Esiste realmente una Musica delle sfere? Duemilacinquecento anni fa Pitagora ne era convinto: per il filosofo greco i movimenti dei corpi celesti produrrebbero una particolare musica, non udibile dall’orecchio umano, generata da concetti  armonico-matematici.

Teoria, questa, cui aderirono scienziati e filosofi fino al ’700. Ebbene, di recente il gruppo di studiosi del Progetto Dante, dell’Astra Project di Cambridge e dell’Ifn di Catania - rispettivamente Domenico Vicinanza, Mariapaola Sorrentino, Giuseppe La Rocca - hanno registrato e ascoltato la melodia dell’universo infinitamente piccolo. Ci riferiamo all’ormai famoso “bosone di Higgs” - detto “particella di Dio” - la cui esistenza, ipotizzata dal fisico Peter Higgs circa mezzo secolo fa, è stata confermata agli inizi di luglio dagli sperimentatori del Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra. È possibile ascoltare la musica del bosone (dura circa 3,5 secondi): basta recarsi in rete, per esempio all’indirizzo http://daily.wired.it/news/scienza/2012/07/10/musica-bosone-higgs-65247.html, dove se ne offrono due versioni, una per pianoforte solo, una con vari strumenti musicali. È stato realizzato perfino il relativo spartito.

I realizzatori di questa iniziativa ritengono così di rendere più apprezzabile e condivisibile la scoperta della particella. Il tutto, reso possibile dalla “sonificazione”, importante metodo con il quale onde acustiche (solitamente ultrasuoni) interferiscono con sostanze chimiche provocando particolari reazioni. La sonificazione può avere numerosi utilizzi, come il rendere udibile – nel caso del bosone di Higgs – un grafico di distribuzione energetica, convertendo quindi il flusso di energia in note musicali. Un originale esempio - fra tanti - di sonificazione ci viene dal compositore Fabio Cifariello Ciardi, che in questo modo ha  trascritto musicalmente alcuni grafici dell’andamento finanziario.

Immaginiamo che Pitagora, oggi, sarebbe ben contento del “bosone musicale”. Ma forse ancor più lo sarebbe apprendendo che da tempo si è trascritta  la musica della nascita dell’universo. Perché il Big Bang ha avuto un suo “rumore”, ed è tuttora possibile captarlo. John Cramer, dell’Università di Washington, si è arrovellato a lungo sull’interrogativo finché nel 2003 ha trovato un modo per ottenere una risposta: “Ho elaborato al computer le frequenze delle onde che pervadevano l’universo qualche millennio dopo la sua nascita, e che ci giungono tuttora, avvalendomi di software di largo uso nell’ambiente scientifico, per produrre una simulazione della durata di 100 secondi dell’eco del Big Bang così come si poteva ascoltare 760.000 anni più tardi.” Questa sonorità – spiega Cramer – non è udibile dall’orecchio umano perché troppo bassa, e quindi “è stata amplificata 100.000 miliardi di miliardi di volte”. Numeri da capogiro insomma, ma il risultato è tra i più suggestivi della ricerca cosmologica, anche perché ha aiutato a comprendere come agiva la radiazione nell’universo nelle prime fasi della sua vita.

I sommovimenti interni delle stelle hanno ripercussioni sulla loro superficie, dove avvengono rimescolamenti simili a terremoti (si parla di “asteromoti”). I relativi segnali, individuati, sono stati trasformati in suoni. Sotto questo aspetto l’intero universo è davvero suono, rumore e musica. Le vibrazioni dei moti planetari lungo le loro orbite, le onde che si propagano dal plasma formato da particelle dei gas estremamente rarefatti presenti nello spazio, possono essere rese udibili. Un noto quartetto di normalissimi strumenti ad arco, il Kronos Quartet, fondato da David Harrington nel 1973 e premiato per la lunga attività nel campo della sperimentazione musicale, nel 2002 realizzò, con il concorso della Nasa, un programma artistico “spaziale”: Sun Rings, composizione in dieci movimenti basata su temi elaborati dalle sonorità pervenuteci attraverso le sonde Voyager, Galileo, Cassini, e da segnali raccolti in un quarantennio dalle strumentazioni dell’Università della Iowa.

Anche in Italia non si sta solo ad ascoltare. Un pionieristico esempio è il CD La musica delle stelle, realizzato nel 1ontano 1998 dall’astrofisica-cantante Fiorella Terenzi, che si esibiva con brani in lingua inglese immersi in un lieve sottofondo di “rumore cosmico”, il tutto registrato nei laboratori di un radiotelescopio. A quanto dichiarato,  Terenzi era “pioniera del connubio tra astronomia e suono, convertendo in canzoni le radiazioni giunte da galassie e registrando suoni antichi 180 milioni di anni”.

Intanto i ricercatori-musicisti dell’LCH ginevrino dichiarano che la musica del bosone di Higgs è solo uno dei progetti su cui stanno lavorando. Intendono perfezionare tecnica e algoritmi, sperando di migliorare i dati  per poter ascoltare in pieno – come dice uno del gruppo, Domenico Vicinanza – “la bellezza dell’universo subnucleare”. Tagli governativi permettendo.

Fanta-musica delle sfere

Musiche, suoni, rumori provenienti da questo e altri universi, sono sempre stati elementi graditi alla letteratura del fantastico e della fantascienza. Il docente universitario inglese Clive Staple Lewis (autore del noto ciclo di Narnia, tradotto poi in film) scrisse anche una trilogia di “fantascienza religiosa”. In uno dei tre romanzi, Lontano dal pianeta silenzioso (1938), l’idea di base si ispirava al concetto pitagorico della Musica delle sfere: il pianeta silenzioso è la Terra; agli altri mondi abitati sono connaturate delle armonie, per cui l’intero Cosmo è un concerto di voci, mentre il nostro si sarebbe “spento” per il prevalere del Male. Nel racconto La città della fiamma musicale di Clark Ashton Smith (1931), è la magia dei suoni a trasportare il protagonista in un altro universo: “Nessuna voce umana poteva produrre simili melodie voluttuose… quei gorgheggi femminili richiamavano la luce di mondi lontani, di stelle tramutatesi in puro suono”. In una storia di  James G. Ballard si narra di radiotelescopi che in tutto il mondo ricevono e registrano un inspiegabile ossessivo ticchettio, uno stillicidio che sembra non voler più smettere. Nascono le ipotesi più strane, ma il protagonista ha capito: è una sorta di orologio cosmico, che sta battendo un conto alla rovescia (Le voci del tempo, 1960). Il racconto Il pianeta del silenzio (1962) di Piero Prosperi, narra di un astronauta in avaria che riesce a salvarsi scendendo su uno sperduto pianeta abbastanza simile alla Terra, ricoperto da sassi e sterpaglie, caratterizzato dalla totale assenza di suoni. In attesa di soccorsi l’uomo, completamente solo,  cerca di adeguarsi, ma per l’eccessivo silenzio teme di impazzire. Trascorrono mesi, forse anni, e un giorno giunge dal cielo un rombo crescente: è l’astronave terrestre, ma il rumore diventa insostenibile al suo udito. Per non impazzire spara contro l’astronave, che precipita. 

[Questo articolo è apparso su "La Gazzetta del mezzogiorno" di martedì 18 luglio 2012].