Sogni d'acciaio e di cristallo

Utopia e distopia nella letteratura tedesca del Novecento

La fantascienza tedesca ha un'illustre compagna di strada nella produzione utopica che, di tradizione "alta", nel corso del Novecento s'intreccia con la letteratura popolare e dà vita ad alcune delle sue più straordinarie visioni. In questo articolo se ne ripercorre il filo fino alle soglie del terzo millennio.

di Alessandro Fambrini

Alessandro Fambrini, docente di Letteratura tedesca presso l’Università di Trento, è componente del comitato di redazione di Anarres.

La produzione letteraria di carattere utopico conosce nel Novecento quattro fasi principali: 1) fino al 1914; 2) dalla prima guerra mondiale alla caduta del regime nazifascista; 3) dal secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino; 4) dopo il 1989. A ciascuna di queste fasi corrispondono altrettanti periodi fortemente caratterizzati dal punto di vista della macrostoria. Forse ancora più di altre tradizioni nazionali, queste cesure storiche si riflettono puntualmente nelle concrezioni narrative e più in generale nel terreno culturale di cui esse si nutrono. 1

1) Fino al 1914

Il primo scorcio del Novecento si apre in continuità con l’ultimo periodo del diciannovesimo secolo, in cui lo slancio utopico si nutre al medesimo modo di pensiero scientifico e di una riflessione sociale saldata al politico, configurando mondi possibili di migliore convivenza umana. Direttamente dal secolo precedente procedono le visioni del futuro che percorrono la letteratura di questo periodo. La scienza dell'Ottocento è piena di oggetti, di strumenti che agiscono sulla realtà a livello macroscopico, di grandi macchinari e di grandi forze. Quello dell'Ottocento è il progresso del vapore, della locomotiva, della turbina, dell'elettricità e delle acciaierie. Il futuro, quando viene indagato, è raffigurato come un'ulteriore proliferazione di oggetti: aeronavi scintillanti di lucidature cromate in stile floreale, collegamenti ferroviari transcontinentali in convogli dagli interni simili a caffè viennesi, selve di grattacieli graziosamente liberty collegati da strade sopraelevate e illuminate da sequenze di lampioncini smaltati, percorse da dame con crinoline e cappellini di piume, e così via. Il gusto della decorazione invade il futuro, e il futuro ovviamente non è altro che il presente.

L’esito estremo del modello culturale incarnato dalla scienza positivista si traduce, all’inizio del Novecento, in levigatezza lucida e riflettente: un modello simmetrico a quello nel quale si realizza, all'estremo opposto dell'oscillazione del pendolo appeso al mondo di fine ottocento, quel dilagare di oggetti che segnerà l'estetismo decadente. La nudità della bolla di sapone che racchiude mondi infiniti, come in un celebre racconto di Kurd Lasswitz (Auf der Seifenblase ["Sulla bolla di sapone"], 1887) e la proliferazione di oggetti che racchiude il nulla: tra i termini di questa equazione sono racchiuse anche le radici del secolo intero.

Legati all’Ottocento e profondamente immersi nella temperie culturale di quel secolo sono autori come la praghese Bertha von Suttner (1843-1914), autrice nel 1891 di uno dei classici della letteratura d’anticipazione, il romanzo antimilitarista Die Waffen nieder! (["Giù le armi!"], 1889). Nel nuovo secolo Suttner, che nel 1905 ottenne – prima donna nella storia – il premio Nobel per la pace, tornò a offrire diverse prove narrative nell’ambito della speculazione utopica, culminate con il romanzo Der Menschheit Hochgedanken. Roman aus der nächsten Zukunft (["Elevati pensieri dell'umanità. Un romanzo del prossimo futuro"], 1911). Ugualmente nel campo dell’impegno pacifista, saldato a un retroterra di socialismo e sionismo militante, è il romanzo di Theodor Herzl (1860-1904) Altneuland ["Vecchiaterranova"] (sottotitolo: Wenn ihr wollt, ist es kein Märchen ["Se volete, non è una favola"], 1902), in cui si delinea il progetto, improntato a un egualitarismo sociale, della costruzione in Terrasanta di una patria per il popolo ebraico disperso nella sua diaspora millenaria.

Dalla letteratura di divulgazione o comunque di impronta scientifica — un genere ampiamente diffuso a fine Ottocento – si diramano anche versioni rinnovate di una letteratura utopistica meno convenzionale. Così, ancorato a moduli ottocenteschi ma attivo anche all’inizio del secolo successivo, appare Kurd Lasswitz (1848-1910), la cui opera più significativa, Auf zwei Planeten ["Su due pianeti"], risale al 1897, ma che ritornò alla prospettiva utopica in due successivi, meno riusciti romanzi, Aspira (1905) e Sternentau ["Rugiada di stelle"] (1909). In queste due opere sono centrali il problema della comunicazione tra diverse forme di vita (l’uomo e uno “spirito della natura”, una nube che si incarna in un essere umano in Aspira; una creatura vegetale originaria di una luna di Nettuno in Sternentau) e la ricostruzione di un’armonia universale in una visione condita di elementi kantiani e soprattutto fechneriani. In particolare, sempre più centrale diviene il motivo mutuato da Gustav Fechner (lo psicologo che aveva cercato, positivisticamente, di rendere computabili gli stati mentali) di un "universo animato": "Aspira" è infatti una nube che per decreto di un imprecisato Essere Supremo s'incarna in una creatura umana, mentre le piante di Nettuno che appaiono nel secondo romanzo provengono da una civiltà non tecnologica e tuttavia elevatissima, mentre la razza umana, pur avendo conseguito alti vertici di progresso, ha perduto il fondamentale contatto con "l'anima del pianeta" che solo potrebbe dare un senso alla sua esistenza.

Numerose sono in questo periodo anche le utopie di carattere strettamente tecnologico, anche se spesso la riflessione intorno alla scienza produce opere di pura anticipazione, dalla trama principalmente avventurosa, in cui il futuro è appare come un sostanziale calco del presente e i risvolti progettuali sono subordinati ai meccanismi dell’azione. In particolare, l’esaltazione del progresso inteso coincide con scoperte sempre più mirabolanti nel campo della tecnica: così in opere quali il celebre Der Tunnel (["Il tunnel"], 1913) di Bernhard Kellermann (1879-1951), con la sua esaltazione del progresso inteso come velocità di spostamento e comunicazione, sembrano tradursi i presupposti di riflessioni tecnico-teoriche come quelle contenute in Ein neues Schnellbahnsystem. Vorschläge zur Verbesserung des Personen-Verkehrs (["Un nuovo sistema di percorso veloce. Proposte per il miglioramento del traffico passeggeri"], 1909) di August Scherl, nel quale l’ideale della velocità si realizza in una rivoluzionaria rete di ferrovie monorotaia che porta a un abbassamento dei tempi di percorrenza tra le principali città tedesche, il cui cuore pulsante viene a coincidere con le stazioni ferroviarie, vere e proprie cattedrali di progresso.

Nuovo e praticamente vergine è il settore dell’aviazione, di cui, non a torto, si intravedono le possibilità di impiego bellico. In romanzi come Berlin-Bagdad (1910) di Rudolf Martin l’aereonautica è posta al servizio del Reich come strumento di espansione militare che permette la supremazia tedesca nel mondo; in Die Eroberung der Luft. Kulturroman vom Jahre 1940 (["La conquista dell'aria. Un romanzo culturale del 1940"], 1902) di Oskar Hoffmann, un’Europa intersecata dai voli dei dirigibili si avvia verso una guerra globale, da cui la Germania emerge come potenza trionfante. Del resto, è “tipica per la letteratura tedesca d’anticIpazione ad argomento bellico l’idea di una pace che viene ottenuta sulla scorta di una supremazia della Germania” (Innerhofer 195): così negli esempi sopra citati, così in Im Fluge zum Frieden. Utopische Novelle (["In volo verso la pace. Una novella utopica"], 1907) di Karl Grunert, o nel celebre Cavete! (1906) di Emil Sandt. Più rare le occasioni in cui dall’innovazione aereonautica scaturisce un disegno utopico che prescinde dall’impiego bellico: così in Die Befreiung (["La liberazione"], 1910) di Martin Atlas, in cui la scoperta di un congegno antigravitazionale crea i presupposti per un’“utopia della mobilità totale” (Innerhofer 210), così per le delicate fantasie astrali di Paul Scheerbart (1863-1915), in cui creature cosmiche dalle più svariate abitudini, natura, forma, dimensioni (dai lunari di Die große Revolution (["La grande rivoluzione"], 1902), dediti alla vita contemplativa, agli abitanti dell’asteroide Pallas di Lesabéndio (1913), alla costante ricerca della perfezione estetica), costituiscono un polo positivo rispetto agli abitanti della Terra, costantemente immersi nel loro meschino orizzonte di trivialità e di guerre, e la tecnica stessa viene posta al servizio di una ricerca sostanzialmente metafisica. Anche quando non si dedicò alle sue predilette “creature astrali”, l’orizzonte di Scheerbart rimase fisso sulle coordinate dell’utopia, come nel romanzo Der Kaiser von Utopia (["L'imperatore di Utopia"], 1904), negli scritti dedicati al moto perpetuo (Das Perpetuum mobile. Die Geschichte einer Erfindung ["Il moto perpetuo. La storia di un'invenzione"], 1910) o nel celebre saggio Die Glasarchitektur (["L'architettura di vetro"], 1914). In quest’ultimo, breve intervento di Scheerbart, lo slancio del sogno di una trasfigurazione scientifica si salda agli echi di una visionarietà d'altro segno, in cui la scienza è destinata a esaurire alla lettera il suo compito, tanto alla lettera che sarà sconfitta come scienza: illuminerà il mondo, bandirà per sempre la notte con fantastiche costellazioni urbane sparse per tutto il globo, scintillanti come gemme, città di cristallo cui la tecnica offrirà un supporto o un pretesto per l'effettiva metamorfosi del nostro mondo in un sogno trasparente e luminoso.

Diversi furono gli impulsi e gli orientamenti che scaturirono dal filone “sociale”. Dal circolo della "Neue Gemeinschaft", fondato nel 1900 a Berlino dai fratelli Heinrich e Julius Hart e che auspicava un "insediamento libertario all'interno del mondo capitalista" (Hug 74), emergono autori come Gustav Landauer e Erich Mühsam che si pongono all’avanguardia del pensiero anarchico novecentesco. Della "Neue Gemeinschaft" fecero parte tra gli altri, a diverso titolo, Martin Buber e Albert Weidner, cui si aggiungeva una serie di frequentatori regolari come John Henry Mackay, Wilhelm Bölsche, Karl Henckell, Max Reinhardt. Sulla rivista Der arme Teufel, che ne fu un organo di rappresentanza, apparvero regolarmente scritti di Peter Hille, Henckell, Bölsche, traduzioni di Poe, Whitman, Gorki, Ruskin, Wilde, saggi di Bakunin, Proudhon, Kropotkin, Landauer. Il proposito esposto in un editoriale del primo numero non lascia adito a dubbi: scopo della rivista è quello di contribuire a dar vita a una nuova e diversa forma di convivenza sociale fondata sul libero associarsi e sull'amore fraterno, ispirandosi a voci eterogenee come Stirner, Marx, Nietzsche, Häckel e Angelo Silesio. Da una costola della “Neue Gemeinschaft” scaturì la comune di Monte Verità, presso Ascona, una comunità di artisti, letterati e gente comune che puntava sulla libertà individuale, sulla vita nella natura, sul vegetarianesimo, per realizzare quel “rinnovamento attraverso una strategia di cristallizzazione” (Druvins 238) che era il sogno anarchico e bohèmien dei suoi componenti. 

2) Produzione post-bellica

Il primo conflitto mondiale scava nella Germania sconfitta terribili ferite, ma libera anche il terreno del progetto e del pensiero a prospettive di palingenesi utopica. In Geist der Utopie (["Spirito dell'utopia"], 1918) Ernst Bloch (1885-1977) individua la tensione verso l’utopia come il sostrato fondante di ogni manifestazione vitale dell’uomo (anche se poi tale tensione è scalfita dalle “aporie della realizzazione”), e recupera il mito come prefigurazione dell’attuazione dell’ideale nella realtà.

La riflessione sull’utopia (su cui Bloch ritornò successivamente, fornendo con Der Prinzip Hoffnung (Il principio speranza, 1954-1958), una rassegna delle forme più o meno imperfette, più o meno compiute delle realizzazioni umane entro le quali lo spirito utopico si dispiega), accresciuta in direzione millenaristica ed escatologica, è centrale nell’opera di Walter Benjamin e colora di sé molta della letteratura tedesca più ambiziosa tra le due guerre. Thomas Mann (1875-1955) con Der Zauberberg (La montagna incantata, 1924) delinea le sue visioni di convivenza possibile nella lente del microcosmo del sanatorio di Davos. Robert Musil (1880-1942), negli ultimi capitoli (risalenti alla fine degli anni Trenta) di Der Mann ohne Eigenschaften (L'uomo senza qualità), tratteggia l’ipotesi di una “società estatica”, sulla quale va a fondarsi un modello che trasferisce nel quotidiano il vertice estremo dell’esperienza mistica). Hermann Broch (1886-1951), con Der Tod des Vergils (["La morte di Virgilio"], 1945), ricostruisce in prospettiva junghiana il ciclo intero della creazione nell’ultima notte del poeta latino, e trova sul piano mitico e simbolico la chiave per una problematica riconciliazione dell’umano con l’assoluto.

Una diversa risposta alle problematiche di un mondo che vede cambiare la sua faccia grazie all’apporto sempre più massiccio della tecnologia viene dal romanzo di Alfred Döblin (1878-1957) Berge Meere Giganten (["Montagne Mari Giganti"], 1924), in cui è narrata la “fioritura dell’umanità della Macchina”: la storia della Terra tra il 2200 e il 2600, con il progressivo e completo assoggettamento delle forze naturali al potere dell’uomo, attraverso un linguaggio che cerca di tradurre in parole la stessa energia, viene articolata in una sorta di epopea dell’inveramento tecnologico-scientifico dell’uomo.

Non manca poi, in questo periodo, una ripresa della narrativa anteguerra basata sull’applicazione dei principi tecnico-scientifici, virata in prospettiva “alta” e in direzione speculativo-filosofica. Così avviene ad esempio in certa lirica di Gottfried Benn, come nella poesia Wo keine Träne fällt (["Dove non cade alcuna lacrima"], 1933), in cui è evocato un mondo che vede coincidere l’assoluto, l’immutabile, l’incorruttibile, con una realtà privata della componente umana e consegnata alla perfezione algida del non organico; oppure nel romanzo Auf den Marmorklippen ([“Sulle scogliere di marmo"], 1939) di Ernst Jünger (1895-1998): qui una compagnia di nobili cavalieri e gli abitanti di una località imprecisata del Mediterraneo, protagonisti di un arcaico idillio, lottano contro gli invasori “Barbari della Steppa”, e soccombono almeno temporaneamente, in un conflitto fuori dal tempo che vuole farsi simbolo del contrasto irriducibile – acuito nell’epoca in cui il romanzo fu scritto ma sostanzialmente atemporale – tra i valori dello spirito e le forze disgreganti incarnate dai regimi totalitari e dalla loro cieca furia distruttiva.

Lo stesso retroterra, applicato in una direzione diversa, porta a un’esasperazione del tecnicismo, alla costruzione di modelli in cui la componente meccanica diviene predominante e cancella quella più propriamente umana o umanistica. Ciò avviene ad esempio nella produzione prevalentemente avventurosa di Hans Dominik (1872-1945), i cui romanzi e racconti, tuttavia, pur scivolando pericolosamente verso crinali contaminati dal nazionalismo e dal razzismo crescenti negli anni Venti, non si pongono consapevolmente come sistema e appartengono piuttosto alla letteratura di consumo che si imbeve della più retriva ideologia dominante. In altre direzioni e in altri autori si sviluppano invece costruzioni che si legano progettualmente al particolare momento storico, con la crisi economica che mina la Repubblica di Weimar e il forte antagonismo che segna la lotta politica. In questi anni acquistano peso i gruppi che riscrivono la storia della Germania (e cercano di scriverne il futuro) nel segno di un’ideologia patriottico-mitizzante, ciò che si riassume nel termine völkisch. Se “negli anni tra il 1924 e il 1930 i progetti utopici di carattere völkisch sfociano prevalentemente nel distopico” (Hermand Ein Volk, 267)  – come in Deutschland ohne Deutschen (["Germania senza tedeschi"], 1929) di Hans Heyck, in cui la dissoluzione della Germania di Weimar porta a un imbarbarimento razziale, morale ed economico – il quadro muta negli anni successivi.

Ai pochi esempi di utopie di carattere socialista (tra questi Utopolis, 1930, di Werner Illing, che mette in scena una società futura in cui il capitalismo è sconfitto) si contrappongono visioni (e non a caso si incontra sovente proprio il termine “visione” e non quello altrimenti qualificante di “utopia”) di un futuro assoggettato ai paradigmi del fascismo e del nazionalsocialismo. Così è per Druso: Oder die gestohlene Menschheit (["Druso: ovvero l'umanità rubata"], 1930) di Friedrich Freksa, in cui la superumanità del lontano futuro incarna il sogno del superuomo nietzscheano distorto nelle semplificazioni della destra più reazionaria; o per Deutschland, das Bildungsland der neuen Menschen (["Germania, la terra dell'educazione dei nuovi uomini"], 1933) di Ernst Bergmann, un testo teorico sul nazionalsocialismo che contiene alla fine una descrizione visionaria della Germania nel 1960, unificata sotto il Terzo Reich nei confini estremi del suo popolo, unita sotto il suo Führer e popolata di ariani biondi e dagli occhi azzurri. Non diversi per tenore e pathos sono Reichstag 1975. Eine Vision ["Reichstag 1975: una visione"], 1933, di Georg Richter e un altro romanzo del 1933 firmato semplicemente “Schmid”, Im Jahre 2000 im Dritten Reich. Eine Schau in die Zukunft ["Nell'anno 200 nel Terzo Reich. Uno sguardo nel futuro"]. Sulla stessa linea, anche se di un paio d’anni precedente, è Es liegt eine Krone im tiefen Rhein ["C'è una corona sul fondo del Reno"] di Karl Schworm, pubblicato prima a puntate sul Völkischer Beobachter e poi in volume nel 1928, in cui una società rigidamente strutturata e controllata in ogni sua articolazione – una sorta di modello orwelliano ante litteram – viene diagnosticata come modello ideale, come orizzonte di un’utopia agghiacciante.

Del resto, gli anni Trenta sono segnati dalla particolare parabola percorsa dalla letteratura tedesca dell'immaginario e della svolta compiuta — o subita — nel corso del decennio nazista, che s'impadronì delle forme in cui essa si era strutturata intorno al volgere del secolo scorso, piegandole alla propria ideologia di dominio. Sfruttando una tendenza intrinseca alla letteratura di lingua tedesca di quell'epoca, viene favorita la produzione di opere che, imperniandosi sull'occulto e sull'irrazionalità, sul dilagare nella realtà e nella vita umana di forze cosmiche e imperscrutabili, sulla mitizzazione della barbarie, ruotano più o meno apertamente intorno ai concetti portanti del nazismo. Un autore come Ewers, per certi versi interessante, è un esempio di questa strumentalizzazione, nonché della convergenza a livello di matrice tra il filone “occulto” e la barbarie nazista. Fu repressa al contrario ogni forma di fantasia letteraria che poggiasse in qualche modo sulla scienza o comunque sul rigore logico, etico, conoscitivo: questo non significa soltanto la messa al bando di Lasswitz e di tutta la letteratura del suo tempo, parimenti sorta da uno scientismo spesso anche ingenuo di matrice positivista, ma l’incoraggiamento di una linea in cui lo stesso oscurantismo e l’irrazionale divengono il fulcro della prospettiva utopica. Di questa tendenza sono esempio i romanzi di Edmund Kiss (Das gläserne Meer ["Il mare di vetro"], 1930, Die letzte Königin von Atlantis ["L'ultima regina di Atlantide"], 1931, Frühling in Atlantis ["Primavera in Atlantide"], 1933, Die Singschwäne von Thule ["I cigni di Thule"], 1939), in cui viene trasferita in forma narrativa la teoria cosmologica dello pseudo-scienziato austriaco Hanns Hörbiger, costruendo un’alternativa “ariana” alla visione “ebraica” dell’universo e in cui la stessa scienza veniva ridefinita sulla base di sapienze esoteriche. Per chi resta in Germania senza condividere gli ideali del nazionalsocialismo, lo spazio dell’utopia si riduce a mera fuga, come in Wir sind Utopia (["Noi siamo utopia"], 1942) di Stefan Andres (1906-1970), in cui il sogno della riconciliazione di tutti gli uomini è un idillio così lontano dalla realtà da tradursi in vuoto escapismo.

3) Il secondo dopoguerra

Le prime reazioni all’avvenuta catastrofe andarono nel senso della ricerca di un’armonia perduta, soprattutto nella distanza. Questa distanza può essere spaziale, come in Das Glasperlenspiel (Il gioco delle perle di vetro, 1943) di Hermann Hesse  (1877-1962) che proietta nell’immaginario stato di Castalia la realizzazione di una sintesi tra tutte le forme spirituali e artistiche (soprattutto musicali) prodotte dall’umanità nella sua storia; oppure temporale, come in Stern der Ungeborenen (["Il pianeta dei nascituri"], 1946) del praghese Franz Werfel (1890-1945) – amico di Kafka, già esponente di punta del movimento espressionista e autore di romanzi di successo nei decenni successivi – in cui, trasferita nell’anno 100.000 d.C., la vena mistica dell’ultimo periodo dell’autore tratteggia un mondo in cui il raggiungimento della “neutralità” dell’essere non ha cancellato l’anelito spirituale, incarnato nelle vestigia della chiesa cattolica e della religione ebraica; o come in Heliopolis (1949), in cui Ernst Jünger, dopo i flirt più o meno intimi con il regime nazista, proietta in un mondo futuro la propria visione del reale, in quello che è insieme riepilogo dell’esperienza e ricerca di una purificazione. Nella realtà descritta da Heliopolis si ricreano, sotto mutati contorni, i lineamenti del mondo reale (reinterpretato ovviamente da Jünger) con la sua contrapposizione di blocchi, con una città-stato (Heliopolis appunto, simile alla rocca di Auf den Marmorklippen) che incarna i valori dell’Occidente, uno stato barbaro e totalitario con evidenti analogie con l’Unione Sovietica, un popolo indiano di paria che corrisponde agli ebrei, e così via.

Spazio crescente nel dopoguerra va alla distopia. Uno dei più noti e cupi esempi è Nein: Die Welt der Angeklagten ([No: Il mondo degli accusati"], 1950) di Walter Jens (1923), in cui è raffigurato un mondo retto dal totalitarismo assoluto esercitato da un dittatore supremo, e diviso tra accusatori e accusati, tra spie e spiati; eppure è proprio tale coercizione definitiva e globale a rappresentare paradossalmente l’unica felicità possibile per l’individuo: la felicità del non-pensiero, la sollevazione dalla responsabilità. Un’utopia che si sviluppa a partire da tratti distopici è invece quella di Oskar Maria Graf (1894-1967), Die Erben des Untergangs ["Gli eredi del crepuscolo"]: in un mondo desertificato dopo una catastrofe atomica si affaccia una nuova civiltà, composta da nomadi nei quali si mischiano le etnie e le lingue e disciplinata da una “Weltarmee” che garantisce la pace e gli interessi di tutti. Il centro di comando di questo nuovo mondo, un “consiglio supremo” allocato in un’oasi, non ha connotati di vero nucleo di potere, è piuttosto un “male necessario” (Bousch, 99) che serve a far funzionare le cose, non a imporre un predominio, secondo un modello quasi anarchico di autogoverno che rimanda alle radici culturali dell’autore e alle sue prime esperienze politiche (Graf fu tra coloro che, come Mühsam e Landauer, presero parte alla Repubblica Bavarese dei Consigli nel 1919). Il filone utopico vero e proprio conosce invece un’evoluzione divergente nella Germania che, dalla fine degli anni Quaranta, si presenta divisa in due stati di diverso orientamento politico, strategico e sociale.

In ambito occidentale, l’autore che più sistematicamente esplora l’utopia nelle sue conseguenze è Arno Schmidt (1914-1979), procedendo attraverso le strutture di generi eterogenei (science fiction, poliziesco, picaresco e così via), mescolandole tra loro e contaminandole con l’esperienza delle avanguardie novecentesche (sono forti gli echi di Joyce, in particolare), fino a creare un linguaggio impuro, sperimentale, che costringe il lettore a uno sforzo continuo di interpretazione. Uno dei primi romanzi di Schmidt, Schwarze Spiegel (["Specchi neri"], 1949), costruisce sotto le forme del romanzo catastrofico (la distruzione della civiltà mediante una guerra atomica) una delle più radicali forme di utopia che siano mai state concepite: quella dell’estrema solitudine, messa in atto dal protagonista-narratore, unico sopravvissuto all’olocausto, che ritrova se stesso, dando vita a un inaudito idillio autoreferenziale, nello specchio simmetrico della natura e della cultura (in primo luogo in quella dei libri), divenuta più “pura” in quanto privata della componente umana che la intorbidava. Seconda prova di Schmidt nel campo dell’utopia è Die Gelehrtenrepublik (["La repubblica dei dotti"], 1957), che si rifà programmaticamente, a partire dal titolo, al Settecento e a Klopstock in particolare, dichiarando il ritorno a radici illuministiche, evidenti anche nella traccia swiftiana di questo romanzo. Il protagonista di Die Gelehrtenrepublik, un americano di origine tedesca, pronipote fittizio dello stesso Schmidt, compie un viaggio in due stati di un mondo che, nel 2008, ha visto andare distrutta gran parte del suo territorio in un conflitto atomico. Il primo di essi è popolato da pericolose mutazioni provocate dalle radiazioni, alle quali gli americani hanno contrapposto un esperimento di creature tra il fiabesco e il mitologico, “ominidi” dall’aspetto di centauri che vivono secondo natura e ragione e sono sfruttate a loro insaputa, e in cui Schmidt raffigura, sotto la sembianza, di fragile idillio, la miseria del qui e dell’ora (dietro la rappresentazione degli americani è chiara la critica all’imperialismo e all’arroganza delle grandi potenze), imbastendo al tempo stesso una critica contro quel “pragmatismo scientifico che non si pone la questione dell’umanità e della responsabilità” (Gnüg Utopie, 213-214). La seconda enclave visitata dal protagonista è l’IRAS, “International Republic for Artists and Scientists”, posta su un’isola artificiale edificata nel Pacifico, dove sono convenuti a partire dal 1980 gli scienziati e gli artisti di tutto il mondo. Il risultato è desolante. In scala minore l’IRAS riproduce i conflitti e le miserie del mondo reale, fino alla riproduzione della divisione in due blocchi contrapposti: in uno, quello occidentale, regnano anarchia e frivolezza, e arte e scienza sono subordinate al capriccio, deprivate di disciplina e di spirito conoscitivo, mentre nell’altro, quello orientale, sono asservite a una rigida pianificazione che le svuota di ogni impulso innovativo. La dimensione dell’utopia, se è data, sussiste non qui, dove sarebbe lecito aspettarselo, ma nel territorio degli ominidi, dove pure è fragile e sottoposta a costrizioni, laddove cioè, tipicamente per Schmidt, la spinta alla conoscenza è temperata da umanità e naturalezza.

Gli spazi si restingono ancora nel terzo romanzo utopico di Schmidt, Kaff, auch Mare Crisium (["Kaff, o Mare Crisium"], 1961) in cui lo scenario è ancora una volta un mondo distrutto, con i superstiti – russi e americani che continuano le loro ormai sterili dispute – che si dividono l’angustia di una stazione lunare. Di nuovo l’ambientazione è post-atomica, infine, per Die Schule der Atheisten ["La scuola degli atei", 1972], in cui ciò che resta, nel 2014, è questa volta diviso tra americani e cinesi. Qui, sulla linea delle prime opere, le possibilità di sopravvivenza, se non di vero e proprio idillio, sono date da un ritorno alla natura nel quale è compreso quell’aspetto della civiltà che favorisce la comprensione della e l’immersione nella natura: ovvero la letteratura stessa, che per molti versi è il vero spazio utopico che Schmidt riesce a delineare – il che rappresenta in definitiva anche il suo limite.

Diversa è la storia e maggiore la centralità della narrativa utopica nella DDR, in cui rappresenta la proiezione e il naturale sbocco dell’evoluzione in una realtà di tipo socialista. Nell’ottimismo degli anni di fondazione, a partire dal 1949, sono numerose le opere imperniate intorno a proiezioni tecnologiche, a scoperte sensazionali che porteranno a enormi mutamenti nella sorte degli uomini, così come centrale è il tema dell'esplorazione spaziale, culminato negli anni dello Sputnik e del trionfo sovietico. Al tempo stesso non mancano le riflessioni sull'uomo e sulla sua condizione, in una prospettiva inusuale, spesso inedita, che non di rado si trasforma in approfondimento e al tempo stesso in divulgazione dei paradigmi della società socialista. Ai mutamenti tecnologici si affiancano nelle previsioni generali altrettanto grandi mutamenti politici: soprattutto negli anni Cinquanta, la fine del capitalismo è avvertita come imminente, e il futuro della Germania (clamorosamente rovesciato nella storia) è quello di un'unità nel socialismo, anche se l'ingresso della BRD nella NATO nel 1956, e forse ancor di più la costruzione del Muro di Berlino nel 1961, vennero a incrinare questa certezza. I primi esempi sono d’importazione: ristampe di classici del passato, in genere utopie di tradizione umanistica (Ein Rückblick aus dem Jahre 2000, traduzione di Looking Backward di Edward Bellamy, Berlino 1949; Utopia di Thomas More, Lipsia 1950, il già citato Der Tunnel di Bernhard Kellermann – autore “gradito” in virtù del suo orientamento antifascista – ristampato a Berlino nel 1950), oppure fantasie scientifiche importate dall'Unione Sovietica (Der Schatten der Vergangenheit ["Le ombre del passato"], di Ivan Efremov, Berlino 1946, Patent A.V. [Brevetto A.V."], di Lasar Lagin, Berlino 1947-48, Der zehnte Planet ["Decimo pianeta"], di Aleksandr Beliaev, Berlino 1947) e che mettono in scena contrapposizioni spesso brutali tra mondo capitalista e mondo socialista. Le prime opere autoctone si presentano come destinate al largo consumo, caratteristica, questa, inconsueta per la produzione utopistica.

Soprattutto fino alla metà degli anni Cinquanta e alla destalinizzazione, furono diffusi i cosiddetti "utopische Kriminalromane", romanzi utopico-polizieschi, in cui le situazioni schematiche (esperimenti pericolosi portano a una scoperta risolutiva per il benessere dell'umanità; spie capitaliste tentano il sabotaggio; la situazione sembra precipitare; attraverso colpi di scena i buoni hanno la meglio; lieto fine) rispondevano alle esigenze di una realtà rigidamente divisa in blocchi contrapposti. Tipici in questo senso sono ad esempio i romanzi Heißes Metall (["Metallo rovente"], 1952) di Klaus Kunkel, in cui i capitalisti vogliono rubare un metallo ultraleggero e dalle miracolose proprietà di resistenza, scoperto dai bravi scienziati tedesco-orientali, e destinato "alla nostra società socialista attualmente in costruzione", o Ultrasymet bleibt geheim (["L'ultrasimeto resta segreto"], 1955) di Heinz Vieweg, in cui una multinazionale occidentale vuole eliminare uno scienzato che ha scoperto nel Sahara un nuovo elemento migliore dell'acciaio e che può essere prodotto a bassissimo costo. 

In questa prospettiva, anche il topos del viaggio spaziale — vivificato a nella seconda metà degli anni Cinquanta dal successo dei progetti spaziali sovietici — si colora di connotati ideologici che si combinano alle caratteristiche avventurose. Significativo in tal senso è il romanzo di Eberhardt Del'Antonio — uno dei migliori in assoluto della DDR — Titanus, del 1959, in cui l'elemento tecnologico si riduce notevolmente a favore di quello utopico: una spedizione terrestre lascia il sistema solare su un razzo a fotoni e sbarca sul pianeta Titanus-1, popolato di esseri umani fuggiti dal gemello Titanus-2; la situazione iniziale di complicità si ribalta quando appare chiaro che gli abitanti di Titanus-1 sono sfruttatori fuggiti da Titanus-2 perché sopraffatti dalla rivoluzione che si è consumata contro di loro, portando all’avvento di una società senza classi; ora gli esuli tentano di colpire Titanus-2 con le armi atomiche, ma gli abitanti di quel pianeta riescono a rimandare al mittente i missili distruttori, mentre i terrestri, scampati appena in tempo dal pianeta, raggiungono Titanus-2 e ne visitano la società perfetta, in cui tutti lavorano con impegno e coltivano di pari passo arti e scienze. Altrettanto riuscito è il seguito che Del'Antonio ne dà nel 1966, Heimkehr der Vorfahren ["Il ritorno degli antenati"]: la spedizione terrestre su Titanus ritorna dopo dieci anni di tempo soggettivo su una Terra in cui sono trascorsi 345 anni; il pianeta è unito in una società socialista che presenta caratteri utopici, incrinata tuttavia da lievi cenni nostalgici: gli uomini del passato, gli "antenati", appunto, sono più vivi, sensibili, umani dei loro eredi, dominati da una razionalità inflessibile.

Dalla fine degli anni Cinquanta, di pari passo con l'importanza crescente che assume la scienza nello stato socialista, sono sempre più frequenti le vicende imperniate su scoperte volte ad assicurare un aumento della produttività industriale. Su tali tematiche ruotano ad esempio i romanzi Unternehmen Marsgibberellin (["L'impresa del gibberellin marziano"], 1964) di Lothar Weise, in cui dalle piante marziane viene estratto un preparato che può aumentare o bloccare a piacere la crescita dei vegetali terrestri, con enormi conseguenze sulla produzione agricola; Ein Bann gegen das Eis (["Un anatema contro il ghiaccio"], 1965) di Herbert Friedrich, in cui una diga tra l'Alasca e la Kamciatka porta a un mutamento delle correnti marine, quindi del clima terrestre, con il riscaldamento delle regioni artiche e la conseguente possibilità di farne terre coltivate; o Im Schatten der Tiefsee (["All'ombra delle profondità marine"], 1965) di Carlos Rasch, che rappresenta un mondo futuro nel quale — nel 1990 — gli stati dell'Africa orientale riescono a risolvere i problemi alimentari grazie alla coltivazione intensiva delle alghe. Di impronta decisamente sociale è un romanzo più tardo di Karl-Heinz Tuschel, prolifico autore attivo fin dagli anni Sessanta e specializzato nel fantastico, che con Kurs Minusmond (["Rotta Minusmond"], 1986) descrive una società futura retta su principi socialisti nella quale ogni individuo, al fine di realizzarsi, ha diritto di svolgere tre professioni diverse, condizione, questa, che libera energie altrimenti sepolte e insospettate, tali da dischiudere alla razza umana la possibilità di una nuova tappa nel processo evolutivo.

Tra gli autori che si conquistano un posto non secondario sulla scena della DDR, in questi anni, sono Johanna (1929) e Günther Braun (1928) che esordirono nel 1972 con Der Irrtum des Großen Zauberers ["L'errore del grande mago"]: si tratta di un'opera in cui la scienza, incanalata in produzione compulsiva, rende schiavi gli esseri umani del paese di Plikato, un regno di fantasia che langue sotto il giogo di un despota, il cui ideale supremo è quello di sostituire tutti gli esseri viventi con delle macchine; il protagonista Oliver Input, tuttavia, sviluppa a poco a poco una coscienza etica in base alla quale sarà spinto verso un'opposizione che deve necessariamente reggersi sul pensiero autonomo e non omologato. Motivi simili — l'esasperazione per una scienza andata troppo oltre, l'attenzione alla condizione umana, il prevalere di tratti grotteschi, un atteggiamento di fondo che ha portato a coniare per le loro opere la definizione di "Anti-Science-Fiction" (Simon-Spittel 114) — si ritrovano in numerosi racconti (ad esempio in Der Fehlfaktor ["Il fattore errore"], 1975) e nel romanzo successivo dei Braun (che nel 1978 saranno autori di un terzo romanzo utopistico, Conviva Ludibundus, in cui predominano gli elementi fiabeschi), Unheimliche Erscheinungsformen auf Omega XI (["Strane apparizioni su Omega XI"], 1974), in cui i due terrestri inviati a investigare sul pianeta del titolo scoprono che gli sconvolgenti fenomeni che ne stanno turbando la vita sono dovuti agli eccessi di un'economia basata sulla produzione sconsiderata e senza controllo, che costituisce una minaccia micidiale per l'ambiente e la natura e dalla quale viene generato, come un mostro dell'inconscio, un surplus di materiale che assedia la popolazione esausta e indifesa.

Esempio a parte è il romanzo di Werner Krauss (1900-1976), studioso di letterature romanze oltre che di utopie, Überblick über die französischen Utopien ["Rassegna di utopie francesi", 1962], cui segue nel 1964 l’antologia Reise nach Utopia: Französische Utopien aus drei Jahrhunderten ["Viaggio a Utopia: tre secoli di utopie francesi"). In Die nabellose Welt ["Il mondo senza ombelico"], scritto negli anni Sessanta ma rimasto inedito fino al 2001, il raggiungimento dell’unità nel socialismo, pur portando a un progresso materiale e alla pace duratura, è individuato come un arresto della dinamicità nella storia, destinata a rimettersi in cammino solo con l’incontro di esseri di un’altra stella. Krauss presenta “sotto le forme del romanzo utopico l’utopia come un dilemma” (Barck 128) e s’inserisce come elemento di spicco nel filone, allora in gestazione, di critica interna alla realtà socialista, che negli anni Settanta avrebbe prodotto interventi di notevole spessore.

In ambito occidentale, intanto, s’impone all’attenzione l’opera dell’austriaco Herbert W. Franke (1927) con una serie di romanzi e di racconti in cui le tematiche utopiche s’intrecciano con quelle della science fiction, di cui Franke riprende numerosi motivi, intrecciandoli con quelli della tematica a lui più cara, ovvero la ricerca della definizione di un rapporto possibile tra l’uomo e la tecnica che non finisca per realizzare un predominio della seconda sul primo. In questo senso, le sue opere rappresentano un ammonimento di fronte alle prospettive di un predominio della macchina, colorato di diverse sfumature: dall’utopia apparente della staticità assoluta (Glasfalle [Le bare di cristallo], 1962) all’atrofizzazione fisica e mentale indotta da un affidamento massiccio all’ausilio delle macchine (Der Orchideenkäfig ["La gabbia di orchidee"], 1963) fino alla rappresentazione dei pericoli di un totalitarismo “illuminato” in  Zone Null (Zona Zero, 1970) e in Ypsilon Minus (["Ypsilon meno"], 1976), in cui la fallibilità umana si scontra con la perfezione progettata da una tecnocrazia basata su un avanzatissimo computer, che dovrebbe evitare il caos in cui versava la società “arcaica”, e che scopre, invece, di aver bisogno proprio di quella perfettibilità per realizzare un sistema armonico.

Gli anni Settanta, verso cui Franke è un ponte, iniziano nella DDR con l'insediamento di Erich Honecker alla guida del paese. Questo porta a una "piccola rivoluzione" che, da politica, si fa anche culturale e si estende all'ambito della letteratura, non più costretta a realizzarsi entro gli schemi un po' angusti del realismo socialista, ma estesa nella sua dignità ad ambiti prima "vietati" e promossa anche in forme fino ad allora accuratamente evitate quali il puro intrattenimento e, soprattutto, il fantastico. In seguito a questa apertura non furono pochi gli autori di narrativa tradizionale che dirottarono le proprie energie verso la nuova direzione che si era loro dischiusa, producendo, soprattutto all'inizio del decennio, una vera e propria messe di opere che ripercorrono i modelli di una tradizione bicefala: quella interna ai paesi socialisti e alla stessa DDR e quella occidentale che, proprio in quegli anni, iniziava faticosamente a far breccia nei paesi dell'Est.

Nelle opere di questo periodo si confrontano soprattutto le premesse sulle quali si basa lo stato socialista e le realizzazioni maturate nel corso degli anni, la dialettica tra il possibile e il reale. È così che vedono la luce testi come le liriche di Volker Braun. Nella poesia Tagtraum ["Sogno a occhi aperti", 1987], ad esempio, l’utopia è incarnata da una “mulatta” che riunisce in sé etnie e popoli diversi, come in un crogiolo che rappresenta l’imprecisato “oltre” verso il quale dovrà indirizzarsi la macchina del progetto socialista, ferma in una terra di nessuno. Altrettanto problematico è il romanzo breve Selbstversuch. Traktat zu einem Protokoll ["Mutazione"], 1973) di Christa Wolf (1929), in cui una giovane scienziata sperimenta su di sé un procedimento che provoca il cambiamento di sesso. Tale cambiamento avviene poco alla volta: dapprima la donna che è stata la cavia dell'esperimento sembra dormire in Anders — questo il nome maschile che il/la protagonista assume dopo il trattamento: un nome dall'alta valenza simbolica; "Anders" significa infatti anche "altrimenti", "l'altro", "il diverso" — e lo/la spinge a osservare e registrare la realtà da un punto di vista femminile. In questa fase Anders, assunta l'identità di un fantomatico cugino, vive la perplessità e il disorientamento del suo ruolo mutato e solo in seguito  — calandosi nelle pratiche quotidiane e scontate che fanno corona al ruolo maschile, quali mangiare certi cibi o assumere dei codici rituali di comportamento nei confronti degli altri uomini, delle donne, della realtà — comincia faticosamente a essere "un uomo". Nell'analisi delle sue condizioni, lo sguardo si sposta dalle dinamiche scientifico-pratiche a quelle sociali e psicologico-comportamentali e a quelle interiori, finendo per rappresentare un'intera realtà nel sesso che cambia e per approdare alla consapevolezza che il mondo guidato dagli uomini è in realtà un mondo malato, monco, globalmente sbagliato, un mondo che non sa superare la contraddizione di un antagonismo che ferisce entrambi i sessi.

Ancora, sono di questi anni i sette racconti raccolti in Saiäns Fiktschen ["Saiens Ficscion", 1981] di Franz Fühmann (1922-1984), in cui si traccia un bilancio amaro della distanza che, anche in una realtà retta da una forma estrapolata e consolidata di socialismo (corrispondente a uno dei due emisferi in cui la Terra nel 3456 è divisa, Uniterr), continuano a sussistere tra dottrina e sue applicazioni; né va meglio, del resto, nello stato contrapposto di Libroterr, retto da un regime di estremo liberismo capitalista. Parallelamente, tanto all’est quanto all’ovest, si sviluppa una linea di ricerca sulla tematica utopica, che produce diversi interessanti contributi critici in saggi, studi e riviste e culmina con i tre volumi di Utopieforschung ([Ricerca sull'utopia, 1982], curati da Wilhelm Vosskamp e nati da un progetto dell’università di Bielefeld nel 1980-81, al quale hanno preso parte studiosi di tutto il mondo e di varie discipline, da Karl Heinz Bohrer a Lars Gustafsson, da Norbert Elias a Jean-Claude Perrot a Raymond Trousson.  

4) Dopo il 1989

Su tutto questo, impreviste e imprevedibili nei termini e nei tempi della sua attuazione, la caduta del Muro e la riunificazione tedesca provocano un collasso dei futuri possibili entro la storia. Gli anni Novanta vedono all’opera una generazione diversa e la produzione di diverse forme di utopia.

La fine apparente degli “ismi” produce una letteratura che vede la progettualità ripiegare in dissacrazione dell’utopia, in sua riformulazione nel calderone del postmoderno, che le dà nuovo spazio, ma anche la depriva di forza. Ciò procede in generale attraverso una riscrittura (o una postscrittura) della storia recente. In Schönes Deutschland. Roman ["Germania bella. Romanzo", 1996] di Thorsten Becker (nato nel 1958) il quadro immaginato è quello di una rifondazione della DDR nei tardi anni Novanta, con la ripresa del potere da parte di Erich Honecker miracolosamente scampato alla morte. Ciò che dapprima si delinea come un idillio – il nuovo-vecchio stato sembra riunire in sé le qualità positive dell’uno e dell’altro sistema, di socialismo e di capitalismo, le speranze di realizzare finalmente il socialismo reale vengono fatte proprie e celebrate dagli intellettuali e dagli artisti – si trasforma a poco a poco in una ripetizione dell’antico: chiusura delle frontiere, controllo dell’informazione, stato di polizia e via dicendo. Del resto, la situazione non è migliore altrove: il protagonista, che riesce a evadere dalla Germania, scopre che la manipolazione dell’informazione in Occidente è arrivata al punto di negare l’esistenza di una DDR non solo nel presente, ma anche nel passato, e che le notizie correnti attribuiscono a una serie televisiva la paternità fittizia di uno stato con questo nome. L’utopia, che si era affacciata come possibilità al momento della restaurazione della DDR, scivola via nella pratica della politica e resta solo come stato provvisorio, come “luogo irreale tra due realtà” (Rothmund 188).

Se lo scenario del romanzo di Becker è quello del vicino futuro, Christian von Ditfurth (nato nel 1953) in Die Mauer steht am Rhein. Deutschland nach dem Sieg des Sozialismus ["Il Muro sorge sul Reno. La Germania dopo il trionfo del socialismo", 1999] situa nel vicino passato quella che è una svolta ucronica: ossia, la defenestrazione di Gorbatchov nel 1988 e la ripresa del potere da parte dei conservatori, ciò che porta alla riunificazione tedesca – guarda caso il 3 ottobre 1990 – sotto l’egida sovietica. La neonata DRD –Demokratische Republik Deutschland – vede agire i personaggi reali della storia (da Honecker a Egon Krentz, da Helmut Kohl a Willy Brandt), ciascuno di di essi destinato a un destino diverso. Il Muro viene trasferito sulla linea del Reno, fabbriche e industrie vengono nazionalizzate e costrette a produrre oggetti obsoleti sotto nomi bizzarri. In una decina di anni, l’economia va a picco e, mentre il nuovo stato ripete gli errori del vecchio, protagonisti vecchi e nuovi consumano i loro rituali e balletti grotteschi come in un teatrino insensato.

Ucronico — ma è solo un aspetto della sua eterogenea, indefinibile natura – è anche Starfish rules (1997) di Tobias O. Meissner, situato nella costellazione di impulsi e di scritture che tra il postmoderno e il postmuro ripensano l’identità tedesca sullo specchio del mondo oltreoceano. In un romanzo caotico e visionario, tra giochi grafici e contaminazioni linguistiche, sullo sfondo degli anni Trenta è messa in scena un’America demitizzata attraverso i suoi miti: i detective alla Marlowe, la mafia, i complotti, le riprese di Stagecoach, Walt Disney (tra i protagonisti del libro insieme ad altri personaggi reali come Charles Manson, Cordwainer Smith e Orson Welles), agenti della CIA e criminali nazisti, tra rivelazioni e colpi di scena, fino all’apocalisse finale in cui gli Stati Uniti sprofondano nel mare, mentre il protagonista si allontana a cavallo di uno Zeppelin, simile a Ishmael nel finale di Moby Dick (o al maggiore T. J. "King" Kong a cavallo della bomba H nel Dottor Stranamore). La Germania di Meissner, come il resto del mondo globalizzato, è ormai America, e come tale va incontro al proprio destino: il mito della frontiera, del paese dalle infinite possibilità, si dissolve in caos. Le infinite possibilità significano arbitrio infinito in cui i cliché prendono vita e corrispondono a disarmonie profonde che spingono la fantasia verso una deriva sfrenata. Poco si salva: il movimento nero, la musica, il cinema, e con essi almeno in parte la scrittura fantastica in cui tutto ciò è contenuto e che è l'unica capace di rompere con l'esistente, di fare un salto verso una dimensione di totalità del tutto negata al mondo reale.

Ancora più indietro va a scavare l’utopia retrodatata (e destinata al fallimento) di Michael Kleeberg (nato nel 1959), Ein Garten im Norden ["Un giardino nel Nord, 1998], che affida al suo protagonista la possibilità di intervenire sulla storia tedesca a partire dagli anni Venti attraverso la scrittura di un libro magico, affidatogli da un enigmatico antiquario. Lui ci prova, aggiungendo e cancellando, ma la storia finisce per andare per proprio conto, fino a ripetersi uguale. In questo scenario in cui lo scetticismo sembra negare ogni progettualità, un’eccezione è rappresentata da un autore della vecchia guardia come Harald Gerlach (1940-2001). Nei suoi ultimi romanzi, tanto nel fantastico Windstimmen ["Voci del tempo", 1997] quanto in Rottmanns Bilder ["Immagini di Rottmann", 1999], la riflessione sul fallimento del socialismo è premessa per un riaggancio all’Illuminismo e per il progetto di un nuovo spazio di utopia che dilati all’infinito lo spazio brevissimo tra ciò che è e ciò che non è ancora, secondo una linea tematica che in Gerlach si affaccia fin dalla prima lirica degli anni Settanta e in cui la dimensione del non-compiersi, realizzata nella sospensione del viaggio, corrisponde allo stato di grazia di un “güldenes Zeitalter” (Windstimmen), di un’età dell’oro posta sempre un po’ prima o un po’ dopo di noi. In Windstimmen tale idea di un “Güldenes Zeitalter”, che risolva per sempre le contraddizioni dell’esistente e restituisca la realtà a un’idealizzata matrice originaria, attraversa tutta la storia tedesca, balenando ora qua, ora là – nell’illuminismo, nell’unità nazionale, nel socialismo, nella riunificazione – senza mai coagularsi in una forma definitiva e finendo in definitiva per apparire come una fata morgana, alla quale tuttavia sarebbe impossibile rinunciare. Se al centro di Windstimmen sta il passato e le contraddizioni che esso proietta sul presente, in Rottmanns Bilder Gerlach tenta di tracciare la rotta per un suo superamento: un superamento che, tipicamente per questo autore, si delinea nella dimensione del viaggio e nel segno dell’incertezza e del caso, i fattori che più assomigliano alla vita e, pertanto, più le sono vicini: utopia nella dimensione del non-compiersi.

Bibliografia 

Si elencano di seguito i testi di approfondimento e supporto, anche qualora non espressamente citati nel corso dell’articolo.

 

Text + Kritik 20 – 1968: Arno Schmidt.

Abret, Helga. "Schreibend die Notwendigkeit von Veränderungen demonstrieren". Zu Herbert W. Frankes utopisch-technischen Erzählung und Romanen. Polaris 5 (1981): 17-37.

Berghahn, L. Klaus – Hans Ulrich Seeber, hrsg. Literarische Utopien von Morus bis zur Gegenwart, Königstein i/T: Athenäum, 1983.

Biesterfeld, Wolfgang. Die literarische Utopie. Stuttgart: Metzler, 1974.

Barck, Karlheinz. Abschied vom Utopischen?, in Krauss, Werner. Die nabellose Welt, hrsg. E. Fillmann und Karlheinz Barck. Berlin: BasisDruck, 2001, 123-134.

Bousch, Denis. Synthesen der Zukunft im Roman Die Erben des Untergangs von Oskar Maria Graf, in Esselborn, 95-106.

Druvins, Ute. Alternative Projekte um 1900. Utopie und Realität auf dem „Monte Verità“  und in der „Neuen Gemeinschaft“, in Gnüg Utopie, 236-249 

Esselborn, Hans, hrsg. Utopie, Antiutopie und Science Fiction im deutschsprachigen Roman des 20. Jahrhunderts. Würzburg: Königshausen und Neumann, 2003.

Gnüg, Hiltrud. Utopie und utopischer Roman. Stuttgart: Reclam, 1999.

---, hrsg. Literarische Utopie-Entwürfe. Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1982.

Hamann, Brigitte. Bertha von Suttner : ein Leben für den Frieden. München: Piper, 1986.

Heidtmann, Horst. Utopisch-phantastische Literatur in der DDR. München: Fink, 1982.

Hermand, Jost. Der alte Traum vom neuen Reich. Völkische Utopien und Nationalsozialismus. Frankfurt a/M: Beltz Athenäum, 1988.

---. Ein Volk von österlich Auferstehenden. Zukunftsvisionen aus den ersten Jahren des Dritten Reiches, in Gnüg Utopie, 266-276.

---. Orte. Irgendwo. Formen utopischen Denkens. Königstein i/T: Athenäum, 1981.

---. Weiße Rasse – gelbe Gefahr. Hans Dominiks ideologisches Mitläufertum, in Esselborn, 48-57.

Hug, Heinz. Erich Mühsam. Untersuchungen zu Leben und Werk. Glashütten i/T: Auvermann, 1974.

Innerhofer, Roland. Deutsche Science Fiction 1870-1914: Rekonstruktion und Analyse der Anfänge einer Gattung. Wien – Köln – Weimar : Böhlau, 1996.

Jehmlich, Reimer. Phantastik – Science Fiction – Utopie. Begriffsgeschichte und Begriffsabgrenzung, in Phantastik in Literatur und Kunst, hrsg. Christian W.  Thomsen und Jens Malte Fischer. Darmstadt: Wiss. Buchges., 1980, 11-33 

Kempf, Beatrix. Bertha von Suttner: Das Lebensbild einer grossen Frau. Wien: Österr. Bundesver., 1964 

Lörwald, Berni – Michael M. Schardt, hrsg. Über Paul Scheerbart: 100 Jahre Scheerbart-Rezeption, 3 vv. Paderborn: Igel, 1992.

Martynkewicz, Wolfgang. Arno Schmidt. Reinbek: Rowohlt, 1992.

Mayer, Hans. Reden über Ernst Bloch. Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1989.

Müller, Norbert. Gegenwelten. Die Utopie in der deutschen Literatur. Stuttgart: Metzler, 1989.

Rothmund, Elisabeth. Teilung und Wiedervereinigung im Spektrum der Fiktion. Beckers Schönes Deutschland und von Dithfurths Die Mauer steht am Rhein, in Esselborn, 179-189.

Rottensteiner, Franz, hrsg. Polaris 6. Herbert W. Franke gewidmet. Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1982.

Schmidt, Burghart. Ernst Bloch. Stuttgart: Metzler, 1985.

Schardt, Michael M. –Hartmut Vollmer, hrsg. Arno Schmidt. Leben — Werk – Wirkung. Reinbek: Rowohlt, 1990.

Shafi, Monika. Utopische Entwürfe in der Literatur von Frauen. Bern — Frankfurt a/M — New York – Paris: Lang, 1990.

Simon, Erik – Olaf Spittel. Die SF der DDR— Autoren und Werke: ein Lexikon. Berlin: Das Neue Leben, 1988.

Spies, Bernhard, hrsg. Ideologie und Utopie in der deutschen Literatur der Neuzeit. Würzburg: Königshausen und Neumann, 1995.

Suvin, Darko. Spielerisches Erkennen oder Kunstfehler in Harmonopolis: die Science-fiction von Johanna und Günther Braun. Polaris 5 (1981). 119-131.

Voßkamp, Wilhelm, hrsg. Utopieforschung. Interdisziplinäre Studien zur neuzeitlichen Utopie. 3 Bdd. Stuttgart: Metzler, 1982.

Wenzel, Dietmar, hrsg. Kurd Laßwitz. Lehrer, Philosoph, Zukunftsträumer: Die ethische Kraft des Technischen. Meitingen: Corian-Verlag Wimmer, 1987.

Zudeick, Peter. Die Welt als Möglichkeit und Wirklichkeit. Die Rechtfertigungsproblematik der Utopie in der Philosophie Ernst Blochs. Bonn: Bouvier, 1980.

Note dell'Autore

1 Il presente articolo rappresenta la versione espansa di una voce per la Histoire transnationale de l'utopie littéraire et de l'utopisme, coordonnée par Vita Fortunati et Raymond Trousson, avec la collaboration de Paola Spinozzi (Paris: Champion, Bibliothèque de Littérature générale et comparée, 2008)