In questi giorni è uscita su più d’un quotidiano la notizia (io l’ho trovata su “L’Unità” del 24 luglio e su “Il fatto quotidiano del 25 luglio”) d’una sorta di appello circa il “furto di informazione”, a danno dei cittadini, che si sta perpetrando dal governo, dalla stampa, dalla tv e da altri importanti organismi, circa le cause dell’attuale crisi e soprattutto circa le modalità di risanamento poste in atto. I promotori dell’appello-protesta sono nomi di tutto rispetto nei loro campi specifici: Giorgio Lunghini, economista presso l’Umiversità di Pavia; il giurista Guido Rossi; Luciano Gallino, rinomato sociologo torinese, e altri, le cui firme (oltre un migliaio) sono su ”Micromega”. Tutti costoro sottolineano come i predetti organismi abbiano finora presentato e attuato, per la crisi, una politica economica neolibeale “presentata come se fosse l’unica verità esistente”, privando inoltre i cittadini “delle idee e delle analisi necessarie per capire la crisi”.   

In definitiva, tutte le grandi testate giornalistiche e televisive raccontano la crisi allo stesso modo: “Si evita di dire, per esempio, che la crisi non è del debito pubblico ma delle banche. Per salvarle, nell’ottobre 2011 i governi europei avevano stanziato 4600 miliardi di euro: il Pil di Francia, Germania e Italia messi insieme”. E ancora: “In America c’è Paul Krugman che scrive queste cose sul New York Times“. E comunque non c’è nessuno che sbugiardi i sostenitori del ritornello che suona: “Siamo vissuti al di sopra dei nostri mezzi per una generazione”. Le misure di Monti provocheranno una recessione “terribile”, ma evitarle “a molti sembra anche peggio”. E “molti colleghi opinionisti, che in privato pensano si tratti di tagli inauditi e e pericolosi, quando scrivono si accodano agli altri perchè temono ancor di più la Borsa e le agenzie di rating”. (Ho ripreso dall’articolo apparso su “Il fatto quotidiano” del 25 luglio).  

E rammento il tono quasi sorridente con il quale nei mesi scorsi ci parlavano in tv i politici di maggioranza (”Siamo ottimisti!” - “Spendete! - “La crisi è finita” - “Le esportazioni sono in leggera crescita” - “Le famiglie hanno fatto fronte alla crisi” - “La disoccupazione è in leggera crescita rispetto al mese X dello scorso anno, ma… ” Eccetera. Certo è che la logica spicciola - basta guardarsi intorno e fare semplici raffronti - ha sempre urlato il contrario di tutto quanto i governi volessero darci a intendere. Ormai è un trucco che non regge più e solo i fedelissimi del Pdl riescono a sbracciarsi e prendere ancora il volo .

E in definitiva è ancora possibile far ripartire il Grande Apparato?

Non tutti ne sono pienamente convinti. Questa crisi è completamente differente da tutte le precedenti, nel senso che la cause sono da rintracciare in un fenomeno emerso solo negli ultimissimi anni, che non accenna a concludersi e che - peggio ancora - i governi si dimostrano assolutamente incapaci di dominare. Perché, loro malgrado o meno, ne sono totalmente coinvolti. Mi riferisco alla irruzione violenta e crescente del capitale nelle operazioni finanziarie. L’economia si sta trasformando in un casinò planetario. E le briglie del carro sono in mano a poche grandi banche mondiali.

Perché questo? Causa primaria della crisi è stata l’eccessiva, incauta concessione di mutui per la casa negli Usa anche a famiglie che non erano in grado di far fronte a debito. Ciò detto, “giocare” in Borsa con titoli che dovrebbero rappresentare denaro (per chi lo può e lo sa fare, cioé per coloro che hanno già in mano carte vincenti) rende molto di più, e molto in più breve tempo, di quanto possa rendere il prestare denaro ad aziende o concedere mutui bancari. Come dire: se queste ultime operazioni erano una volta la ragione dell’esistenza delle banche, oggi sono divenute opzioni accessorie, secondarie, e si tende soprattutto al realizzo di “tutto e subito”, investendo capitali in Borsa e sottraendo così l’ossigeno per la ripresa economica (il denaro) ad aziende e privati, che ne dovrebbero essere - e ne sono sempre stati - i veri destinatari. Consegue che le aziende languono, ai privati mancano i quattrini e s’indebitano fino al collo, la moneta non circola, i consumi restano al palo e il tutto va in malora. Tranne per “alcuni”.

Naturalmente la faccenda è molto più complessa di come ho cercato io di riassumerla (non ho detto dei micidiali titoli “derivati”, tuttora in circolazione in cifre indeterminate, e del crollo di istituti finanziari che hanno sottratto miliardi soprattutto ai piccoli investitori), ma la sostanza è questa.

Si è giunti al punto (tanto per fare un solo esempio) che è divenuto merce su cui “scommettere” in Borsa anche il grano. Cioé una merce basilare al sostegno dell’economia. E in effetti, grazie ai giochini sul grano, il suo prezzo d’acquisto sta salendo alle stelle. Come per il petrolio. Con gravissime ripercussioni su tutti i Paesi e in particolare quelli poveri, dove un aumento anche minimo dei costi significa gente in più che letteralmente muore di fame. Ci si mettono anche i magnati di alcune fonti rinnovabili, che hanno scoperto un’altro settore per i loro ”investimenti”: coltivazioni di arbusti e graminacee (che rientrano nella definizione di “biomasse”) per enormi estensioni, non allo scopo di produrre cibo ma per trarne combustibili, attraverso particolari trattamenti. E se questa attività rende di più - come pare sia - del coltivare arance, o grano per trarne pasta e pane, la produzione di questi alimenti cala, provocando ulteriori rialzi dei prezzi (anche questo è uno dei tantissimi esempi).

Perché la parola d’ordine del nuovo capitalismo è: massimizzare il valore estraibile, dagli ecosistemi come dagli essere umani. Nota: non quindi il valore della “produzione”, ma di tutto quanto è possibile “estrarre”: cioé, praticamente “distruggere”: estrarre il marmo da una cava significa lasciare un buco nero. Intanto metti in tasca, e passi a qualche altro comparto con valore a sua volta “estraibile”. Indipendentemente da cosa, o da chi, e come, questo valore debba essere estratto. Terreni, acque potabili, risorse marine, capacità lavorative degli esseri umani, mondo animale, vegetale. Insomma il futuro nostro e del pianeta è già in mano a un gruppo ristretto, privilegiato e defilato, che ha deciso di spremere il limone fino in fondo fregandosene allegramente del resto. Infatti non si capisce bene dove poi vada a finire il “limone”, e - al limite - lo stesso “gruppo privilegiato”. Ma tant’è.

Questo modo di usare il capitale è stato definito “finanzcapitalismo” da Luciano Gallino Già citato in apertuta di questo articolo), uno dei massimi sociologi italiani, e viene illustrato nel suo recente volume intitolato appunto Finanzcapitalismo (Einaudi, pagg, 324, € 19,00). Un testo ricchissimo di dati, chiaro e lineare nell’esposizione, leggibile come un (inquietante) romanzo e - pregio notevole - comprensibilissimo, nonostante tratti materie dal linguaggio divenuto astruso.

“Come macchina sociale, il finanzcapitalismo ha superato le precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, a motivo della sua estensione planetaria e della capillare penetrazione in tutti gli strati della società, della natura e della persona, così da abbracciare ogni aspetto dell’esistenza, dalla nascita alla morte o all’estinzione. Il denaro impiegato, viene fatto circolare sui mercati allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro, in un crescendo patologico che ci appare sempre più fuor di controllo (…) La grave crisi economica che stiamo vivendo è la crisi di questa civiltà-mondo, dominata dal sistema finanziario”. [Citazione dal risvolto di copertina del volume].

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