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Dopo vicissitudini per problemi di salute, la notte tra il 29 e il 30 u.s. è deceduto all’età di 74 anni Oronzo Valentini, padre di un’amica di Elisa e mia, Tinta Scrittrice. Il giorno prima Tinta aveva pubblicato su Facebook un suo breve racconto che ora, con l’assenso dell’autrice, voglio proporvi sul mio blog. Ciao Tinta, ti vogliamo bene.

L’ASTRONAUTA VERDE

La prima cosa che ti colpisce è l’odore.
L’odore del disinfettante, forte, pungente, che entra nelle narici sino a bruciarle.
L’odore di quel pulito irreale, quasi fasullo, perchè nella vita reale il pulito non è mai assoluto, c’è sempre una traccia di sporco, un batuffolo di polvere, un sentore di sudore o altro che rende più umano il tutto.
Qui no, il pulito è irreale, asettico, quasi fantascientifico.

Sul flacone del disinfettante c’è il disegno di una fiamma, il che testimonia che si tratta di una sostanza altamente infiammabile, ma assolutamente essenziale in questo luogo.
“Come fate ad abituarvi a questo odore?” chiedo. “Ci si abitua a tutto, signora” risponde con un sorriso educato l’infermiere.
Infilo la mascherina per precauzione dopo aver indossato camice verde, calzari e cappellino: sembro un astronauta pronto a partire per una missione impossibile.
La mia missione impossibile ha luogo in uno spazio senza tempo delimitato da quattro mura in cui il bianco e il verde sono i colori prevalenti.
Il bianco delle lenzuola candide, il verde dei camici di medici ed infermieri.
La mia missione impossibile consiste nel sopravvivere senza cedimenti alla visione di quei corpi allineati, ordinati, monitorati in ogni funzione e pulsazione.

Entro in un altra dimensione quando varco la soglia di questa stanza in cui il silenzio è interrotto talvolta dalla musica di sottofondo, talvolta dal vociare degli addetti ai lavori, talvolta dai bip-bip di qualche macchinario.
“Huston, abbiamo un problema” verrebbe da dire. Ma non siamo su un astronave anche se lo scenario ha ben poco di terrestre.
Sono davanti a uomini e donne la cui vita è appesa a un filo, nel senso letterale del termine, così simili nelle loro sofferenze che quasi stento a riconoscerne il sesso e l’età, se non per un accenno di nudità che qui non ha nulla di osceno o lascivo, ma che è un’esigenza.
Alcuni dei pazienti sono svegli, altri addormentati o intorpiditi. Passo davanti a quelle che sembrano crisalidi in attesa di mutare la propria condizione, con discrezione.

Cerco di non guardare, non voglio violare la loro privacy, quel po’ di pudore che resta nei momenti di lucidità. Metà esseri umani, metà macchine, cyborg con una sola speranza, quella di uscire al più presto per tornare alla vita e riabbracciare quelli che li aspettano in quella stanza.”Sa già dove andare?” mi chiede l’infermiera.                                                                                                                                                   “Sì, grazie”.

Trattengo il fiato quando arrivo alla mia postazione, cerco di attingere a tutte le mie forze, spero di essere più asettica possibile, incontaminata anche io nella pelle e nelle emozioni. La mia missione impossibile è quella di non cedere. Lo ripeto più volte a me stessa nella speranza di risultare, di sembrare convincente.
Cerco di usare un tono falsamente allegro: “Papà?”. Gira lo sguardo lentamente verso di me e per un attimo non vedo fili, monitor, flebo e tutti quei marchingegni che dovrebbero aiutarlo a tornare a una vita normale; vedo solo mio padre, nonostante sia trasfigurato dalla sofferenza. Non vedo niente. Non voglio vedere niente.
Voglio aiutarlo a portare la sua croce e lo accarezzo, gli dico cose che forse non ho mai detto in una vita, canto, cerco di farlo ridere e mi accorgo che lo amo immensamente. E mi manca tutto ciò che abbiamo vissuto insieme.
Guardo l’orologio di sfuggita: una luce verde segna data e ora, ma in questa dimensione altra il tempo si ferma.
Il mio cuore è diviso a metà, una parte vuole restare, l’altra vuole scappare. Guardo i monitor che indicano i parametri vitali e spero che nessun sensore, nessun bip-bip segnali un’anomalia.
“Huston, abbiamo un problema”.  Le mie resistenze mentali stanno cedendo, la mia tuta da astronauta verde non riesce a proteggermi totalmente dalle emozioni e ho paura che lui possa percepire il timbro di voce leggermente strozzato che esce dalla mascherina.
Non c’è un’astronave qui fuori ad aspettarmi, non posso staccare tutti i fili e portarlo via con me anche se lui mi dice “Andiamo a casa”, non ho braccia forti per sostenerlo. Non so fare miracoli e mi maledico per la mia impotenza mentre sento che il mio cuore si spezza.

Il tempo a disposizione è scaduto. Educatamente gli infermieri comunicano che è ora di uscire.
Saluto mio padre con un bacio che si libra nell’aria e spero che lo scaldi e lo avvolga per un attimo. Che gli comunichi tutto il mio amore e la speranza. E vado via.

Mi strappo di dosso camice, calzari e tutto il resto. Solo l’odore rimane a testimonianza della mia missione impossibile.Lascio la porta con su scritto “Terapia intensiva” alle mie spalle e torno alla non-vita che mi aspetta lì fuori, in attesa di domani…                                                                                                    “Huston, abbiamo un problema…” e questo problema si chiama amore.

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