I film biografici sono sempre un rischio, soprattutto quando si ha a che fare con una personalità traboccante e complessa come quella di Frida Kahlo, pittrice messicana e rivoluzionaria comunista morta nel 1954 a soli 47 anni. Il progetto di fare un film sulla sua vita è finito nelle mani della talentuosa regista teatrale Julie Taymor, acclamatissima regista della versione teatrale a Broadway de Il Re Leone della Disney e conosciuta in Italia per il suo primo film, Titus, girato nel 1999 e interpretato da Anthony Hopkins e Jessica Lange. L'intero progetto di un film come Frida ha come forza motrice l'attrice messicana attivissima a Hollywood Salma Hayek (Desperado, Wild Wild West), che non per niente è anche tra i produttori del film. Salma si cala nei panni della sua conterranea artista con sanguigna passione, raccontandone le mosse sin dai tempi della scuola e dei suoi primi tentativi di sviluppare il suo personalissimo stile pittorico. Nel 1925 un grave incidente a bordo di un tram uccide diverse persone e la rende menomata per tutta la vita, con problemi alla spina dorsale e alle ossa, e dolori che non la lasceranno per il resto dei suoi giorni. Ma la passione per la vita e per tutto quello che può offrire certo non diminuiscono in lei. Il pittore di murales Diego Rivera (interpretato dal notevole Alfred Molina) la prende sotto la sua ala protettrice, facendole da mentore e diventando anche l'uomo della sua vita. Non senza problemi: lui è un donnaiolo impenitente ma onesto, che sin dall'inizio le cose in chiaro. "La fedeltà è importante per te?" le chiede. "La lealtà è importante" è la risposta di Frida. La prima moglie di Diego, Lupe (Valeria Golino), la avverte, definendolo il migliore degli amici ma il peggiore dei mariti. Nonostante tutto i due si sposano. Nei primi anni '30 Diego deve andare negli Stati Uniti, a Gringolandia, come la chiamano loro. Qui Frida scopre di essere incinta, ma la coppia non avrà mai figli. Durante una vacanza a Parigi, Frida ha modo di esplorare la sua attrazione per l'universo femminile. Lo fa con l'entusiasmo e la determinazione che la contraddistinguono ed una delle sue amanti arriva a dirle: "Non mi sarei mai aspettata di dire questo a qualcuno... ma sei stata migliore di tuo marito!" Nella seconda metà degli anni '30 la coppia dà ospitalità all'esule russo Leon Trotsky (Geoffrey Rush), con la quale la pittrice finisce per avere una relazione. Il divorzio da Diego è a questo punto inevitabile, ma le peripezia della coppia - sia sentimentali, che artistiche, che politiche - non sono certo finite...
Raccontare la vita di una persona realmente esistita in un film comporta sempre il dover rimanere in superficie. Due ore non bastano a raccontare gli anni di una vita qualunque e ancora meno bastano in questo caso, con una storia che fornirebbe materiale non per uno, ma per tre film. Per forza di cose quindi la sceneggiatura non approfondisce più di tanto tutti gli aspetti di questa complessa esistenza. Per sgombrare il campo da ogni possibile rischio di grigio cine-biografismo la regista Taymor imbocca quindi brillantemente la strada del surrealismo, mescolando il dramma sentimentale col musical latineggiante, con parentesi animate e mosaici cartolineschi. I quadri della pittrice si fondono con lo schermo e i personaggi, soprattutto Frida, famosa per i suoi lancinanti autoritratti, vi si trovano spesso inseriti, sfruttando una tecnica che mescola film, pittura, animazione e pop-art in stile Warhol. Frida è un film che forse non riesce completamente a rendere giustizia alla vita di una donna incredibile e complessa come Frida Kahlo: ma diciamoci la verità, chi potrebbe farlo? E' comunque una pellicola dai tanti meriti e porta a conoscenza del grosso pubblico un personaggio che fino ai primi ottanta era conosciuto solo all'interno del natio Messico. Donna latina di grande forza e inusuale coraggio e passione; il film ne affronta la vita con stile colorato, cercando di renderne in qualche modo la vitalità e il dolore. Meritata nomination al Golden Globe per la Hayek e premio vero e proprio invece alle variegate musiche del bravo Elliot Goldenthal (Final Fantasy) che già in passato aveva collaborato con la regista.










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