.                                                                                                                                                      Immortalità: sempre un sogno? La medicina, la farmacologia, la chirurgia, le tecnologie riguardanti l’analisi e l’esplorazione del corpo umano, protesi grandi e piccole d’ogni genere, una dieta più appropriata, hanno grandemente contribuito, negli ultimi decenni, a far crescere l’età media dell’Homo sapiens…

 Ma quale può essere il limite massimo di vita dell’uomo? Nel giugno scorso è morta nel Congo, a Kinshasa, Antoinette Mbinga: età 130 anni. Aveva 9 figli, 88 nipoti e 130 pronipoti. Probabilmente era la donna più anziana del mondo. Davvero una bella età, se vissuta senza troppi malanni.

Una longevità, però, che passa in second’ordine se entriamo nel regno animale. Per non dire di quello vegetale. Nel novembre 2006 morì per un attacco cardiaco la tartaruga gigante Harriet, che aveva festeggiato i 176 anni. Viveva in uno zoo di Sydney, in Australia, e si dice che l’avesse prelevata Darwin nelle isole Galápagos, quando l’animale aveva cinque anni (era, si noti bene, il 1835), facendone accurato soggetto dei suoi studi. Ma ancora più “anziano” è un esemplare di vongola oceanica della specie Arctica islandica: 376 anni. C’è di più: la Spugna antartica, che ha un ciclo vitale estremamente lento e si ritiene che alcuni esemplari superino i 1.550 anni.

Età che peraltro è a sua volta modesta rispetto a quella, stimata tra i 2300 e 2700 anni, della sequoia denominata “Generale Sherman”, un colossale albero che si erge per 83 metri nel Parco Nazionale di Visalia, in California (il nome è quello di un famoso combattente unionista nella Guerra di Secessione). E tuttavia , anche la Sherman è messa in ombra dall’albero Methuselah (Matusalemme), una Pinus longaeva, nell’Inyo National Forest, in California: a tutt’oggi 4.765 anni. Ciò è possibile, perché il sistema vascolare di queste piante è diviso in compartimenti che lascia morire alcune parti, mentre altre germogliano grazie ai “meristemi”, un equivalente delle nostre staminali e che si possono riprodurre in continuazione.

Ma qui potremmo dire che il cerchio si chiude con un animale con caratteristiche biologiche che superando anche quelle della plurimillenaria Pinus: è una medusa piccolissima, la Turritopsis nutricula, che raggiunge un massimo di 5 millimetri di diametro. Esperimenti di laboratorio – ne accennava pochi giorni fa anche il programma tv “Leonardo” – hanno rivelato che la Turritopsis, tramite un processo definito “transdifferenziazione” che necessita della presenza di particolari cellule, sia in grado di rigenerare periodicamente le sue cellule invecchiate, invertendo il ciclo vitale e consentendo alla medusa di evitare, o quanto meno ritardare, la morte, rendendosi potenzialmente immortale.
Tale sbalorditiva scoperta, che rischia di diventare una tra le più importanti e densa di conseguenze per l’umanità, è merito di due scienziati italiani: il professor Ferdinando Boero, docente di zoologia e biologia marina presso l’Università degli Studi di Lecce, in collaborazione con Stefano Piraino dell’Istituto Talassografico CNR  A. Cerruti di Taranto.

In verità il processo di transdiffenziazione non è rarissimo in natura, ma mentre per la medusa coinvolge l’intero corpo, e indefinitamente, per altri animali si riscontra  in forma “localizzata”, cioè solo per particolari organi. Un esempio comune è la coda della lucertola, che ricresce se staccata. Anche le salamandre possono rigenerare alcuni arti, i ruminanti e cani le pareti dell’esofago. Questa capacità di auto-rinnovamento delle cellule tende a ridursi, per animali e vegetali, via via che si sale la scala evolutiva. Secondo alcuni studiosi, essa in tempi antichissimi sarebbe stata un patrimonio comune delle specie viventi, “perduto” nel corso dei millenni. Ma non del tutto, anche per l’uomo: testimonianze ne sarebbero, a parte la normale rigenerazione della pelle e comunque di tutte le cellule definite “rinnovabili”, la capacità di rigenerazione delle cellule del fegato, o la presenza delle staminali. Ma gran parte del corpo umano, a partire dai neuroni, è “costruito” da cellule non rigenerabili (“perenni”).

Tutto ciò considerato, risulta evidente quale possa essere, in un’era di scienze e tecniche avanzate, la risposta dell’uomo a queste scoperte scientifiche: il potenziamento di un’inesausta ricerca che giunga a trasferire maggiori capacità di sopravvivenza al corpo umano, tendendo (idealmente) all’inestirpabile antico sogno: la scoperta di un (tecnologico) elisir di lunga vita, l’immortalità.

Per il momento, nell’attesa di strabilianti notizie circa una maggiore longevità umana tramite gli studi sulla piccolissima medusa, ci si accontenta di traguardi più “modesti”, ma molto promettenti. Le staminali pluripotenti sono cellule primitive non specializzate, quindi capaci di trasformarsi in altri tipi tramite il “differenziamento cellulare”, adatte a riparare vari organi del corpo umano, per esempio il cuore dopo un infarto. Ma il prelievo di queste cellule, che può avvenire anche da embrioni umani, ha sollevato problemi etici ed è tuttora molto controverso. È quindi benvenuta la scoperta del gruppo del professor Shinya Yamanaka, dell’Università di Kyoto e che gli è valsa il Premio Wolf, assegnato a chi si sia distinto per il bene dell’umanità, nonché il Premio Nobel, entrambi per la medicina. Yamanaka ha “inventato” le iPSCs  (Induced Pluripotent Stem Cells), “staminali pluripotenti indotte”, molto simili alle staminali embrionali, che eviteranno quindi le diatribe sollevate dal ricorso agli embrioni. Un passo più avanti emerge dagli studi del prof. Mauro Giacca, direttore dell’ICGEB di Trieste (Centre for Genetic Engineering and Biotechnology). Recentemente la rivista “Nature” ha pubblicato l’esito d’una ricerca di Giacca, secondo la quale alcune molecole del microRNA (acido ribonucleico, molto simile al Dna), sono in grado riparare le parti danneggiate del cuore di pazienti reduci da infarto o con scompenso cardiaco.

Siamo ancora lontanissimi dall’immortalità, dunque. Ma forse ci avviciniamo alle tartarughe.

L’immortalità nella fantascienza
L’immortalità, o comunque una vita lunghissima, è uno dei temi cardine delle fantasie e delle segrete aspettative umane, benché se realizzata comporterebbe problemi enormi, ai quali si preferisce non pensare. Un intero universo di miti religiosi o di avventure del soprannaturale ci narra le gesta meravigliose di creature dotate di poteri quasi divini, tra cui l’immortalità. La fantascienza non è da meno, seppure in vesti fanta-razionali. Nel romanzo Il rosso fiume dell’eternità (1962), lo scrittore statunitense James Gunn narrava l’odissea di alcune persone divenute immortali in seguito a una mutazione del sangue, perseguitate dai “normali”, che volevano divenire a loro volta immortali tramite trasfusioni di sangue (dal libro fu tratta una serie televisiva). Nel romanzo Il trionfo del tempo (1962) l’autore inglese James Blish narrava di uomini d’un lontano futuro vivi fin quasi ai 1000 anni, e ne descriveva la solitudine e le sbiadite memorie dei troppi eventi ai quali avevano assistito. Di taglio del tutto diverso gli immortali descritti da Jonathan Swift in I viaggi di Gulliver : persone che continuano a invecchiare per l’eternità, ridotti a decrepitezze mostruose irreversibili. Nel romanzo La città e le stelle (1955) il grandissimo A.C. Clarke anticipava una eternità virtuale: l’intera umanità ha preferito trasferire la propria essenza e memoria in banche dati, dalle quali tutti possono venir fuori e poi rientrare, “reincarnandosi” ogni volta a piacimento.

 

[Articolo apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno"