L'importanza della fantascienza

Qual è la peculiarità della fantascienza? Gli autori anglosassoni tornano a confrontarsi con l'argomento, delineando le possibili linee di sviluppo della loro produzione futura. Un dibattito che innesca naturalmente interrogativi, dubbi e considerazioni personali.

Un interessante dibattito sta tenendo banco nel giro della fantascienza anglosassone da un paio di settimane a questa parte, stimolando la riflessione attorno alle finalità e alle prerogative del genere. A innescare la discussione è stato l'irlandese Ian McDonald, commentando un'affermazione di Paolo Bacigalupi, giovane scrittore americano poco conosciuto qui da noi, ma vincitore nel 2006 del premio intitolato alla memoria di Theodore Sturgeon con un racconto dai forti connotati ecologisti, The Calorie Man. McDonald è autore di una fantascienza di vocazione letteraria, accostato in passato al filone postcyberpunk e vincitore del BSFA Award nel 2004 con River of Gods e lo scorso anno con Brasyl, oltre che del Premio Hugo per il miglior racconto con La moglie del Djinn (pubblicato sul numero 53 di Robot). A richiamare la sua attenzione è stata in particolare la ripresa di alcune considerazioni di Bacigalupi da parte di Lou Anders, nell'introduzione al racconto The Gambler incluso (con un racconto dello stesso McDonald e opere di molte altre firme illustri come Cory Doctorow, Benjamin Rosenbaum, Paul McAuley, Pat Cadigan e Mike Resnik) nell'antologia Fast Forward 2, da lui curata e uscita per i tipi di Pyr il 21 ottobre scorso.

 

Nel brano in questione, Bacigalupi affermava che, tra le cose che sperava


Paolo Bacigalupi.
di vedere, c'era il ritorno della fantascienza alla sua rilevanza, vale a dire alle sue caratteristiche pertinenti. "Mi sembra quasi che malgrado gli strumenti in possesso della fantascienza, strumenti che nessun genere può vantare, talvolta si assista come a uno spreco di potenzialità da parte nostra. Ci sono talmente tante questioni aperte sul mondo verso cui ci stiamo incamminando e su come sarà il futuro, ma non vedo molta fantascienza intenta ad affrontare questi argomenti. Mi piacerebbe vederne in giro di più". Queste parole hanno condotto McDonald a una riflessione pubblicata su Cyberabad, il suo blog. McDonald si pone il problema di cosa fare per ricondurre la fantascienza alla sua rilevanza originaria e subito sembra stizzirsi al pensiero che le persone sulle quali l'importanza del genere dovrebbe produrre — secondo Bacigalupi — il suo impatto, molto probabilmente fanno parte della schiera che identifica la fantascienza con... le navi spaziali. "Un paradigma da ventesimo secolo", per usare le sue parole. "In effetti, da metà del ventesimo secolo. Sognavamo di esplorare il sistema solare, trascorrere i weekend sulla Luna e andare in luna di miele su Marte, esportando versioni del sogno americano e della politica liberale in tutta la galassia. Penso che a questo punto dovremmo aver capito che le cose non andranno esattamente in questo modo".

 


Ian McDonald
Le considerazioni del maestro irlandese sono molto taglienti e sviluppano una linea di pensiero solida e coerente. L'estrapolazione tecnologica e le proiezioni futuristiche non sono per lui tra i principali punti di forza della fantascienza. Al suo meglio, sostiene, "la fantascienza è [invece] letteratura visionaria, che si confronta con le nostre paure e le nostre speranze". Ma purtroppo gli avvenimenti degli ultimi anni hanno messo in crisi il sistema delle paure e delle speranze con cui avevamo preso confidenza attraverso una pratica duratura. "L'11 settembre e la relativa recrudescenza del fondamentalismo hanno offuscato a tal punto i primi anni del secolo da rendere difficile superarli con quelle idee grandiose e visionarie che dovrebbero plasmare la visione del mondo della gente".

 

Ci troviamo ad attraversare tempi cupi, insomma. "Invidio i cyberpunk

che, per una breve ma radiosa stagione degli anni '80, seppero produrre la più rilevante letteratura al mondo. Colsero la dilagante disillusione dalle speranze e dai sogni degli anni '50 e l'angoscia millenarista ormai alle porte, riuscendo a sintetizzarle in maniera brillante". Ma per impressionare la gente al giorno d'oggi, al punto da indurre un riavvicinamento alla fantascienza del grande pubblico, per Ian McDonald bisognerebbe passare per le astronavi, svendendone in questo modo l'essenza e l'importanza stessa. I media si sono appropriati ormai a tal punto dell'immaginario della fantascienza che per lui esistono a questo punto due culture nettamente differenziate: SciFi e SF. "Viene ancora data alle stampe una mole enorme di materiale sulle astronavi e gli alieni — roba che vende dannatamente bene [...] — ma penso che sia ormai diventato un genere nostalgico. Quando scrivo roba spaziale, mi diverto, ma mi sembra un gioco. Non mi sembra affatto qualcosa di importante. Non si connette a quello che provo o temo per il futuro. Abbiamo perso quella magia. E' solo intrattenimento, e nient'altro".

 


Alastair Reynolds.
Le parole di McDonald sono trancianti e hanno alimentato una discussione che presto ha trasceso i confini del suo dominio elettronico. C'è chi, per trovare "i nuovi sogni per un vecchio sognatore" invocati da McDonald nella chiusura del suo intervento (tirando in ballo la Singolarità, le intelligenze artificiali, le nanotecnologia e le questioni ambientali), non può fare a meno delle astronavi. Il gallese Alastair Reynolds è autore di una saga dal retrogusto postumanista, denominata del Revelation Space dal titolo del primo di cinque romanzi e ambientata in un futuro in cui l'umanità si è frammentata in una molteplicità di fazioni rivali e si è diffusa nello spazio (in Italia ne sono state tradotte tre novelle, Glaciale su Urania e La guglia di sangue e Turchese su Nova SF* della Elara Libri). "Non penso che nell'immediato futuro sfrecceremo attraverso il sistema solore a bordo di navi Conjoiner (una delle fazioni tecnologicamente evolute del suo universo letterario, N.d.R.) lunghe 4 chilometri, ma credo ancora calorosamente che diffonderemo la presenza umana al di là di questo sistema solare, e che troveremo un modo per farlo con gente in carne e ossa, non solo attraverso stringhe di DNA o personalità digitalizzate. Anche quest'altra roba potrebbe benissimo diventare realtà, ma sono convinto che ci saranno vere, autentiche astronavi. Potrebbero conservare una qualche somiglianza con qualcosa già prospettato dalla fantascienza oppure no [...], ma saranno pur sempre qualcosa che potremo chiamare astronavi".

 

Vale la pena ricordare che nemmeno un paio di anni fa una disputa

analoga coinvolse proprio Reynolds, contrapponendolo a un altro maestro della fantascienza britannica: Ken MacLeod. La questione dibattuta era all'epoca inerente il tempo di cui dovrebbe parlare la fantascienza. Dopo l'iniziale divergenza, i due trovarono un punto d'incontro nel riconoscere dignità a quella fantascienza che è un tentativo di estrapolazione consapevole, nata per rispondere all'urgenza di immaginare cosa potrebbe riservarci il futuro della civiltà umana. E questa conclusione non escludeva le posizioni di MacLeod, convinto che un genere come il nostro può rivelarsi più illuminante sull'attualità che non sul futuro che si sforza di prefigurare, in quanto il domani affonda senz'altro le sue radici nell'humus del presente.

 

Riallacciandosi direttamente all'intervento di McDonald, Reynolds ha affermato: "Mi sembra [...] che la SF potrebbe venirsi a trovare sull'orlo di una collettiva perdita di fiducia nel vecchio sogno del viaggio spaziale oltre i confini del nostro sistema solare. Forse sta già succedendo. Sul suo blog Ian McDonald, scrittore eccellente, ha dichiarato la sua posizione in maniera molto netta — non crede di avere a che fare con alcunché di concreto quando scrive di navi spaziali. Non posso essere d'accordo con lui; la penso diversamente, ma è proprio la risposta personale il punto del discorso. Gli scrittori dovrebbero seguire il loro cuore e la loro testa, piuttosto che uniformarsi alla massa. Se credi qualcosa, scrivilo con convinzione e sincerità. Altrimenti, non farlo".

 

Un punto di vista senz'altro onesto, che si riallaccia in una certa misura proprio al discorso dei nuovi sogni di cui parlava McDonald. A commento personale della discussione, mi permetto di infilare una considerazione già espressa sulle pagine di NeXT (iterazione 07) a seguito della diatriba tra MacLeod e Reynolds. Anche secondo me esistono due tipi di fantascienza: esiste una fantascienza per i tempi buoni, ed esiste una fantascienza per i tempi duri. La prima può permettersi di confrontarsi con l'estrapolazione tecnologica, le proiezioni verso il futuro anche remoto, sospinta dalla carica immaginifica al di là dell'Ultima Frontiera. La fantascienza per i tempi di magra ha invece le sue coordinate di riferimento nella trasfigurazione del presente, nell'introspezione, nella disamina del qui e ora. A seconda della maggiore o minore presa dei fattori ambientali su chi scrive, la sua opera tenderà all'uno oppure all'altro di questi due poli estremi. E nessuna delle soluzioni intermedie nello spettro che li separa resta comunque esclusa dalla gamma delle possibilità. Fermo restando che, anche quando si proietta nel futuro più distante, la fantascienza (o per lo meno qualunque opera di fantascienza meritevole di essere letta) si confronta con problemi e dilemmi strettamente attinenti all'interesse e alla curiosità dell'uomo, così come oggi lo conosciamo.

 

E' di questo che parliamo, quando facciamo fantascienza. Anche quando il postumano invade la scena, rivivono trasfigurate le questioni universali che riguardano gli uomini di oggi: i diritti civili, le relazioni umane, il rapporto con l'ambiente esterno, l'effetto dei sistemi di pensiero, di valori, di norme esistenti o possibili. Gli scrittori di fantascienza si trovano di certo a operare un po' come archeologi del futuro: in un procedimento inverso alla ricostruzione del passato storico dagli indizi sopravvissuti all'abisso del tempo, loro frammentano il presente cercando di metterne in luce le contraddizioni, i rischi e i limiti alla luce della prospettiva del futuro.

 

Addestrati a mettere in discussione ogni aspetto della realtà, storica, sociale o fisica, non dobbiamo temere di confrontarci con l'intero spettro delle probabilità. E non è affatto detto che la conquista dello spazio debba assomigliare a qualcosa che è già stato immaginato, in qualche libro o pellicola, da un autore di fantascienza.

Autore: Giovanni De Matteo - Data: 24 ottobre 2008 - Fonte: Cyberabad, SF Signal

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Commenti

1 Parto complimentandomi con l'ottimo articolo di X, capace di riassumere e di svolgere allo stesso tempo un dibattito di dimensioni notevoli in cui mi ero perso solo cercando di seguire gli interventi originali che avevo visto in rete. Mi inchino alle sue capacità (e gli perdono anche di essere un poco cyberpunk :wink: ). E' di sicuro una materia complessa in cui in tanti hanno ragione e in cui entrano in gioco sia la parte "letteraria" che quella commerciale, la parte di avventura e la parte di riflessione. La realtà è che non si può eliminare una di queste quattro componenti. Ogni tanto qualcuno dice che la fantascienza è morta, eppure ce ne è tanta, di sicuro negli USA (a cui aggiungere la vasta produzione della perfida Albione) esce più di quanto si possa leggere, segno che la fantascienza c'è. Non è vero che è morta, semmai è morta la fantascienza di qualcuno, quella in cui un autore (o semplicemente un lettore) è cresciuto (e spesso rimane intrappolato in una sorta di nostalgia). E' come dire che sono morti i film comici perché non ci sono più i film muti di Stanlio e Ollio: le cose cambiano. Certo che esiste (per ragioni di marketing e di soldi) una semplificazioni di certi temi che portano a storie di astronavi (a chi si riferiva MacDonald: a Peter Hamilton? Alla New Space Opera? Al Dune eretico e rifatto che però scala le classifiche? A Galactica? Forse a tutti...), ma che almeno a livello letterario non prescindono dall'elaborazione della trama, dai personaggi, dall'inventiva tecnologica (realistica o meno) e soprattutto dalla componente di avventura (termine che uso per indicare quella parte che affascina il lettore). Non posso dare certo torto a MacDonald, anzi, ma non si può, secondo me, fare a meno della parte di intrattenimento, fare solo parte speculativa pura come non si può prescindere dall'usare un italiano (ops... un inglese) corretto o scorrevole per esprimerla. Certo che MacDonald è più futurista in questo momento di quanto possa esserlo Reynolds, perché la sua India problematica e informatizzata è molto più plausibile (direi certa) che andare a fare un picnic su Marte. Certo che la fantascienza ha e può avere un ruolo di analisi e di critica sociale (e quanto ce ne è bisogno ogni giorno) che chi si perde in eroi che si sparano con i laser, parla di adolescenti e fatine o scrive gli Young Adults (e così vende 10 volte tanto) non sfiora neppure . Ma non è avere astronavi e/o alieni, ma come li si usa in un romanzo e nel contesto. Concordo, in linea di massima, con le considerazioni che aggiungi. Magari io non la vedo tanto come "tempi buoni" e "tempi difficili", ma come contesto che cambia e come orizzonti, personali o umani in generale, che cambiano. Puoi fare ottima fantascienza (e di conseguenza anche cattiva fantascienza) mettendo al centro, ad esempio - così riprendo dal tuo elenco, i diritti umani, i rapporti tra le persone o le aspirazioni dell'uomo sia che si usino gli X-Men, che si usino astronavi (Mayflower II di Stephen Baxter mi viene in mente, ma mi pare che non si stato tradotto in italiano) o che si passi per il Brasile (come MacDonald).

» postato da Otrebla alle 14:06 del 24-10-2008

2 «» Per la miseria... Intanto assimilo questa e ti ringrazio! Più tardi vedo di replicarti come si deve... 8) X

» postato da X alle 14:23 del 24-10-2008

3 ««» Per la miseria... Intanto assimilo questa e ti ringrazio! Più tardi vedo di replicarti come si deve... 8) :oops: chissà perché ho problemi a far stare i racconti sotto i 40.000 caratteri

» postato da Otrebla alle 14:42 del 24-10-2008

4 « :oops: chissà perché ho problemi a far stare i racconti sotto i 40.000 caratteri» Come ti capisco! :roll: Mi sembrava strano e ingiusto che su un forum di fs ci scannassimo solo sugli OT e trascurassimo questo articolo molto interessante. Ma forse, la risposta sta anche in parte li': guardando gli OT e gli umori che vi si agitano qualcosa si puo' capire. Il contatto con la societa', le tendenze, il proiettarsi nel futuro immediato o in quello che potrebbe essere fra un po'. Tutto questo fa parte della fs. Ora, io non ho competenze o abilita' teoriche tali da poter discettare con la lucidita' e profondita' di articolista e interlocutore, ai quali mi inchino :wink: Per natura, ho sempre preferito il fare, la concretezza, alle estrapolazioni teoriche. Sono contadina, anzi, massaia rurale nell'animo. Secondo me, pero', personalissimo parere, e' vero fino a un certo punto che nei momenti di crisi prevalgono i razzoni e nei momenti di fermento nascono le nuove tendenze. O almeno, non lo vedo applicabile in pieno al particolare momento che viviamo, di cambiamenti vertiginosi nell'economia, nella societa', nei mezzi di espressione, di crisi sotto tantissimi punti di vista. La letteratura un po' fatica a stare dietro, un po' si piega pari pari alle esigenze della massificazione e del libro come bene di consumo. La mia tesi semplificatoria (forse eccessivamente, ma ve l'ho detto come sono...) e' che la fs entra in crisi quando perde il contatto con la speranza. Persino i tomi piu catastrofici la contenevano, sotto forma di ammonimento. Persino le epoche piu' buie, di tensione o guerra fredda o crisi varie, avevano in se' i fermenti del cambiamento. Ora, secondo me, siamo nella prima epoca storica moderna in cui la speranza non esiste, o quasi. Tutto cio' che puo' cambiare si sa gia' che cambiera' in peggio. Lo status quo puo' avere elementi di benessere, di progresso o di tecnologia, ma statici. Questa generazione e' la prima dopo tanti anni che sa che andra' a stare peggio dei suoi genitori. Le vecchie idee, religiose e politiche, sono morte con le ideologie, e quando non lo sono sarebbe meglio che lo fossero. Le nuove idee, magari ci sono, ma spezzettate e al momento non coagulano. Non sono del tutto pessimista. C'e' fermento, in tanti campi, ma al momento e' sotterraneo e indefinibile. Forse, se la fs sapra' coglierlo, meglio ancora precederlo, accompagnarlo, assecondarlo, avra' veramente una rinascita. Ma questo richiede anche, secondo me, tante altre considerazioni e premesse, che forse verranno da' se', in un tale "trascinamento", o forse no. Ma qui taccio anch'io, riservandomi di continuare in un altro momento. :)

» postato da dued alle 15:08 del 24-10-2008

5 «Secondo me, pero', personalissimo parere, e' vero fino a un certo punto che nei momenti di crisi prevalgono i razzoni e nei momenti di fermento nascono le nuove tendenze. O almeno, non lo vedo applicabile in pieno al particolare momento che viviamo, di cambiamenti vertiginosi nell'economia, nella societa', nei mezzi di espressione, di crisi sotto tantissimi punti di vista.» Ciao Milena! Anche a te risponderò con calma, anche perché come il buon Alberto puoi vantare un'esperienza e una conoscenza superiori alle mie e ho bisogno di far decantare un po' i pensieri. Per il momento mi limito però a rettificare l'impressione che posso aver dato con la mia distinzione tra i tempi buoni e quelli cupi. In realtà io associo prospettive ottimiste (in piena linea con la tradizione positivista) ai primi, e la produzione speculativa, anche ideologica, ai secondi (penso per esempio alle relazioni segrete Dick-Nixon, o Gibson-Reagan). Come dimostrano questi ultimi casi, l'innovazione (le nuove tendenze) trae ispirazione proprio dai momenti meno facili. Potrebbe essere un'interessante applicazione delle teorie evoluzioniste alle tendenze letterarie. A dopo... :wink: X

» postato da X alle 15:33 del 24-10-2008

6 Rieccomi qua, prima che l'Otrebla vada avanti... :roll: Anche a me scappa sempre una risata quando qualcuno annuncia la morte della fantascienza: è straordinario vedere a volte come un genere come il nostro, che dovrebbe esercitare le persone alla confidenza con il mutamento (se non proprio con il novum), finisca per attrarre anche lettori conservatori, restii a ogni tentativo di variare i parametri in cui si è consolidata la loro visione della fantascienza. Quando nuovi approcci cominciano ad attestarsi come dominanti, ecco che puntualmente spunta qualcuno a proclamare che la fantascienza è defunta, il grande immaginario si è estinto e pace ai Maestri dei bei tempi andati, beato chi ancora se li ricorda e li pubblica. Ora, a esplorare la storia della fantascienza si scovano - pure senza troppe difficoltà - lavori che meritano di essere letti e riletti e perle più o meno nascoste che andrebbero riportate alla luce. Ma spesso il loro è un valore storico, che riesce consolidato dal confronto con quanto venuto dopo, dall'influenza dimostrata col tempo sulle opere che sono seguite. E, di volta in volta, i nuovi libri venuti dopo sono stati capaci di aspirare alla stessa dimensione storica attraverso il proseguimento, lo sviluppo, la progressione apportati in un discorso già intrapreso prima. La prima caratteristica che emerge agli occhi di chi legge fantascienza con passione è che il genere non si è mai cristallizzato in un modulo preciso. Come la scienza migliore, la fantascienza ha continuato a mettere in discussione i propri schemi, e per fortuna continua a farlo tuttora. E' una continua discussione dei suoi presupposti, che presume un lavoro critico a monte non banale. La seconda caratteristica, ben focalizzata da Antonino Fazio in un Robot di un po' di tempo fa (lo so, mi capita di citarlo spesso), è che la fantascienza si nutre del proprio immaginario. E' un meccanismo di autoreferenzialità che può funzionare all'esterno (ovvero negli occhi di un lettore neofita) in maniera non del tutto compiuta: fin tanto che ci si muove nei limiti di un immaginario comune, va tutto bene; ma un lavoro di fantascienza completamente distaccato dall'immaginario consolidato difficilmente riuscirà a incontrare i favori del grande pubblico. Ecco perché un'astronave o una pistola laser o un olocausto nucleare funzionano anche al di fuori della fantascienza. Mentre un lettore che si sia ritrovato a leggere The Hollow Man di Simmons alla sua uscita è facile che sia rimasto spiazzato tanto quanto potrebbe essere stato spiazzato un lettore del 1953 davanti a The Demolished Man di Bester. In questo concordo con la tua definizione degli orizzonti, personali e umani. La fantascienza richiede, più di ogni altro genere, una convergenza tra lettore e autore, un solido patto di fiducia che li porti ad agire su un terreno comune. Non sempre questo è possibile. Gli autori migliori riescono ad attirare il lettore in trappola su un terreno alieno e poi lo addestano piano piano finché matura le proprie tecniche di sopravvivenza. Questi autori possono permettersi praticamente qualsiasi capriccio. Gli altri devono invece barcamenarsi tra mille vincoli, in equilibrio precario, spesso costretti a cercare altrove (leggi: fuori dai confini della fantascienza) gli appigli necessari all'immaginario condiviso con il lettore per conservarne l'attenzione e rinnovare di capitolo in capitolo quel famoso patto. E per questo la riflessione di McDonald, Reynolds e soci, che noi stiamo portando avanti qui adesso, assume particolare rilevanza. X PS: Un retroscena ignoto a chi ci legge è che l'articolo avrebbe dovuto scriverlo Priora e io mi sarei così potuto ritrovare qui a commentarlo a mia volta. Come dimostra quanto finora emerso, il risultato avrebbe saputo essere anche superiore. :wink:

» postato da X alle 16:59 del 24-10-2008

7 « Mi sembrava strano e ingiusto che su un forum di fs ci scannassimo solo sugli OT e trascurassimo questo articolo molto interessante. ... Ma questo richiede anche, secondo me, tante altre considerazioni e premesse, che forse verranno da' se', in un tale "trascinamento", o forse no. Ma qui taccio anch'io, riservandomi di continuare in un altro momento. :)» Ciao Milena Parto con il rispondere alle considerazioni di Milena... poi appena posso passerò a X (che ci avevo una riunione fetente e fatale)... :roll: Non direi che hai semplificato. Ci sono parecchie osservazioni interessanti. Premetto che ho sempre pensato che la storia dei corsi e ricorsi storici sia una grande vaccata. Non esistono. Siamo noi, a posteriori, e completamente svincolati da quella che era la realtà di allora, composta dalle tante piccole cose (qui ci vorrebbe l'aggancio alla storia alternativa, ma la risparmio altrimenti vado per il saggio in 20 pagine..) che la compongono, che andiamo a definirli e classificarli (tipo adesso "siamo come nel '29 etc... etc..) E' una cosa soggettiva, non oggettiva. Da qui è il nostro umore, il nostro modo di porci, il nostro reagire al mondo che cambia (sia come utenti, che come scrittori - visto che siamo partiti dagli spunti degli scrittori) che definisce la creatività e il modo di affrontarla o di riceverla. Ci sono stati periodi di storia della fantascienza dove la percezione dei cambiamenti era tale, che la fantascienza è cambiata nei concetti, nel modo di affrontare le cose e ancora di più nel linguaggio (come ho detto altre volte, riesco con fatica a leggere la fantascienza precedente agli anni '60, soprattutto per come è scritta - personaggi, trama, stile-, ancor più che per cosa scrive). Per fare un esempio la fantascienza (quella vera, non la baracconata alla Power Rangers) non cambia perché c'è il telefono cellulare, ma cambia perché il telefono cellulare modifica il modo in cui noi vediamo il mondo e gli altri. E questo vale anche per le gli eventi più epocali. La fantascienza va in crisi quando perde contatto con questa posizione (che comprende anche la speranza di cambiamento, perché analizzare è in sé un cambiamento), perché diventa fine a se stessa. E poi non va mai dimenticata la Legge di Sturgeon. :lol:

» postato da Otrebla alle 18:32 del 24-10-2008

8 «Secondo me, pero', personalissimo parere, e' vero fino a un certo punto che nei momenti di crisi prevalgono i razzoni e nei momenti di fermento nascono le nuove tendenze. O almeno, non lo vedo applicabile in pieno al particolare momento che viviamo, di cambiamenti vertiginosi nell'economia, nella societa', nei mezzi di espressione, di crisi sotto tantissimi punti di vista. La letteratura un po' fatica a stare dietro, un po' si piega pari pari alle esigenze della massificazione e del libro come bene di consumo. » Come già dicevate sia tu che Alberto, il periodo che ci troviamo a vivere di questi tempi è del tutto inedito. Non ho termini di paragone diretti, ma basta andarsi a sfogliare un libro di storia per percepire la novità del nostro. Ci stiamo avviando verso un Medioevo al contrario: tanto quello che tutti abbiamo imparato a conoscere a scuola era antitecnologico e filologico, quanto questo sembra essere anti-umanista e tecnocratico. La ragione è semplice: mentre il progresso tecnologico continua a correre in una direzione regalandoci ritrovati sempre più avanzati, l'economia si è impantanata da un bel po' (come minimo dalla caduta del Muro e dallo scoppio della Bolla che la seguì a stretto giro) e i tentativi di mantenere il mercato globale vivo artificialmente attraverso l'apertura di nuovi mercati locali (o sub-globali, penso alla Cina e alla Russia) non ha sortito esattamente gli esiti sperati (e credo che l'India ci darà presto una lezione), come non li hanno sortiti le varie guerre locali (o sub-globali, 2 nel Golfo, una in Afghanistan che come minimo coinvolge anche il Pakistan), con la conseguenza che dal rischio di stagflazione ci siamo ritrovati impelagati direttamente nella recessione. Adesso ci sono nazioni come la bistrattata Argentina o l'insospettabile Islanda che sono a un passo dalla bancarotta. In Italia nessuno ce lo dice come stiamo messi, ma la percezione comincia a essere evidente a partire dalla fine della terza settimana del mese. E ormai già da un po' di anni, tanto con un governo quanto con l'altro. Questo "scollamento" si ripercuote sulla società e sulla sua unità di base, il singolo individuo, con gli effetti peggiori (e, per prevenire l'accusa di luddismo, ci tengo a precisare che non avendo affatto fiducia nel mercato, l'unica salvezza può arrivare da una riappropriazione della tecnologia e delle sue potenzialità :wink: ). «La mia tesi semplificatoria (forse eccessivamente, ma ve l'ho detto come sono...) e' che la fs entra in crisi quando perde il contatto con la speranza. Persino i tomi piu catastrofici la contenevano, sotto forma di ammonimento. Persino le epoche piu' buie, di tensione o guerra fredda o crisi varie, avevano in se' i fermenti del cambiamento.» E' un'ipotesi interessante, ma come dicevo prima credo che delle forti scrollate alla SF siano arrivate proprio nei momenti più cupi. Forse mentre si combatteva in Vietnam i movimenti giovanili tenevano viva la fiamma della speranza in America (e questo spiega la New Wave). Forse durante gli anni delle Guerre Stellari la staffetta era passata all'underground (e questo spiegherebbe il cyberpunk). Proseguendo in quest'ottica, la nuova speranza potrebbe venire dalla rete. Peccato che in Italia e un po' dappertutto sia utilizzata poco e male, per scarsa penetrazione geografica e pessima diffusione di utilizzo. «Ora, secondo me, siamo nella prima epoca storica moderna in cui la speranza non esiste, o quasi. Tutto cio' che puo' cambiare si sa gia' che cambiera' in peggio. Lo status quo puo' avere elementi di benessere, di progresso o di tecnologia, ma statici. Questa generazione e' la prima dopo tanti anni che sa che andra' a stare peggio dei suoi genitori. Le vecchie idee, religiose e politiche, sono morte con le ideologie, e quando non lo sono sarebbe meglio che lo fossero. Le nuove idee, magari ci sono, ma spezzettate e al momento non coagulano. » Appunto. Servirebbe un colpo di coda. E una presa di coraggio collettiva per pervenire a una svolta. «Non sono del tutto pessimista. C'e' fermento, in tanti campi, ma al momento e' sotterraneo e indefinibile. Forse, se la fs sapra' coglierlo, meglio ancora precederlo, accompagnarlo, assecondarlo, avra' veramente una rinascita. Ma questo richiede anche, secondo me, tante altre considerazioni e premesse, che forse verranno da' se', in un tale "trascinamento", o forse no. » Anche su questo concordo. E tengo le dita incrociate per la fantascienza e per il futuro... :wink: Un saluto, X

» postato da X alle 19:38 del 24-10-2008

9 mamma mia, mi fa un po' impressione intervenire in un 3d come questo con cotanti elementi acculturati, solo sono rimasta colpita dalla seguente affermazione/ipotesi «...credo che delle forti scrollate alla SF siano arrivate proprio nei momenti più cupi. Forse mentre si combatteva in Vietnam i movimenti giovanili tenevano viva la fiamma della speranza in America (e questo spiega la New Wave). Forse durante gli anni delle Guerre Stellari la staffetta era passata all'underground (e questo spiegherebbe il cyberpunk). Proseguendo in quest'ottica, la nuova speranza potrebbe venire dalla rete. Peccato che in Italia e un po' dappertutto sia utilizzata poco e male, per scarsa penetrazione geografica e pessima diffusione di utilizzo. » quelli citati come momenti cupi, cupi non furono IMO; alla fine degli anni '60 il mondo era sfrizzolato da nuove idee quali "power to the people" e la scoperta di una sessualità libera; il primo Guerre Stellari si posiziona agli albori dei mitici anni '80, quelli del riflusso sì, ma anche dell'edonismo reaganiano e oltre, sebbene non veda in questo panorama il germe del cyberpunk, quello è radicato nel disincanto delle promesse che ci venivano ammanite, un disincanto alquanto profetico, perchè anche la rete (e con questo veniamo all'oggi) è in questo momento in stagnazione, concentrandosi sempre di più su fenomeni come Facebooks e (purtroppo fallito, IMO per vari motivi, mi spiace per alcuni dei forumanti) Second Life siamo in un tempo cupo perchè è fermo, forse tetanico, ma immobilizzato in questo fremere su sè stesso, non ci sono più direzioni, tutto sembra sfruttato e deludente (a torto, IMO) (scrivo molti IMO, eh?) a mio parere siamo in prossimità della caduta dell'impero occidentale, ed allora bene fanno gli scrittori che si rivolgono a est (est, solo perchè è il continente che gode/patisce i maggiori rivolgimenti culturali), la fantascienza potrebbe aprire una finestra, degli scenari anche estremi di quella che potrebbe essere e forse sarà l'influenza della cultura asiatica (cinese, indiana) sul futuro del mondo ecco :oops: ps - chissà se esistono scrittori SF asiatici?

» postato da Wintermute alle 20:45 del 24-10-2008

10 hey, ma allora esiste ancora la voglia di discutere... fa proprio piacere! (magari suggerirei solo un po' piu' di vis polemica. Non facciamo i soliti politically correct, per favore: "come dici bene, ma quanto hai ragione ecc". Anche se, quando i pareri sono molto equilibrati, come in questo caso, si rischia ovviamente di perdere l'occasione. Ecco perche', a volte, servono le posizioni estreme!). Per il puro piacere di partecipare, colgo la frase sui momenti cupi. Direi che si tratta di un aspetto legato alla natura umana, piu' che alla fantascienza. E' noto come George Benson (tanto per fare il primo esempio che mi viene) abbia dato molto al jazz da giovane, quando era povero. Diventato ricco e famoso, per il jazz e' morto... Oppure Zelazny, che ha scritto le cose migliori quando era dilettante... diventato professionista si e' in gran parte spento. Non e', ovviamente, una verita' da appiccicare in maniera automatica e semplicistica, ma l'Arte nasce sempre da una "necessita'" interiore, che non puo' che derivare da mancanze o problematiche. Possono essere materiali, oppure ideologiche, emotive; relative ad aspirazioni deluse o a sogni infranti; o semplicemente al voler andare oltre i vincoli del reale e della quotidianita'. L' Arte necessita patimento. Interiore od esteriore che sia. E non importa che l'artista in questione stia apparentemente bene, sia soddisfatto. Dentro di lui, per generare vera arte, deve covare comunque quel verme solitario che ti divora dentro fino a quando non hai dovuto (si', proprio DOVUTO) esprimerlo come meglio riesci, in un quadro, in una composizione musicale o di narrativa, o altro che sia. L'Arte nasce dalla sofferenza, anche se, per fortuna, non sempre fisica e appariscente.

» postato da val62 alle 21:55 del 24-10-2008

11 Uno degli articoli più interessanti, di questi ultimi tempi, ottimo!!! zaludozzzz

» postato da jetscrander alle 22:29 del 24-10-2008

12 «quelli citati come momenti cupi, cupi non furono IMO; alla fine degli anni '60 il mondo era sfrizzolato da nuove idee quali "power to the people" e la scoperta di una sessualità libera; il primo Guerre Stellari si posiziona agli albori dei mitici anni '80, quelli del riflusso sì, ma anche dell'edonismo reaganiano e oltre, sebbene non veda in questo panorama il germe del cyberpunk, quello è radicato nel disincanto delle promesse che ci venivano ammanite, un disincanto alquanto profetico» Capisco quello che vuoi dire, ma gli anni '60 furono un periodo decisamente complesso. Non sono anni che ho vissuto, lo ripeto, ma dalle letture ed esperienze mediate (di seconda e terza mano) quelli furono forse i primi anni in cui tutto sembrava sul punto di cambiare, e invece spalancarono la strada al graduale declino degli '80: gli assassinii illustri, le tensioni interne ed internazionali, il Movimento dell'emancipazione dei neri (il jazz, tirato in ballo da val62, rompeva i codici, celebrava con il free jazz il disgelo e la visceralità primordiale), le contestazioni studentesche, l'opposizione al Vietnam e, da questa parte dell'Atlantico, il preludio agli anni di piombo che si sarebbero scatenati nel decennio successivo. Sulle Guerre Stellari sono stato un po' ambiguo: volevo intendere in realtà lo Scudo Spaziale di Reagan, quale emblema del periodo, con l'inasprirsi delle tensioni con il blocco sovietico (e l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Armata Rossa, fermata dai talebani consigliati proprio dagli strateghi del Pentagono) e, appunto, il trionfo dell'edonismo. «a mio parere siamo in prossimità della caduta dell'impero occidentale, ed allora bene fanno gli scrittori che si rivolgono a est (est, solo perchè è il continente che gode/patisce i maggiori rivolgimenti culturali), la fantascienza potrebbe aprire una finestra, degli scenari anche estremi di quella che potrebbe essere e forse sarà l'influenza della cultura asiatica (cinese, indiana) sul futuro del mondo» Io non sarei così ottimista. Per il momento stiamo assistendo a una progressiva marginalizzazione del ruolo dell'America negli equilibri internazionali. Anche la recente crisi finanziaria ha anteposto agli USA il ruolo dell'Europa, magari anche solo per ragioni puramente circostanziali. Oggi come oggi temo che la Cina (per non parlare della Russia) offra un modello ben peggiore di quello imposto dall'America-di-oggi. L'India, con le sue mille contraddizioni, potrebbe essere una vera alternativa all'occidente, ma dovremo aspettare ancora qualche anno prima che faccia sentire gli effetti della sua forza (che, a differenza della manodopera su cui si fonda l'economia cinese, è di natura prevalentemente intellettuale). E poi resta il sogno di una Nuova America Obamiana... :wink: «Per il puro piacere di partecipare, colgo la frase sui momenti cupi. Direi che si tratta di un aspetto legato alla natura umana, piu' che alla fantascienza. E' noto come George Benson (tanto per fare il primo esempio che mi viene) abbia dato molto al jazz da giovane, quando era povero. Diventato ricco e famoso, per il jazz e' morto... Oppure Zelazny, che ha scritto le cose migliori quando era dilettante... diventato professionista si e' in gran parte spento. Non e', ovviamente, una verita' da appiccicare in maniera automatica e semplicistica, ma l'Arte nasce sempre da una "necessita'" interiore, che non puo' che derivare da mancanze o problematiche. Possono essere materiali, oppure ideologiche, emotive; relative ad aspirazioni deluse o a sogni infranti; o semplicemente al voler andare oltre i vincoli del reale e della quotidianita'. L' Arte necessita patimento. Interiore od esteriore che sia. E non importa che l'artista in questione stia apparentemente bene, sia soddisfatto. Dentro di lui, per generare vera arte, deve covare comunque quel verme solitario che ti divora dentro fino a quando non hai dovuto (si', proprio DOVUTO) esprimerlo come meglio riesci, in un quadro, in una composizione musicale o di narrativa, o altro che sia. L'Arte nasce dalla sofferenza, anche se, per fortuna, non sempre fisica e appariscente.» Il discorso sull'Arte è complesso almeno quanto la reale natura degli anni '60. Come dicevo nell'articolo, la questione della sofferenza è soggettiva: dipende dalla sensibilità di chi scrive alle condizioni al contorno, all'influenza dell'ambiente. In uno stesso periodo non tutti gli scrittori ne risentono alla stessa maniera. E non è detto che sia solo dai periodi cupi - o percepiti come tali - che vengon fuori lavori degni di essi ricordati. Un saluto, X

» postato da X alle 22:40 del 24-10-2008

13 « gli anni '60 furono un periodo decisamente complesso. furono forse i primi anni in cui tutto sembrava sul punto di cambiare, e invece spalancarono la strada al graduale declino degli '80 » siccome stiamo parlando di quello che la fantascienza ha prodotto in quegli anni, non è corretto fare della dietrologia (dai, picchiamoci un po', così val62 è contento/a), ed infatti bene dici col tuo "tutto sembrava sul punto di cambiare", l'entusiasmo è contagioso e le idee si riproducono per mitosi in certi periodi « Sulle Guerre Stellari sono stato un po' ambiguo: volevo intendere in realtà lo Scudo Spaziale di Reagan » ooops :oops: (è che la fantascienza mi piace tanto...) « Io non sarei così ottimista. Per il momento stiamo assistendo a una progressiva marginalizzazione del ruolo dell'America negli equilibri internazionali. Oggi come oggi temo che la Cina (per non parlare della Russia) offra un modello ben peggiore di quello imposto dall'America-di-oggi. L'India, con le sue mille contraddizioni, potrebbe essere una vera alternativa all'occidente, ma dovremo aspettare ancora qualche anno prima che faccia sentire gli effetti della sua forza » ma io non volevo essere ottimista! solo realista. Non stavo indicando un nuovo modello virtuoso per il futuro, anche perchè non stimo tale quello occidentale, stavo cercando di immaginare i più prossimi scenari e come questi potrebbero venire indaginati: certo che il modello cinese non è molto attraente, in primis perchè è molto diverso dal nostro ed è dura adattarsi ad una cultura diversa, vallo a chiedere a tutte le popolazioni colonizzate dagli europei :? ma come sarebbe un pianeta governato secondo un sistema cinese? Ok, l'India è ancora indietro, ma come sarebbe un mondo pesantemente influenzato dalla cultura hindi? per non parlare dell'Islam, e mi chiedo perchè me ne sia dimenticata: un assaggino c'è ne "gli amanti di Siddo", ma proprio all'acqua di rose, altri esempi non posso farli perchè non sono abbastanza acculturata :oops: il fatto è che la fantascienza è occidentale, ripeto, non conosco scrittori altro che statunitensi ed europei (sì, c'è qualche sudamericano, ed infatti produce opere piuttosto fuori dal branco): ce la farebbe ad affrontare il collasso di questo (il nostro) sistema? :bye:

» postato da Wintermute alle 20:51 del 25-10-2008

14 « il fatto è che la fantascienza è occidentale, ripeto, non conosco scrittori altro che statunitensi ed europei :bye:» Est europeo e Russia hanno detto non poco nel campo... Anche se non conosco la situazione attuale. Salute e Latinum per tutti !

» postato da Kruaxi the ferengi alle 22:34 del 25-10-2008

15 «« il fatto è che la fantascienza è occidentale, ripeto, non conosco scrittori altro che statunitensi ed europei :bye:» Est europeo e Russia hanno detto non poco nel campo... Anche se non conosco la situazione attuale. Salute e Latinum per tutti !» Acc... recupero domani sui commenti apparsi nel frattempo, che qui o scrivo racconti o scrivo commenti, ma le due cose insieme... :cry: Dico solo che guardando Locus, che è californiano :lol: , ma che fa regolarmente i report sugli altri paesi (ho letto report di India, Cina, Francia, Germania, Finlandia :shock: , più o meno tutto l'ex-blocco di Varsavia, Brasile...)... non è che gli altri paesi siano messi molto meglio del nostro a rapporto di scrittori nazionali e pubblicazioni. Si traduce, si pubblica, si vende e si segue come ispirazione soprattutto fantascienza USA/UK. L'apporto o l'inventiva nazionale sono abbastanza limitati.

» postato da Otrebla alle 00:18 del 26-10-2008

16 bel dibattito. purtroppo credo di poter aggiungere poco alla discussione, visto che sono troppo giovane sia anagraficamente che "fantascientificamente". per me è già impossibile parlare per esperienza diretta degli anni 80, figuriamoci i 60 e 50. e non mi piace basare le mie tesi su informazioni filtrate da qualsivoglia canale mediatico (giornali, libri di storia, biografie ecc). posso solo dire che secondo me resta sempre valido un approccio "psicostorico": dati determinati stimoli, l'umanità, nel suo complesso, reagisce in un determinato modo. capire quali siano gli stimoli e le reazioni, certo, è un altro discorso.

» postato da Piscu alle 10:03 del 26-10-2008

17 «siccome stiamo parlando di quello che la fantascienza ha prodotto in quegli anni, non è corretto fare della dietrologia (dai, picchiamoci un po', così val62 è contento/a), ed infatti bene dici col tuo "tutto sembrava sul punto di cambiare", l'entusiasmo è contagioso e le idee si riproducono per mitosi in certi periodi» Ma infatti... Se prendiamo l'anno cruciale, il '68, e andiamo a vedere i lavori che sono rimasti, ci imbattiamo in Delany (Nova), Dick (DADoES?), in Brunner (Tutti a Zanzibar), in Disch (Campo Archimede). In quegli anni, poco prima o poco dopo la data citata, escono Zelazny con Signore dei sogni e Ballard con La mostra delle atrocità. Tutto sembrava sul punto di cambiare, è vero. Ma tra i pochi che si resero conto che le cose avrebbero potuto degenerare, peggiorare, vi furono i più grandi scrittori di SF del periodo, che divennero così le vere antenne puntate sul futuro, e il futuro minacciava l'aria di crisi che noi tutti, oggi, siamo costretti a respirare. « il fatto è che la fantascienza è occidentale, ripeto, non conosco scrittori altro che statunitensi ed europei (sì, c'è qualche sudamericano, ed infatti produce opere piuttosto fuori dal branco): ce la farebbe ad affrontare il collasso di questo (il nostro) sistema? :bye:» Qualsiasi estrapolazione, anche a opera di autori occidentali, oggi come oggi non può prescindere dal ruolo sempre più ampio e determinante che sarà giocato dall'Oriente (Cina, India, Giappone) negli anni a venire. Ciao, X

» postato da X alle 12:30 del 26-10-2008

18 Sono contento, Wintermute, ma non vedo ancora il sangue...

» postato da val62 alle 16:21 del 26-10-2008

19 « posso solo dire che secondo me resta sempre valido un approccio "psicostorico": dati determinati stimoli, l'umanità, nel suo complesso, reagisce in un determinato modo. capire quali siano gli stimoli e le reazioni, certo, è un altro discorso.» mi piacerebbe che partecipassi a questa discussione, Piscu. http://www.fantascienza.com/forum/viewtopic.php?t=11300&postdays=0&postorder=asc&start=0

» postato da l'Anto alle 14:57 del 27-10-2008

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