Una semplice guerra atomica è un buon sistema per sterminare l'umanità, ma la nostra civiltà e persino la nostra sopravvivenza come razza possono essere minacciati da molteplici altri elementi.

James Ballard ha immaginato, con la sua tetralogia degli elementi, il mondo flagellato, volta per volta, da acqua, vento, fuoco e terra, John Wyndham lo ha visto sommerso dall'acqua e minacciato dagli insidiosi trifidi, John Cristopher ha descritto una devastante carestia.

Naturalmente anche le epidemie sono una minaccia terribile, peste, vaiolo, colera hanno portato terribili ecatombi, e nemmeno cento anni sono passati dalla Spagnola, che ha causato la morte di più di venti milioni di persone.

Del tutto nuovo è il morbo immaginato da Charles Eric Maine che, con il romanzo Il grande contagio, racconta la storia di un virus che colpisce e fa crollare la nostra civiltà.

 

Pauline Brant è una dottoressa inglese che lavora per l'Organizzazione Internazionale Ricerche Virus, un ente che sta affrontando la più grave crisi della sua storia: in estremo oriente una violenta epidemia, causata dal virus di Hueste, sta mietendo milioni di vittime.

Tornata dal Giappone la donna scopre che suo marito Clive, un giornalista che lavora per il Sunday Monitor, è intenzionato a lasciarla per una giovane americana, ma l'epidemia non le lascia molto tempo per i rimpianti, le ricerche sul virus rivelano che la mortalità dei colpiti sarà di circa il cinquanta per cento, mentre le prospettive di trovare un vaccino non sembrano molto incoraggianti.

Conscie del disastro incombente le autorità si preparano a salvare parte della popolazione con rifugi sotterranei e a gestire milioni di morti in superfice, mantenendo la calma con una rigida censura su quanto sta veramente accadendo, ma alla fine non è più possibile mentire, le persone iniziano a morire anche in Gran Bretagna.

In breve si scatena una guerra civile tra i sopravvissuti e il governo, Pauline e Clive vedranno il mondo avviarsi verso barbarie che pensavano dimenticate, le loro vicende procederanno parallelamente, sino a quando, in circostanze drammatiche, potranno riunirsi.

Ma nella buia notte causata dal virus Hueste, forse, la luce non è destinata ad arrivare.

 

La scuola catastrofista inglese ha un suo modo di raccontare la fine del mondo, i protagonisti sono persone normali che si trovano ad affrontare situazioni terribili, iniziate in paesi lontani, che il governo minimizza inutilmente, e che infine travolgono tutto, tranne poche isole circondate da un mare di devastazione.

Maine si scosta leggermente da questo indirizzo, i protagonisti del romanzo hanno sentore di quanto sta arrivando, Pauline per il suo lavoro di ricerca sul virus, Clive grazie al suo fiuto giornalistico, ma alla fine il disastro travolge anche loro.

Quello che non convince completamente è la sopravvivenza di organizzazioni che addirittura combattono tra loro, quasi che sia possibile superare quasi indenni la morte di metà della popolazione umana.

In effetti sembra che il dramma del virus sia una un mero espediente che permette all'autore di sviluppare le reazioni dei protagonisti di fronte a una crisi, cosa che Maine riesce a fare con efficacia.

Lo stile di Maine è asciutto e senza fronzoli e questo, se da una parte non dona una grande spessore alla storia, dall'altra rende la lettura abbastanza veloce, le parti dedicate alla natura del virus sono molto ridotte, e non pesano sulla scorrevolezza della storia.

Il finale è la parte migliore del romanzo, e forse l'unica che si elevi da un livello discreto ma non certo eclatante.

Se vi appassiona il genere catastrofico probabilmente Il grande contagio vi piacerà, in caso contrario dubito fortemente che questa storia riuscirà ad appassionarvi.