Nell’oceano di notizie quotidiane recenti, tra spread e grottesche ma temibili ”discese in campo”, più d’una riguarda anche il pianeta Marte. Sembrerebbe il momento meno adatto a sognare, il nostro. O no?

Sta di fatto che torna all’attenzione degli studiosi l’eterno interrogativo: se ci siano – o ci siano mai state – forme di vita su quel pianeta. Lì atterrarono, nel 1976, due sonde inviate dalla Nasa, i Viking 1 e 2. Fra i loro compiti c’era l’analisi di campioni del suolo, per rilevare eventuali materiali biologici. L’esperimento fu eseguito con esito positivo, ma prove successive smentirono il risultato e la Nasa non considerò i primi dati, abbandonando l’iniziativa. Non senza polemiche. E ora, a un trentennio di distanza l’astrofisico ed esperto in sistemi caotici Giorgio Bianciardi dell’Università di Siena, unitamente a Joseph Miller e Gilber Levin, ha pubblicato su “International Journal of Aeronautical and Space Sciences” l’esito di uno studio matematico condotto sui materiali prelevati da quei Viking. E la risposta torna a favorire l’ipotesi che su Marte la vita, se ora non c’è, verosimilmente ci sia stata.

Un cratere terrestre fra i più estesi, quello della baia di Chesapeake (Usa), testimonia la caduta d’un meteorite, circa 40 milioni di anni fa: di recente, a 2 km. sotto la grande fossa si è scoperta vita batterica. È il risultato di indagini del professor Charles Cockell e dal suo team della School of Phisic and Astronomy, dell’Università di Edimburgo. L’impatto meteoritico provocò nelle rocce, in profondità, fratture che hanno facilitato per millenni infiltrazioni di acqua, quindi il trasporto di sostanze nutritive.

Cosa c’entra con il pianeta Marte? Cockerell nota che la superficie del Pianeta Rosso (come di altri corpi celesti) è costellata di crateri del genere. Siti ideali, quindi, per cercarvi la vita. Ovviamente il modo migliore di esplorare un luogo è… andarci di persona. Più volte, in questi decenni, negli Usa si è accennato a un ritorno delle imprese spaziali. Ma se negli anni ’60 lo stimolo alla “conquista” della Luna venne dalle tensioni del confronto Usa-Urss, oggi lo scenario politico-economico è del tutto diverso. Affanni e quattrini dei governi si rivolgono a problemi contingenti: ma ecco che dove non arriva il “pubblico” può arrivare il “privato”. E seppure timidamente, qualcuno muove i primi passi in un settore dell’economia ancora tutto da scoprire… ma frequentabile solo da imprenditori e clienti miliardari. Da qualche tempo, infatti, si parla di “turismo spaziale”: viaggi a scopo di intrattenimento attorno alla Terra in aerei particolari, ad altitudini che consentono a bordo una “assenza di gravità”, di “caduta libera”, e così via. Ed è recente la notizia riguardante Elon Musk, titolare della SpaceX. Si tratta d’una società californiana di tecnologie spaziali che vanta il primato d’essere finora l’unica compagnia privata che ha inviato in orbita terrestre una propria navicella spaziale, la Dragon. Poche settimane fa la Dragon (senza equipaggio), ha compiuto il suo secondo volo di prova e “visitato” la Stazione Spaziale Internazionale.

In un’intervista del 7 aprile scorso a “Nature”,  Musk sostiene fermamente che sia necessario, per l’intera umanità, di mettere piede su Marte. Musk ritiene che grazie ad alcuni progetti per ottenere risparmi sulle spese spaziali rendendo i viaggi più economici, si potrebbe arrivare su Marte. O visitare Venere, Mercurio, o la Fascia degli Asteroidi. Questi progetti – sostiene l’imprenditore – risponderebbero anche a una precauzione finora sottovaluta: creare una sponda di salvataggio per l’umanità nel caso di grandi catastrofi. “È certamente possibile”  dichiara Musk “che in futuro si verifichino terribili calamità, come constatiamo dai numerosi grandi eventi di estinzione testimoniati dai fossili (…) Dobbiamo poter proteggerci dalla possibilità d’una Armageddon naturale, o provocata dall’uomo. (…) Penso sia necessario un intervento per rendere multi-planetaria la vita”. E alla domanda se fosse disponibile a salire a bordo e volare oltre l’orbita terrestre: “Sì, un giorno mi piacerebbe andare su Marte”. 

Resta una vecchia domanda. Le missioni Apollo costarono 25 miliardi di dollari e oggi sono solo un ricordo: val la pena investire altri miliardi in un sogno, mentre il degrado ambientale sorpassa il punto di non ritorno e buona parte dell’umanità soffre di fame e malattie? Val la pena investire denaro (pubblico o privato che sia) in iniziative del genere? La “conquista” della Luna ha avuto ricadute positive notevolissime, tali da permettere un recupero economico calcolato in tre volte la spesa complessiva. Tra le principali innovazioni derivate dall’incredibile fermento tecnologico per le missioni Apollo troviamo anzitutto i circuiti elettronici miniaturizzati, senza i quali non avremmo avuto la rivoluzione portata da computer e cellulari. E molte altre cose: circa 30 mila. Fra cui gli orologi al quarzo; il goretex delle tute astronautiche, oggi utilizzato per le giacche a vento; il veltro (che sostituisce bottoni e chiusure lampo); il teflon delle pentole antiaderenti, le celle a combustibile, arti artificiali in materiali compatibili con i tessuti biologici; gli spettrometri di massa utili alla chirurgia. Per non parlare delle sonde spaziali e dei potenti telescopi in orbita, che quasi giornalmente ci regalano dati preziosi. 

Cosa potrebbe darci, in particolare, la “conquista” di Marte? Difficile rispondere. Forse la scoperta di altre forme di vita. E sarebbe già una rivoluzione culturale. Una più approfondita conoscenza del Sistema solare e dell’universo, quindi anche di noi stessi. Sei mesi di viaggio in un’astronave per giungere a destino, altri mesi di solitudine su un pianeta ostile dove un minimo errore può costare la vita, poi ancora sei mesi per tornare a casa: un’esperienza unica per l’Homo sapiens. Kostantin Ziolkovskij, pioniere russo dell’astronautica agli albori del ’900, ha scritto: “La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere sempre in una culla”.

Qual è il vero Marte?

Nella fantascienza dei viaggi spaziali Marte è da sempre il pianeta da esplorare più gettonato in assoluto. Impossibile elencare le infinite storie che lo raccontano, lo inventano, e – diciamo pure – lo “amano” . Si può amare un mondo? Certo. Nell’immaginario fanta/scientifico Marte – il corpo celeste più simile alla Terra tra i pianeti del Sistema solare – è un luogo “fratello”, una Terra trasfigurata - non vicinissima a noi come la sterile Luna ma neanche lontanissima come le irraggiungibili stelle - dove può essere accaduto (anzi è accaduto) di tutto. Marziani che ci muovono guerra ma vengono sterminati dal bacillo del raffreddore (La guerra dei mondi di H.G. Wells, 1898). Un luogo deserto, morto, da colonizzare a costo di sforzi e fatiche spaventosi ma necessari alla sopravvivenza umana (I pionieri di Marte di E.C. Tubb, 1957). Il posto desolato dove di notte alcuni esploratori terrestri rivivono sogni rutilanti, misteri, ed eventi di un civilissimo popolo nostro simile, vissuto milioni di anni fa e poi estinto (Cronache marziane di Ray Bradbury, 1950). Nel 1912 Edgar Rice Burroughs (il creatore di Tarzan) scrisse il romanzo La principessa di Marte, protagonista il terrestre John Carter. Una storia avventurosa di sfrenata fantasia  che ebbe un successo tale da richiedere la prosecuzione in altri dieci romanzi, fino al 1943, e ora è nelle sale il colossal disneyano “John Carter”, ispirato al ciclo. L’“Urania” in edicola nello scorso aprile era il romanzo di Ian Watson “Gli dei invisibili di Marte”. La storia continua…