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Nel futuro tutti gli space marine saranno Warhammer 40k Space Marines

Il produttore del noto gioco da tavolo pretende che gli venga riconosciuta la proprietà di un termine in uso nella fantascienza da decenni. Ma una scrittrice si oppone.

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Probabilmente non avete mai sentito il nome M.C.A. Hogarth. Non crediamo sia mai uscito nulla di suo in Italia, e del resto anche nel suo paese, in USA, i suoi scritti se li è quasi tutti autopubblicati, usando i sistemi forniti da Amazon e altri siti per mettere in vendita i propri libri in formato ebook.

Hogarth è un appassionata di fantascienza e scrive fantascienza. Tutto bene, i suoi libri vendevano comunque abbastanza per pagare la scuola di sua figlia. Finché un giorno gli arriva la comunicazione da Amazon che il suo libro Spots the Space Marine è stato rimosso dal sito per infrazione di copyright.

La richiesta proviene dalla Games Workshop, nota azienda inglese produttrice dei giochi Warhammer, Warhammer 40k e altri, nonché delle rispettive versioni gioco di ruolo, videogame eccetera. L'infrazione riguarda proprio il termine usato nel titolo, "space marine", che secondo la Games Workshop è un loro marchio registrato.

 

La Hogarth non cede facilmente, si consulta con un avvocato, lotta, ma ben presto si rende conto di non essere in grado di sostenere il confronto. La battaglia legale gli costerebbe almeno duemila dollari per cominciare e salirebbe probabilmente oltre i diecimila andando in giudizio. E lei non si può permettere spese del genere: il romanzo non ha neanche lontanamente guadagnato così tanto, e quei soldi li dovrebbe togliere, detta molto praticamente, al bilancio familiare.

Però la cosa le rode. E allora pubblica un post sul suo blog in cui in sostanza, molto sinceramente, dice: non sopporto l'idea che un'azienda decida di mettere le mani su un termine che è sempre stato in uso nella fantascienza, da Heinlein a E.E. doc Smith alla saga di Alien. Non tollero che uno scrittore di fantascienza non possa più usare quel termine perché questi signori hanno deciso che appartiene a loro. Allora, se mi date una mano, un incoraggiamento, un sostegno — non lo dice apertamente, ma credo che speri anche finanziario — posso andare avanti nella battaglia.

 

È davvero difficile non parteggiare per la Hogarth. Magari si potrebbe annotare che questi sono i rischi dell'autoproduzione: se il suo libro fosse stato pubblicato da un editore invece che da Amazon sarebbe stato l'editore a sostenere l'impatto della causa legale, magari con migliori possibilità di portarla avanti di quanto possa fare un privato. Amazon invece non ci prova neanche: prima rimuove, poi eventualmente ascolta il tuo ricorso. Forse.

Detto questo, intendiamoci, a nostro avviso Hogarth ha tutte le ragioni del mondo, e pur non essendo legali esperti di common law crediamo che non sarebbe difficile dimostrare che il termine space marine non è stato inventato da Games Workshop e che era ampiamente in uso ben prima che l'azienda britannica esistesse. Purtroppo in questo caso il pesce grosso vince semplicemente perché il pesce piccolo non può permettersi di affrontare il confronto.

 

Ogni giorno di più vengono alla luce esempi di come copyright, trademark e brevetti siano usati in modo sempre più arrogante, invadente e lesivo della libertà di circolazione delle idee. Un conto è la difesa del proprio lavoro, un conto è l'appropriazione indebita come in questo caso di fette di patrimonio culturale.

Autore: S* - Data: 8 febbraio 2013 - Fonte: mcahogarth.org

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Commenti

1 Che dire... il mio pieno supporto al signor Hogarth. E la cosa triste è che una mossa così vigliacca, indegna e infondata come questa non è rara ai nostri giorni. L'epoca della Guerra dei Brevetti è già in atto da anni e abbiamo visto cosa è successo fra Apple e Samsung su un'idea (lo schermo portatile che chiamiamo tablet) che la fantascienza aveva già portato fra noi decenni prima... Il problema è che là si affrontano multinazionali multimiliardarie, qua il singolo che vede limitata la propria libertà di pensiero. Il che rende la mossa di Games Workshop un'atto vigliacco. Ma si sa: la guerra non fa distinzioni e in guerra tutto è permesso... purtroppo.

» postato da Andras Eris alle 13:28 del 08-02-2013

2 Solo un paio di note, Maggie Hogarth è una scrittrice (e molto brava, tra l'altro). e Games Workshop dichiara che 'Space Marines' è un suo marchio depositato (trademark), non di avere il copyright (che sia un marchio depositato è vero, ma per quanto riguarda la categoria 'giochi' non la categoria 'libri').

» postato da (Marina Bonomi) alle 15:05 del 08-02-2013

3 E' una cosa indegna - in primis per la possibilità di usufrutto monopolista di parole comuni - ma soprattutto perchè gli immaginari dei giochi GW sono una rielaborazione di copia & incolla presi o da fatti storici, ma in magior parte da cicli di sci-fi, fumetti, romanzi e film. Mi è parso di leggere che la scrittrice donasse parte dei suoi ricavati alle vedove dei militari USA, se è così dovrebbe farsi consigliare dalla loro organizzazione che sicuro avrà un dipartimento legale no-profit.

» postato da (Raoul Albonetti) alle 15:39 del 08-02-2013

4 Mi sa che quelli della Games Workshop non si rendono conto che rischiano di esser loro che alla fine dovranno pagare qualcun altro se insistono a fare gli stronzi. Come nota John Scalzi in questo articolo ... http://whatever.scalzi.com/2013/02/06/space-marines-and-the-battle-of-tradem-ark/ Ci sono "prior art" antecedenti, ad esempio "The Space Marines and the Slavers" di Bob Olsen (pubblicata nel 1936 su Amazing Tales). E c'è pure "Space Cadet" Robert Heinlein di cui se non sbaglio non sono ancora scaduti i diritti, quindi se quelli di Games Workshop vincono anche solo una causa nei confronti di qualcuno ottenendo una sentenza in cui il termine "space marines" è una proprietà intellettuale, poi gli eredi di Heinlein automaticamente gli fanno un Cu...Bo grosso come uno spazioporto. :twisted: Praticamente potrebbero diventare loro i nuovi proprietari di G.W. :lol:

» postato da L.MCH alle 17:59 del 08-02-2013

5 «Solo un paio di note, Maggie Hogarth è una scrittrice (e molto brava, tra l'altro). e Games Workshop dichiara che 'Space Marines' è un suo marchio depositato (trademark), non di avere il copyright (che sia un marchio depositato è vero, ma per quanto riguarda la categoria 'giochi' non la categoria 'libri').» Grazie Marina, chissà perché mi ero convinto che fosse un uomo, non ho neanche guardato la pagina "about". Be', è il rischio delle sigle. Capitò anche a Henry Kuttner quando mandò una lettera di ammirazione al suo scrittore preferito, C.L. Moore, per scoprire poi che era una donna. Finì che si sposarono :-) S*

» postato da S* alle 19:33 del 08-02-2013

6 Secondo me, queste sono le delizie del capitalismo rapace della fine del ventesimo secolo. "Viviamo in un'epoca in cui il 20% dei nostri geni è di proprietà di qualcun altro - un laboratorio privato, una multinazionale farmaceutica, una università. (citato da M. Crichton in "NeXt")." Se le grandi aziende non si fanno scrupolo di brevettare e reclamare come propri i geni umani, figuratevi quanto gliene frega del diritto d'autore. Ci sarà qualcuno che proverà a fermare questo trend, che pare inevitabile? Potrà la signora Hogarth diventare l'equivalente di Ralph Nader per la fantascienza?

» postato da Franco Piccinini alle 21:26 del 08-02-2013

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