Giro di vite contro i pirati

postato Agosto 29th, 2008 in Commenti | 1 commento »

Per chi non se ne fosse accorto, negli ultimi tempi pare che la giustizia italiana si stia dando parecchio da fare contro i cosiddetti pirati. Sono scattati una serie di provvedimenti che hanno portato prima alla chiusura del sito Colombo, uno dei più noti aggregatori di bit torrent italiani, e verso la metà di agosto all’oscuramento, su ordinanza di un giudice di Bergamo, del famoso sito The Pirate Bay.

In cosa consiste l’oscuramento: ai provider italiani viene chiesto di modificare i propri dns in modo che l’indirizzo piratebay.org e qualcun altro collegato non vengano risolti, e che l’indirizzo ip del sito risulti irraggiungibile.

Diciamo subito che questo misure sono facilmente eludibili:se un utente non usa i dns del suo provider ma, per esempio, OpenDNS (consigliabile anche per molti altri motivi), aggira facilmente la prima parte del provvedimento; e la seconda l’ha aggirata PirateBay cambiando indirizzo ip al volo dopo poche ore.

Le reazioni che leggo sul sito del Partito Pirata, che fa riferimento all’omologa organizzazione svedese nata attorno al sito, mi lasciano un po’ perplesso. L’ordinanza del giudice viene contestata in base al fatto che, secondo loro, Pirate Bay non viola i diritti d’autore, perché ospita solo file torrent che sono a tutti gli effetti solo dei link che rimandano a file distribuiti sui computer degli utenti. C’è inoltre un gran affermare che il Partito Pirata non vuol mettere in cattiva luce la FIMI e altre organizzazioni simili, che il Partito Pirata condanna lo scambio di materiale protetto dai diritti d’autore, e così via.

O insomma, che razza di pirati fifoni abbiamo davanti? Si combatte la causa del no copyright facendo finta di non voler infrangere il copyright? Ha senso contestare tecnicamente una sentenza facendo affermazioni in parte contrarie ai propri principi?

In effetti, la posizione del Partito Pirata, come pure quella del PiratPartiet svedese originale, non è chiarissima. Se all’atto della sua fondazione il PiratPartiet si dichiarava apertamente contrario ai trademark, al momento di stilare il proprio programma politica questa posizione è stata decisamente smussata. Forse è giusto così, ma è possibile combattere battaglie politiche con idee così così?

Negli ultimi anni l’offensiva dei proprietari di copyright sta diventando sempre più invadente, limitando sempre di più le possibilità degli utenti, cercando di vendere tutto ovunque sempre per qualsiasi uso, ed espandendosi anche a settori che non dovrebbero essere posti sotto copyright. È una guerra che a mio avviso è determinante per il futuro della cultura, e va combattuta con tutte le armi. Incluse le idee radicali: perché spesso solo se pretendi 100 ottieni 10.

Poi ovviamente la mia posizione, come penso quella di tante altre persone di buon senso, è un po’ una via di mezzo. Se è giusta la difesa dei diritti dell’autore, è anche giusta la difesa della diffusione della cultura. La cultura deve circolare, per il suo stesso bene. Una dimostrazione immediata la danno, per esempio, quegli sport che sono spariti dai canali televisivi generalisti per finire solo sui canali a pagamento, pendendo drammaticamente in popolarità.

La musica, il software e gli altri prodotti culturali devono circolare in una certa misura liberamente, per potersi far conoscere. Se nessuno li conosce, nessuno li acquisterà.

C’è di più. Se si vuole che la gente acquisti, bisogna saper vendere. Troppo spesso i prodotti regolarmente acquistati sono meno fruibili di quelli che circolano piratati. Basti pensare a cd con protezione della copia, software che richiedono dongle o inserimento di cd, dvd con spot antipirateria obbligatori (ma perché rompete le scatole a me, che ho comprato il dvd?) prima di poter vedete il film.

Di più. Da vent’anni esiste internet, le informazioni circolano rapidamente. Perché uno spettatore italiano dovrebbe aspettare da sei mesi a un anno per vedere le puntate del proprio telefilm preferito andate in onda in USA? Capisco che debba aspettare se le vuole in italiano, ma se le vuole in inglese perché non vendergliele subito?

Insomma, il punto è che l’unico modo serio di combattere la pirateria è quello di dare modo alla gente di non doverla usare. Offrite prodotti a prezzi ragionevoli, vendeteli subito ovunque, e fare in modo che sia facile comprarli, scaricarli e usarli. Vedrete come calerà la pirateria.

In diretta dall’iPhone

postato Agosto 5th, 2008 in Blog, Exposé | 4 commenti »

E ora che ce l’abbiamo cominciamo a usarlo.
Questo che state leggendo è il primo post scritto direttamente dall’iPhone, grazie a un’applicazioncina che permette di interfacciarsi a Wordpress in modo abbastanza completo. Permette anche di caricare foto, cosa che attraversò io normale bewser non darebbe possibile, perché il Safari di iPhone non supporta l’upload.
La scrittura su iPhone dopo aver fatto pratica qualche giorno è giá abbastanza scorrevole, ma in qualche caso un po’ frustrante. In particolare lascia molto a desiderare il sistema di correzione automatica, che non di rado corregge parole comuni con parole meno comuni. Il caso più fastidioso è la correzione di “che” in “ché”, e mi è capitato anche di vedermi sostituire un normale “ma” in uno sconcertante “m’a”.
Insomma: tutta questa tecnologia e siamo ancora alle prese con problemi analoghi a quelli del T9…
La lentina per spostarsi nel testo non è il massimo dell’esperienza. Intanto perché compare solo dopo due o tre secondi; e costringe in un certo senso a togliere le mani dalla tastiera. Sarebbero davvero comodi dèi tasti freccia per spostarsi nel testo.
A parte queste incertezze devo dire però che alla fine dei conti scrivo giá più velocemente con iPhone di quanto non facessi con la tastierina del Treo.
Non male direi per uma tastiera virtuale.

C’era una volta il futuro di Apple

postato Luglio 30th, 2008 in Exposé, Fantascienza | 1 commento »

Nel 1997 Apple era nel momento più buio della sua storia. L’azienda aveva perso gran parte delle sue quote di mercato, il titolo in borsa era ai minimi storici. La gestione Spindler l’aveva affossata, e la gestione Amelio non stava migliorando le cose. Il progetto per il nuovo sistema operativo, Copland, stava crollando sotto il suo peso. Era necessario ricorrere a risorse esterne: acquistare un sistema operativo moderno prodotto da qualcun altro e farlo diventare il nuovo Mac OS. La scelta sembrava già fatta: Jean Luis Gassée con il suo BeOS era già pronto a rientrare trionfalmente in Apple. Ma all’ultimo minuto la scelta cadde sulla NeXT di Steve Jobs. Il resto è storia: lo sa bene chi ha comprato azioni Apple nel 1997 e ora ha un capitale cinquanta volta superiore.

Ma il 1997 che vedrete in questo filmato è del tutto diverso. Un’ucronia, un passato alternativo. È il 1997 visto dal 1987, quando Apple viaggiava a gonfie vele con Steve Jobs e le sue manie fuori dai piedi e il campione dell’acqua zuccherata John Sculley saldamente al comando. In questo filmato, questa “time capsule” realizzata nel 1987, si immagina la Apple di dieci anni dopo. Effetti speciali, computer che parlano, proiettano immagini tridimensionali stile “aiutami Ben Kenobi”, ma sempre nel familiare involucro dodici pollici del Macintosh SE. Tra i personaggi che compaiono nel filmato un magrissimo Steve Wozniak, Sculley e anche Michael Spindler, prima che cominciasse a far danni.

Buon divertimento.

iFilmTv, la mia prima web app per iPhone

postato Luglio 26th, 2008 in Exposé | 6 commenti »

Lo scorso weekend sono stato preso da una furia programmatoria e ho sviluppato la mia prima web application per iPhone.

Si tratta della versione iPhone del sito di Film.tv.it. Non tutto il sito, ovviamente (che conta una settantina di pagine template che si sviluppano su qualcosa come 1.600.000 pagine di contenuti), ma le cose pratiche e utili che serve avere in tasca, ovvero sul proprio telefono: la guida ai cinema e la guida ai film in tv. Con in più la possibilità di cercare film e attori/registi nel database.

Sviluppare una web app per iPhone non è molto diverso dal creare un sito web, ma ci sono alcune peculiarità. Per esempio, si deve tenere presente che l’iPhone viene usato con le dita: quindi testi larghi e soprattutto link larghi, che siano “centrabili” con ditone.

Impostare un’interfaccia stile iPod rende senz’altro più immediata l’usabilità della web application. Quindi navigazione a schermate successive, con freccione verso destra che indicano il passaggio al maggiore dettaglio. Peccato che Safari per iPhone non implementi delle transizioni tra le pagine, sarebbe stato bello far scorrere le pagine come nelle applicazioni native.

La web app di FilmTV usa anche i link di tipo speciale previsti dall’iPhone: quelli sui numeri di telefono, che sono “cliccabili” e permettono di telefonare al cinema prescelto, e quelli sulle mappe, che permettono di vedere su Maps la posizione del cinema che si vuole raggiungere. Sempre che nel database l’indirizzo del cinema sia scritto in modo intelleggibile da Google Maps; di solito sì, ma non sempre.

Il programma usa un sistema di cookies in modo da ricordarsi la località che è stata scelta. Dopo la prima volta non sarà più necessario indicare la città: verrà selezionata automaticamente.

Ho segnalato il programma al sito Apple, che lo ha inserito nei suoi listati: sia la pagina dei programmi dei cinema che quella dei programmi della tv. Avevo inserito un piccolo abstract in inglese e poi la descrizione in italiano, e loro l’hanno ritradotta (stile Babelfish) in inglese. Curioso. Non ha molto senso che un programma utile solo per gli italiani abbia una descrizione in inglese, a mio avviso, ma contenti loro.

iFilmTV è raggiungibile collegandosi via iPhone o iPod Touch a www.film.tv.it; se volete andarci con un altro dispositivo (o col pc) usate l’indirizzo finale www.film.tv.it/i. Anzi, fatemi un favore: se avete palmari, smartphone, roba Windows Mobile o Symbian, provatelo e ditemi se funziona anche su quei sistemi. Se sì, magari metto la redirezione automatica per tutto cià che è “mobile”.

Genealogia degli scacchi

postato Luglio 24th, 2008 in Scacchi | 5 commenti »

Visto che mi hanno dato del geek - è vero, ma sentiserlo dire fa un po’ impressione - per una volta voglio parlare di un altro argomento che mi interessa molto: gli scacchi.

Sono un appassionato di scacchi in modo abbastanza anomalo. Non amo particolarmente giocare a scacchi. Non ho molta pazienza, non ho una mentalità particolarmente analitica. Qualche tempo fa mi sono scaricato un programmino per giocare a scacchi sul Treo (lo smartphone). Avessi almeno pattato una volta. Ha vinto sempre lui.

In compenso, sono curiosamente affascinato dalla storia degli scacchi; o, per l’esattezza, dalla famiglia di giochi di origine orientale di cui gli scacchi sono l’ultimo e più famoso discendente.

È ipotesi abbastanza condivisa che l’origine degli scacchi sia l’India, dove, in un momnto imprecisato del primo millennio avanti Cristo, nasce il gioco chiamato Chaturanga, ovvero “il gioco delle quattro armate” (in chatur si riconosce facilmente la radice di quattuor, quattro). Esistono due versioni del gioco: per due e per quattro giocatori. La versione per quattro giocatori dovrebbe chiamarsi Chaturaji (chatur = quattro, raji plurale di raja, reges, re — affascinante la vicinanza tra sanscrito e le lingue classiche). Su alcune fonti i due nomi si trovano anche invertiti.

È possibile che la versione a quattro giocatori sia la più antica: spiegherebbe il motivo per cui i pezzi degli scacchi vanno a coppie: due torri, due cavalli, due alfieri. Nella versione a quattro giocatori, ogni giocatore ha otto pezzi (un re, cavallo, alfiere e torre e quattro pedoni); giocando in due, ogni giocatore prendeva due set di pezzi.

La scacchiera del Chaturanga è la stessa degli scacchi moderni, otto per otto caselle, senza però l’alternanza di celle bianche e nere (probabilmente originata dall’uso della scacchiera con un altro gioco diffuso in Europa, la dama).

Vi siete mai chiesti come mai la torre negli scacchi si muova? Una torre dovrebbe stare ferma. Il motivo lo si scopre proprio conoscendo i nomi originali degli scacchi indiani, che erano simili, ma non uguali ai nostri.

La torre nel Chaturanga è il Carro. Per questo si muove velocemente e solo in orizzontale o in verticale: perché ha le ruote e deve andare dritta. Il pezzo della torre in sanscrito si chiama Gaja, ma i persiani, attraverso i quali gli scacchi arrivarono in Europa, lo chiamarono col termine che in antico persiano significava carro, cioè Rukh. Arrivato in Italia, Rukh si assimilò col latino Rocca, e il pezzo divenne quello che oggi chiamiamo Torre.

Negli scacchi l’alfiere spazza l’intera scacchiera in diagonale, ma nel Chaturanga si muove solo di due caselle alla volta. È un pezzo molto lento: infatti in Chaturanga si chiama Ratha, che significa Elefante. In persiano elefante il termine per elefante è Alfil, dal quale è nato il nome dell’Alfiere. La parola elefante, iniziando per “el”, ha l’aspetto di una parola araba, ma è di origine molto più antica. Secondo una teoria, viene dall’antico fenicio “Aleph-hind”, che significa “bue dell’India”.

La regina, dotata com’è di “superpoteri”, è un pezzo che esiste solo negli scacchi occidentali. Nel Chaturanga, e in tutti gli altri scacchi orientali (di cui magari parliamo in un altro post), vicino al Re si trova il “Consigliere”, il Mantri, che muove solo di una casella per vola e che ha il compito di difendere il re.

Nel Chaturaji al posto della torre o dell’alfiere ci sarebbe la Nave, che muove di due caselle o di quante caselle vuole, in diagonale. Le regole non sono chiarissime, ci sono varie versioni. Ricordiamo che tanto il Chaturanga quanto il Chaturaji non sono più giocati, e le regole sono il frutto delle supposizioni degli studiosi, anche se il gran numero di giochi orientali (e tutt’ora in voga) derivati dal Chaturanga aiuta molto.

Per il momento mi fermo: se c’è interesse, continuerò questi articoli parlando dei vari giochi orientali, degli scacchi persiani, degli scacchi circolari bizantini, e del progenitore dei giochi di strategia, che è stato giocato per cinquemila anni per poi scomparire dalla faccia della terra, il gioco dei Ladruncoli.

Got it

postato Luglio 11th, 2008 in Exposé | 15 commenti »

Bragging all the way long :-)

La lingua telefonica

postato Luglio 9th, 2008 in Whatever | 7 commenti »

C’è una lingua che assomiglia molto all’italiano. Ha quasi tutte le parole uguali. Eccetto alcune che sono diverse. È straordinaria. È la lingua delle pubblicità delle compagnie telefoniche.

Per esempio, nella lingua delle pubblicità delle compagnie telefoniche, puoi esprimere concetti come “gratuito al solo costo di 20 euro al mese”, o “tutto incluso (tasse e concessione governativa esclusa)” oppure “traffico illimitato fino a un massimo di 5 gigabyte”. Non è fantastico?

“Life is now”. Scappate finché siete in tempo.

iPhone, quanto mi costi?

postato Luglio 5th, 2008 in Exposé | 11 commenti »

“Bello l’iPhone. Pensavo costasse meno, però”.

Negli ultimi giorni, col fatto che il telefono Apple comincia a fare parlare di sé anche chi è fuori dal giro Apple, questa frase l’ho sentita diverse volte. Qualcuno ha persino sostenuto che il prezzo (199 euro) fosse gonfiato e che avrebbe dovuto costare così il telefono senza abbonamento.

Non mi riesce molto facile capire da dove nascano queste convinzioni. Se si va a guardare il mercato degli smartphone, anche quelli venduti scontati con abbonamento, i prezzi sono sempre più alti. Anche tralasciando il valore più importante dell’iPhone, che è la sua interfaccia innovativa, e guardando le fredde specifiche tecniche, non c’è nulla che eguagli l’iPhone. Che, ricordo, ha 8 GB di memoria (o 16), GPS, Wi Fi, Bluetooth, UMTS/HSDPA 7,2 Giga, schermo 240×480 pixel. L’aggeggio che si avvicina di più a queste specifiche è l’HTC 6500, che costa 790 euro, ma ha solo 256 MB di memoria e uno schermo microscopico, o il Blackberry Bold 9000, che ha solo 128 MB e costa 469. Confrontando le specifiche iPhone costa meno della concorrenza anche senza abbonamenti che garantiscano uno sconto.

Certo: in termini assoluti rispetto ai telefonini normali non costa poco. Ma se volete un telefono compratevi un Nokia: iPhone può essere usato anche per telefonare, ma - a mio modo di vedere - è soprattutto l’oggetto che permette di usare internet dovunque ci si trovi. Usarlo per parlare è solo una applicazione, e senz’altro quella meno interessante.

Per quanto riguarda i prezzi degli abbonamenti, ormai si sa più o meno tutto:

Peccato che Vodafone parta da così in alto; avrei cambiato volentieri gestore. Io 400 minuti di chiamate ci metto circa un anno a farli. Resterò invece con TIM, che mi da un abbonamento abbastanza economico a 30 euro, senza chiamate ma con un giga di traffico. Sempre che, naturalmente, sia possibile passare dal mio abbonamento attuale a questo senza cambiare numero, cosa che è possibile per legge tra operatori diversi, ma è tutt’altro che scontata restando con lo stesso operatore. Be’, nel caso incontrassi difficoltà state tranquilli che farò un bel post infuocato sull’argomento.

Violenza giovanile? Colpa dei videogiochi!

postato Luglio 4th, 2008 in Whatever | 4 commenti »

E come no! Una volta era colpa del rock, poi dell’heavy metal, adesso dei videogiochi. L’ultimo a emettere questa sentenza di condanna è persino un rockettaro, Noel Gallagher degli Oasis. Lo riporta Corriere.it, fonte di cui in genere mi fido poco, per cui sono andato a cercare qualche fonte inglese. “People say it’s through violent video games and I guess that’s got something to do with it” ha detto Gallagher. “If kids are sitting up all night smoking super skunk and they become so desensitised to crime because they’re playing these video games, it’s really, really scary.”

Trovo che sia davvero triste che persino un musicista - forse chiamare rock quello che fanno gli Oasis è un po’ eccessivo - possa fare questo tipo di dichiarazioni.

Faccio una proposta. Oggi per qualunque cosa si fanno sondaggi e statistiche. Facciamo una bella statistica: vorrei sapere qual è la percentuale di ragazzi che giocano ai videogiochi che ha accoltellato qualcuno. Anzi, non mi basta. Facciamo un’altra statistica: vediamo tra i giovani delinquenti che hanno accoltellato qualcuno qual è la percentuale di quelli che giocano ai videogiochi.

La mia impressione è che nella gran parte dei casi se gli capita in mano una playstation se la vendono all’istante, per drogarsi o magari per mangiare.

Un computer che sta in una busta. Busta grande, però

postato Luglio 4th, 2008 in Exposé | nessun commento »

Vi ricordate la pubblicità del MacBook Air? Con la mano che scioglie apre una normale busta color avana formato A4 e ne tira fuori un sottilissimo MacBook Air? Bella, minimale ed elegante come spesso sono gli spot Apple. Non ci sarebbe gusto, altrimenti, a farne delle parodie esagerate… come quella che vi propongo in questo filmato. In fondo chi l’ha detto che una busta possa contenere solo un MacBook Air?