Rolling Stones, Led Zeppelin, Black Sabbath, Alice Cooper, Jimi Hendrix… e tanti altri. Ricordate quando, negli anni ’70, il “rock” fu accusato di essere “musica del diavolo”?

A riguardo ci furono anche pesanti intromissioni della Chiesa. In realtà c’erano band e rocker specializzati in musiche spesso martellanti, qualche volta con dissonanze (termine che indica suoni che appaiono come stonature), che peraltro spesso raggiungevano successi notevoli. “Scomunicare” l’intero genere musicale?

Ma non c’è pace per il rock . È trascorso un quarantennio, e in questi giorni uno studio condotto da ricercatori della prestigiosa Duke University (Usa), in un articolo a firma di Daniel Bowling  su “The Acousthical Society of America”, dimostrerebbe scientificamente che il rock, con certe sue acerbe sonorità, eccita l’essere umano “tirando fuori l’animale che c’è in noi”.

Stando ai risultati di questa ricerca, alcune dissonanze presenterebbero infatti caratteristiche sonore comuni alle vocalizzazioni di animali in difficoltà o in pericolo, che richiamano l’attenzione ed evocano sensazioni di allerta. Si ipotizza dunque che i compositori usino inconsapevolmente la nostra predisposizione evolutiva a entrare in allarme se ascoltiamo determinati suoni.

In realtà è noto da millenni che la musica, nelle sue numerose sfaccettature, può provocare intense  reazioni emotive di vario genere, dissonante o meno che sia. Il canto gregoriano tendeva, forse istintivamente, a diffondere una coinvolgente aura di misticismo. Analoga osservazione vale per le composizioni sacre dal ’700 in poi, seppure tramite un genere musicale “chiesastico” diverso dal gregoriano. Chiunque ascolti lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi o il breve Ave Verum di Mozart non può, specie in alcuni passaggi, non sentirsi trasportato in universi contemplativi di una soavità quasi ipnotica. In tempi molto più vicini, e in tutt’altro ambito, ricordiamo la musica New Age, e poi quella “ambient”, caratterizzate dalla assenza di ritmo e da un tono meditativo, lineare e ciclico dei brani per ottenere un ascolto del tutto rilassato emotivamente (Brian Eno, Ludovico Einaudi, e altri).

Per questa connaturata facoltà di influire sul nostro sentire, spesso la musica è stata mescolata alla magia. D’altronde le parole “canto”, “incantare”, “incantesimo”, hanno la stessa radice. Il che ci rimanda ai riti religiosi, o di guerra, o festivi, commemorativi, funebri etc., accompagnati da melodie e ritmi ossessivi, in grado di provocare una trance in cantanti e danzatori, talora ritenuti posseduti dal diavolo o da forze soprannaturali. In merito c’è tuttora, in Puglia, il notevole esempio di artisti che conservano la tradizione del tarantismo e/o della pizzica. Volendo richiamare la musica “colta”, va citato il Bolero di Maurice Ravel, brano celeberrimo in cui musica e danza raggiungono un apice frenetico. Ma soprattutto il “gigantesco” Richard Wagner, autentico rivoluzionario del tardo romanticismo musicale europeo.  

Restando nella musica di consumo non possiamo sottacere quella “psichedelica” – detta anche acid music – che bene ricorderà chi ha vissuto l’epoca degli hippies e i “figli dei fiori”: uno stile di musica ispirato alla liberazione dell’io, alla “espansione della coscienza” (come si diceva), magari tramite droghe quali il famigerato acido lisergico (Lsd). Importanti gruppi rock psichedelici furono i Jefferson Airplane e Grateful Dead, i Doors e i Mothers of Invention. In parte, anche i Pink Floyd, Beatles, The Jimi Hendrix Experience.

Dunque, dopo secoli di accurata estromissione dai pentagrammi, nel ’900 la dissonanza si è inattesamente assestata in più d’un genere musicale: dalla canzone popolare alla musica orchestrale e strumentale (anche “colta”), alle colonne sonore dei film. Ebbe inizio dalla seconda metà dell’Ottocento, spesso per reazione a un certo mutare dei tempi. Avanguardisti della dissonanza e della “atonalità” furono poi i compositori del movimento futurista, che riabilitarono il concetto di “rumore” quale elemento naturale della vita quotidiana per inserirlo a tutto titolo nella musica, grazie a strumenti di nuova invenzione. Il futurista Luigi Russolo nei primi anni del ’900 creò l’“intonarumori”, apparato meccanico capace di sviluppare suoni disarmonici e “avanguardistici”, con il quale eseguiva sue composizioni. Il fisico sovietico Lev Sergeevich Termen, più noto come Leon Theremin, nel 1919 presentò quello che oggi è ritenuto il primo strumento musicale elettronico: il “theremin”, per l’appunto. Constava di due antenne collegate con elettrofoni a oscillatori e si suonava “senza toccarlo”: bastava avvicinare le mani alle antenne per provocare suoni regolabili, sia nel tono sia  nell’altezzza e nel volume.

Ma i primi anni del ’900 segnano uno spartiacque definitivo anche per la musica colta. Compositori e teorici come Messiaen, Boulez, Stravinskij, Scriabin, Prokofiev, Shostakovich, riscrivono le regole della musica accettando sempre più la dissonanza, fino al traguardo estremo della “dodecafonia” di Arnold Schönberg. Questo “metodo di composizione con le dodici note” prevede norme creative rivoluzionarie, con le quali la “vecchia” tonalità scompare del tutto, insieme alla vecchia “melodia”, e il “tema” musicale assume tutt’altro significato e forma. La dodecafonia non ha mai avuto grande successo, anzi è stata spesso bersaglio di feroci o irridenti giudizi, eppure la sua musica pone un enorme problema tuttora irrisolto: cioè se l’abitudine alla “melodia” sia un elemento innato nell’uomo, o sia il frutto di una cultura che non abbia saputo vedere o ascoltare al di là della musica melodica, ignorando tutto il resto. D’altronde i compositori dodecafonici e il loro pubblico non sono certo masochisti, se sanno comprendere quelle musiche, o quanto meno ne gradiscono l’ascolto.

Ma la storia della dissonanza va oltre Schönberg. Gli anni ’50 furono una fucina di avanguardie musicali, anche in Italia. L’epoca del boom economico trovava corrispondenza in un ambiente artistico ricchissimo di spirito innovativo - oggi purtroppo totalmente scomparso - e anche fortemente critico: nel caso della musica – come scriveva Gillo Dorfles – contro  una “quotidiana assunzione involontaria di musica spesso mediocre” capace di “condizionare irrimediabilmente”, se non di abbrutire, i gusti dell’ascoltatore medio, senza che questi intervenga consapevolmente. E quindi nascevano la musica concreta, cioè integrata con rumori e dissonanze d’ogni genere; il puntillismo, che estremizzava aspetti della dodecafonia estendendone alcune regole anche a ritmi, durata e timbro delle note musicali; la musica aleatoria - fase estrema della creatività musicale - in cui l’esecutore diveniva anche autore e improvvisatore, partendo da un canovaccio e affidandosi molto al caso; e infine la “musica elettronica”. Quest’ultima era la registrazione di sonorità d’ogni genere (irriproducibili da un’orchestra classica) ottenute tramite l’uso di oscillatori. In questi variegati ambiti ricordiamo alcuni compositori di fama mondiale (l’Italia vantava numerosi nomi): Luciano Berio, Bruno Maderna, Edgar Varèse, Giacomo Manzoni, Luigi Nono.

In definitiva la dissonanza ha avuto – ha tuttora – un ruolo importante nella storia della musica occidentale, anche se resta un universo ancora da esplorare. Glenn Gould, il grandissimo pianista canadese morto nel 1982, sosteneva che l’atonalità e la dissonanza stessero dando già un innegabile contenuto alla vita contemporanea: “Penso alle colonne sonore dei film dell’orrore o alle avventure spaziali: si rimarrà stupiti constatando fino a che punto questi media abbiano assorbito i linguaggi dell’atonalità”. E sottolineava: “Se questi sottofondi musicali ci raggiungono per via subliminale, le formule del lessico dissonante ci sembrano perfettamente adeguate e comprensibili”. Insomma la dissonanza ci sta lentamente conquistando. Siamo tutti animali?

Musica, dissonanze e narrativa fantastico-fantascientifica

Narrativa fantastica e fantascientifica navigano da sempre – si direbbe – in “perfetta armonia” con la musica… dissonante. 

Nel  racconto di Howard Ph. Lovecraft La musica di Erich Zann, Erich è costretto a suonare ogni notte per ore con la sua viola a tutto volume le musiche più sconvolgenti, stridule e “dannate” che si possano concepire. È l’unico modo per contrastare le forze maligne che lo assediano in casa rischiando di distruggerlo.

La casa della musica vivente, di Edmond Hamilton, racconta come il folle scienziato Harrimann costruisca una macchina che trasforma qualunque oggetto in musica, creando suoni che hanno un “significato univoco”: Cos’è la materia, si chiede Harrimann, “se non una vibrazione di atomi, cosa il suono se non una vibrazione dell’aria? Io costruirò una macchina per trasferire una vibrazione all’altra”. In questo modo Harrimann il folle introdurrà nella sua Macchina della Musica Vivente l’adorata figlia Lina, che sparirà dissolvendosi, immortalata in una melodia “fresca, gioiosa, chiara, semplice”, che a chiunque l’ascolti, evocherà sempre e unicamente la sua deliziosa immagine.

Atomtod (“Morte atomica”) è un’opera lirica di Giacomo Manzoni (1965). Di fronte al pericolo d’una guerra atomica globale, si scatenano l’egoismo e la sopraffazione delle classi dominanti per l’accaparramento delle “sfere-rifugio”, sorta di bunker anti-radiazioni. L’opera si avvale di un aspro linguaggio musicale d’avanguardia, perfettamente idoneo al tema e  alle sue atmosfere.

[Per chi sia interessato ai rapporti tra musica e narrativa fantastica e/o fantascientifica, segnalo un mio lungo articolo - un'ottantina di pagine - intitolato Musiche da tutti gli universi, apparso nel volume "Mi sono perso col cosmo tra le mani", Delosbooks, 2008. Credo sia, a tutt'oggi, la più estesa panoramica sull'argomento. Nel mio testo, molte, inevitabilmente, sono le assenze, ma ormai il tema è divenuto talmente ramificato e ricco di nomi, titoli, riferimenti, da risultare inesauribile. Pertanto l'articolo-saggio che vi segnalo vuol essere, dichiaratamente, solo un primo approccio,  mostrando come la musica nella sf, e la sf nella musica, insomma la "fantamusica" sia un filone, uno sterminato filone tuttora da sviscerare.]   

[Questo articolo, qui revisionato e leggermente ampliato, è apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di lunedì 2 luglio 2012 con il titolo Le note svegliano l'animale in noi].

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