Musicisti, compositori, cantautori: all’erta! La tecnologia minaccia di rubarvi il mestiere. E addirittura l’ispirazione. È nato il Dubbed Sound Machines 2.0

Si tratta di un particolarissimo quintetto d’archi – due violini, viola, violoncello, contrabbasso – costituito da cinque apparati robotici (non antropomorfi) realizzati dalla Festo, azienda tedesca. Scopo dell’ensemble: creare brani musicali ed eseguirli. Tramite meccanismi, ai robot giunge uno spunto musicale improvvisato. Muovendo da questo, un software con algoritmi e regole compositive genera e sviluppa un  brano originale. La notizia è in rete al sito Singularity Hub , dove troviamo anche un video (v. immagine sopra) in cui i “musicisti” giungono a proporci un saggio sonoro che dura un paio di minuti, decisamente accettabile, di stampo vagamente vivaldiano. E soprattutto indistinguibile da musica composta da esseri umani. Se il tutto è davvero come si presenta, le implicazioni di questa invenzione appaiono notevolissime, nel bene e nel male. La dilagante tecnologizzazione delle nostre vite permea ora anche le zone creative del pensiero umano. E’ come inventare una macchina alla quale sia possibile proporre un’idea, una trama, e ricavarne subito un leggibilissimo racconto.

Va peraltro ricordato che il risultato della Festo e del suo robo-quintetto è l’esito di una ricerca, sia pure un po’ defilata, che dura da secoli. Da sempre l’uomo tenta di inventarsi modalità di ispirazione musicale attraverso meccanismi esterni al suo pensiero. Nell’antica Grecia ci si rivolgeva alle Muse. Si narra che al grandissimo Gioacchino Rossini un musicista chiedesse come comporre, in un momento di vuoto creativo. Dal quel buontempone che era , il Maestro rispose: “Si usano queste cinque note: la-si-fa-fa-re”. Una boutade che sottintendeva una verità. Ma “chi”, o meglio “cosa” potrebbe comporre musica per noi?

Se la “macchina” interviene nel processo creativo musicale, va detto che la musica non è che una serie di relazioni fra numeri, riferiti alle leggi fisiche del suono. Pitagora, per primo, scoprì che l’altezza di una nota è proporzionale alla lunghezza della corda che la produce, e che gli intervalli fra le frequenze sonore sono semplici rapporti numerici. L’attuale “scala” delle sette note occidentale, che distingue la nostra musica da quella di altre popolazioni, è il risultato finale di accese controversie matematico-musicali maturate dal Medioevo fino al ’700 e alla dibattuta adozione del cosiddetto “temperamento equabile”. E proprio grazie alla nostra “scala temperata” (equabilmente) venne a mente, a Johann Sebastian Bach, di esaltarne le potenzialità e compose uno dei suoi capolavori, i 24 Preludi e fughe note come “Il clavicembalo ben temperato”. D’altronde esiste un moto che dice: “La musica è matematica”. 

Nel lontano 1660 il padre gesuita Athanasius Kircher ideò l’Arca musarithmica, un dispositivo meccanico per comporre, combinando liberamente paletti in legno recanti istruzioni. Si è scoperto che perfino Mozart, in certi suoi momenti di urgente necessità economica, scriveva musica di consumo aiutandosi con… i dadi (comunque restava sempre musica di Mozart!). Dalla fine degli anni ’30 lo statunitense John Cage,  Maestro assoluto della sperimentazione musicale, si rivolgeva (fra l’altro) all’I Ching, l’antico oracolo cinese. E da mezzo secolo datano tentativi di produrre musica  tramite computer, ma con esiti  scarsamente positivi… fino ad oggi.

L’argomento ha avuto sviluppi e varianti. Nel 1950 l’ingegnere Nicholas Schöffer collocò in un parco di Parigi una struttura in acciaio alta 50 metri che  “cantava” giorno e notte, diffondendo un cangiante scenario acustico. Il passaggio di un aereo, d’una nuvola, il sopraggiungere di una persona o del buio: grazie a un macchinario e sensori all’interno della statua, tutto si trasformava in impulsi elettrici e da lì in suoni. La “Sinfonia n. 6” di Heitor Villa-Lobos, massimo compositore brasiliano e sudamericano del ’900, ha per titolo: “Sul profilo dei monti del Brasile”. La sua linea melodica è elaborata da un grafico di catene montuose locali, tramite un processo inventato dall’autore. Più d’una volta abbiamo appreso dalla stampa che il compositore X, a corto di idee, per la sua bellissima melodia si era ispirato a una posizione di uccelli immobili su un fascio di fili elettrici: insomma una scena che richiamava note su un pentagramma. Magari questa sarà una favola metropolitana, ma a sua volta testimonia la presenza del problema. Nel 1955, cinque anni dopo la parigina “statua canora” di Schöffer, a Vienna fu costruito un “apparecchio di variazione”: e siamo al vero e proprio salto qualitativo, quanto ad aiuto per il “comporre”. L’apparato era un “cervello elettronico” (a quei tempi non esisteva il termine “computer”) capace di completare con armonie e melodie una struttura di base, eseguendone anche tutte le possibili varianti. L’anno successivo, 1956, nacque il Datatron: macchinario la cui memoria conteneva semplici regole di composizione musicale nonché un programma per evitare melodie “non buone”. Costruito dai matematici statunitensi Martin L. Klein e Douglas Bolitho, il Datatron, a detta degli inventori, “al primo tentativo annotò circa 4000 melodie qualitativamente indistinguibili dalle solite canzonette americane”.  Questo risultato peraltro sollevò un problema inedito: la Biblioteca del Congresso, alla quale negli Stati Uniti spetta la difesa del diritto d’autore, si rifiutò di rilasciare il copyright a queste composizioni meccaniche. Di conseguenza esse non risultavano commerciabili, mentre restavano impunemente copiabili: perché quelle facili melodie non erano, per la legge, “opera d’arte musicale”.

Dal Datatron è trascorso più di mezzo secolo, e oggi una normale tastiera digitale a cinque ottave si può acquistare a partire da 200 euro. La tastiera possiede una serie di funzioni impensabili fino a non molti anni fa. Si può suonare con la “voce” del pianoforte, ma anche del violino, della chitarra, del clavicembalo, la celesta, l’organo… dozzine di strumenti, fino anche a quelli esotici (sitar, etc.) e a effetti speciali. Gli accompagnamenti ritmici automatici sono numerosissimi. E poi aiuti per la scelta degli accordi. L’esecutore può registrare le propria performance, trasferire il tutto su un computer. E tante altre belle cose che facilitano enormemente il “fare musica”, riducendo spesso il “suonare” alla gestione di pochi tasti, ottenendo effetti orchestrali. Il che, sia chiaro, ha una sua praticità e bellezza. E magari presto le tastiere ci sforneranno temi musicali. Resta da vedere se ci saranno anche “belle” melodie. Personalmente mi auguro che ci voglia ancora molto, molto, molto tempo… 

Musica e fantascienza

Musica e fantascienza è un binomio che sembrerebbe strano. Invece funziona ottimamente. Anche la musica ha i suoi misteri: “cantare” ha la stessa radice di “incantesimo”. È anch’essa un linguaggio, ma “asemantico”: ci parla di qualcosa, sebbene non sapremmo definire con precisione “cosa”. È l’unica arte che non si può vedere, tastare: esiste solo come momentanea sequenza di suoni. La musica ha una sua essenza concreta ma enigmatica, che ha sempre originato leggende, influendo su filosofia e religioni. Basti pensare al violinista ottocentesco Paganini, che per la sua eccezionale bravura si diceva avesse stretto un patto con il Diavolo. O alla Musica delle Sfere, concetto di Pitagora che interpretava l’universo come un insieme di proporzioni numeriche; i movimenti dei corpi celesti produrrebbero una musica particolare, costituita da concetti armonico-matematici che creerebbero un’armonia, e la qualità della vita sulla Terra sarebbe influenzata da questi suoni, peraltro da noi non percepibili.

Le storie fantastiche, ma anche fantascientifiche, imperniate sulla musica sono moltissime. Nel suo romanzo Lontano dal pianeta silenzioso (1938), Clide Staple Lewis, rinomato docente universitario inglese, si ispirava alla “musica delle Sfere” di Pitagora. Il “pianeta silenzioso” - si scopre - è la Terra: mentre ad altri mondi abitati sono connaturate delle armonie, per cui l’intero Cosmo è un concerto di voci, il nostro invece si sarebbe “spento” per il prevalere del Male. Il racconto Ritmo assoluto (1957) di Arthur C. Clarke, ci descrive uno scienziato, Gilbert Lister, che cerca di indagare come mai alcuni motivi musicali, anche mediocri esteticamente, riescano a inchiodarsi nella mente perseguitandoci per ore o giorni. Lister scoprirà che tutti i motivi esistenti sono una rozza approssimazione di un unico ritmo fondamentale: il Ritmo Assoluto.  Ma chi individua il Ritmo impazzirà. In Gianni (1982) di Robert Silverberg, si riesce a far rivivere, riesumandone le ceneri, Giovanbattista Pergolesi, grandissimo compositore settecentesco morto di tisi a soli 26 anni. Nel racconto In concerto (1992), Michael Swanwick narrava cosa sarebbe accaduto se Lenin avesse potuto esaltare le masse al suono del rock. In I suoni del silenzio (2000), il sottoscritto immagina un universo parallelo in cui i nostri “suoni” sono creature vive, incatenate dalle inflessibili leggi matematiche che le regolano nel nostro universo: chi riuscirà a liberarle?

Fin qui, la musica nella narrativa di fantascienza. Ma naturalmente esiste anche una fantascienza nella musica. E, non si crederebbe, è un campo sterminato. Colonne musicali di innumerevoli film, di sceneggiati radiofonici, televisivi, canzoni di complessi rock (il rock è stato sempre in forte sintonia con fantascienza e fantastico), musical, opere liriche… È del 2005 l’opera lirica 1984 – dal celebre romanzo di Orwell – con musiche del noto maestro Lorin Maazel. 

[Il presente articolo riprende e amplia leggermente l'articolo Robot, non sarà più la solita musica, pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di mercoledì 13 giugno 2012.]   

Piccola nota auto-pubblicitaria: Musiche da tutti gli universi  è un mio saggio sull’argomento qui trattato, di circa 80 pagine, pubblicato nel mio volume MI sono perso col cosmo tra le mani, ediz. Delosbooks, 2008.