi mentre la Principessa Vittoria, unica erede sopravvissuta del leggendario Luther Arkwright, comincia un percorso che la porterà, sulle orme del padre, a reggere fra le mani il fato del multiverso. Una trama complessa, ricca di intrighi, di suggestioni simboliche e mistiche, di critica sociale e politica ma dall’evoluzione abbastanza lineare e classica, a differenza del primo Arkwright. Non c’è infatti nessuna difficoltà a seguire lo sviluppo della storia né le correlazioni fra le varie realtà parallele in gioco che si intrecciano in una struttura solida senza precludere degli ottimi colpi di scena.
Fino a qui tutto bene per quello che si prefigura un buon fumetto, peccato che assomigli molto ad un buon fumetto degli anni ’80. Citazioni e tecnologie (come l’intelligenza artificiale Wotan), che avrebbero lasciato a bocca aperta un lettore immerso nelle atmosfere di vent’anni fa, risultano stantie agli occhi di un contemporaneo che ha visto esempi ben migliori di steampunk e cyberpunk. Ritmo e sequenze narrative, pur nella loro pulizia e coerenza, lasciano una forte impressione di dejà-vù perché espresse con uno stile non solo datato ma così efficace al tempo che è stato scimmiottato e sviluppato da numerosi estimatori; allo stesso modo i dialoghi scurrili e le situazioni crude, ottime in un contesto di rottura con il vecchio e pulito fumetto classico, danno la sensazione di essere tristemente fuori posto e gratuite al giorno d'oggi, in un periodo in cui siamo bombardati costantemente da forme di espressione similari. Disegno da “vecchia avanguardia” in perfetto stile con la storia, molto attento ai particolari e con sfumature psichedeliche che ricordano un po’ come resa alcuni momenti del mitico Heavy Metal.
Un buon fumetto per i nostalgici e per chi vuol rivere in diretta i modelli espressivi che hanno fatto la storia del genere.
en.wikipedia.org/wiki/Bryan_Talbot
2 «A tal punto che un autore per essere "originale" oggi deve essere costretto a usare la "gabbia bonelliana" e uno stile narrativo, lineare, lineare.
»
...oppure essere scozzese e pazzo...aiuta... ![]()
» postato da Zakalwe alle 08:23 del 02-04-2008
3 ...di sicuro
Cheerio con Ale.
» postato da Damiano Premutico 2 alle 11:27 del 02-04-2008
4 peccato però che non venda veramente 'na mazza ![]()
» postato da Angelo.Rossi alle 11:32 del 02-04-2008
5 «peccato però che non venda veramente 'na mazza
»
Negozio pieno di pischelletti mangofili ?
Campai
» postato da Damiano Premutico 2 alle 12:28 del 02-04-2008
6 ««peccato però che non venda veramente 'na mazza
»
Negozio pieno di pischelletti mangofili ?
Campai»
vacci piano perchè io leggo principalmente anzi ultimamente quasi esclusivamente manga e non sono un pischello
il punto è che proprio anche quelli che fanno il fumetto u.s.a. non se lo son filato, il target è una piccola minoranza all'interno clienti che fanno Vertigo (a loro volta piccola minoranza).
insomma piccola minoranza di una piccola minoranza , e con questo ti ho detto tutto ....
con questo non voglio assolutamente sminure l'eventuale valore dell'opera , che è slegato dalle vendite.
» postato da Angelo.Rossi alle 12:33 del 02-04-2008
7 Con "pischelletti mangofili" non volevo offendere nessuno. Non ho nulla contro i manga
Aricampai
» postato da Damiano Premutico 2 alle 12:42 del 02-04-2008
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1 Concordo con la recensione di Ivan Lusetti. L'opera di Talbot è sicuramente pregevole ma il "primo" Luther non si corda mai. Talbot si trova in quella spiacevole situazione dei geni quando dopo aver creato si trovano vittime della loro creatura. Lo stesso di un R.E. Howard o di un A. Merritt ai tempi d'oro del weird fantasy americano. Leggerli oggi la prima volta da uno spiacevole senso di deja vu, dimenticandosi che la "matrice" di quel deja vu l'hanno inventata loro. Nel fumetto, come nella narrativa ormai si è nel Post, Post, Post ecc. Modernismo. A tal punto che un autore per essere "originale" oggi deve essere costretto a usare la "gabbia bonelliana" e uno stile narrativo, lineare, lineare. Cheerio e Lunga Vita all'impero nero di Gran Bretain.
» postato da Damiano Premutico 2 alle 18:59 del 31-03-2008