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Onestamente: non è proprio con entusiasmo che scrivo questo post. Da più amici o conoscenti mi è stato fatto notare un articolo di Gianfranco de Turris intitolato Fascisti e comunisti su Marte. Lotta continua nello spazio, apparso su “Il Giornale” del 13 maggio 2010 in una rubrica dal programmatico nome “La polemica”.

Gli strali di de Turris riguardano l’antologia di autori italiani Ambigue utopie. 19 racconti di fantaresistenza (Bietti 2010, pagg. 395, € 22,00) di recentissima uscita, curata da Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano, con una postfazione di Antonio Caronia. Del volume si è scritto anche in questo blog.

Vorrei precisare comunque che il mio intento invece non è affatto polemico. Anzitutto, una premessa personalissima. Sembra inverosimile dovermi reimmergere in un’atmosfera che ormai non ha più senso alcuno. Non ci sono più né Brigate Rosse né stragi dell’Italicus o di Bologna, sperando anche per il futuro. Non che le cose vadano politicamente bene, tutt’altro. L’atmosfera è completamente cambiata, destra e sinistra istituzionale fanno a gara a confondersi fra loro in una nauseante marmellata destrorsa che sa di muffa; “democrazia” - per quel poco che c’era - è un concetto in obsolescenza; mentre vanno molto di moda idee come “corruzione”, “conflitto d’interessi”, “mafia”, “grandi evasori”, “distruzione del mercato del lavoro”, “schiavizzazione”, “divario [ricchi/poveri]“, “grandi speculatori [di Borsa]“, “poteri alternativi occulti”: dico vanno di moda nel senso che se ne parla nei salotti molto più di prima e dovunque, anche nei programmi popolari tv, ma per carità, senza che ciò smuova di un dito i programmi delle alte sfere (se non per imbavagliare le notizie e per salvare i potenti). Orbene, posto che i tempi sono mutati, torno al dunque cercando di rispondere alle domande che mi sono state poste.

Scrive de Turris: “Caspita, c’è da inorgoglirsi venendo a sapere che una mia vecchia iniziativa (l’antologia Fantafascismo!, ed. Settimo Sigillo, 2000) ha così colpito nel segno con la sua provocarietà, che si è pensato di contrapporgliene un’altra: ci son voluti dieci anni. Meglio tardi che mai, si potrebbe ironizzare, dato che il risultato è scontato e ripetitivo (…) Assolutamente niente di nuovo sotto il sole rispetto alle tematiche ideologiche trasposte nella fantascienza di qualche decennio fa, puri e semplici cascami del Sessantotto…”

Ora - ripeto, senza intento polemico - vorrei dire che a de Turris sfugge (mi permetto di ricordarlo) che già nel 2003, cioè solo tre anni dopo Fantafascismo!, uscì una antologia di racconti italiani d’impronta dichiaratamente politica - Il futuro nel sangue. 19 apologhi sul Potere, R&D Edizioni - curata dal sottoscritto. Anche qui, un puro caso, erano diciannove gli autori: fra questi Valerio Evangelisti, Franco Ricciardiello, Alberto Cola, Claudio Asciuti, Giovanni Burgio, Luca Masali, Enzo Verrengia, Giulio Leoni, Francesco Grasso, Carlo Formenti, Domenico Gallo, Nicoletta Vallorani e altri, con il curatore medesimo. All’epoca de Turris non parlò di imitazione, sebbene sapesse dell’uscita del volume.

E di fatto imitazione non era, per il semplice motivo che io fantasticavo e sognavo la realizzazione di una raccolta quale Il futuro nel sangue da non so quanti anni. Ma poi, obiettivamente: anche se l’idea fosse stata da me ripresa attingendo ad altre iniziative, perché pensare a qualcosa che si “imita”? Se è vero che i libri molto spesso nascono da altri libri (come ha sostenuto giustamente Northrop Frye), se è vero che si scrivono migliaia di romanzi e racconti rielaborando in modo personale idee prese da altri testi, se è anche vero che le collane nascono per emulazione più che per imitazione, o più verosimilmente perché il mercato lo permette in quel momento, di che stiamo parlando?

D’altronde lo stesso de Turris scriveva, nell’introduzione al volume Fantafascismo! da lui curato, che uno spunto per storie di fantascienza dichiaratamente “fasciste” gli era maturato ripensando al mio racconto Il pianeta dell’entropia, perché l’avevo definito “di fantacomunismo” (in realtà nella storia il fantacomunismo c’era, ma il protagonista era sostenitore di un fanta-anarchismo). Ma non basta: nel 1999 - quindi un anno prima che de Turris pubblicasse Fantafascismo! - era uscita l’antologia La mano sinistra del potere (titolo eloquentissimo), a cura di Maurizia Rossella (ed. Calusca). Conteneva 13 racconti sul tema del “potere” scritti da: Evangelisti, Vallorani, Minicangeli, Ricciardiello, Rossella e altri nomi meno noti. In conclusione: chi copia da chi?

Che de Turris abbia preso spunto da un mio racconto, a me sembra assolutamente normale. Ha fatto bene de Turris a muoversi come gli pareva, non riscontro nulla di illegale o scorretto né eticamente inopportuno. Al limite fornire indirettamente idee ad altri può anche lusingarmi. Quanto all’antologia Ambigue utopie, essa quindi appare quel che è, un’iniziativa autonoma, interessante, e a mio parere benvenuta, perché rara a trovarsi in tempi della cosiddetta “caduta delle ideologie”, e pertanto - passo ad altro argomento - del tutto immersa nel presente.

Sentir parlare di “cascami del Sessantotto” mi lascia, in verità, del tutto indifferente. Ci saranno anche i cascami, ma sta di fatto che il Sessantotto - che non nacque dal nulla - ha cambiato, o contribuito a cambiare in meglio il mondo, checché ne scriva Marcello Veneziani. Certo, si può non essere d’accordo. Certo, si può dire che il Sessantotto ha fallito qua e ha fatto male là. Nessun movimento culturale o artistico o politico, per quanto possa imporsi, riesce mai a portare a termine le sue proposte, e nel modo che avrebbe voluto. Il Sessantotto - nessuno può negarlo - ha dato uno scossone alla rigidità e alle ingessature di una società bacchettona, ottocentesca, tradizionalista nel senso più deleterio, provinciale, ma soprattutto ipocrita e repressiva: repressiva nelle scuole, nei rapporti con gli altri, nel sesso, nel lavoro, nella religione, nella cultura, nella famiglia e nella visione generale del mondo. Una specie di caserma globale, una cappa di piombo che molti - io fra costoro - percepivano chiaramente e insopportabilmente.

Anche quanto al “nulla di nuovo” rispetto alle tematiche ideologiche del passato (alla base di Ambigue utopie), avrei pochissimo da dire. Purtroppo (purtroppo per chi non condivide) la sinistra - quella che non si vede, almeno nelle istituzioni - è rimasta fermamente ancorata a principi conquistati (sulla carta) da appena duecent’anni, con lacrime e sangue e che ritiene più che mai validi: libertà, eguaglianza, solidarietà. Saremo sempre dalla parte del più debole; stare altrove è molto più facile. E deleterio per gli altri. E’ chiaro, lineare, semplicissimo. Noialtri della sinistra più sincera siamo disgustati, per esempio, dall’atmosfera razzista che si sta riproponendo in Italia, come mai si sarebbe sospettato (non è vero che la Storia non si ripete, e la seconda volta è più una farsa, ma sempre drammatica); inorridiamo pensando al divario tra ricchi e poveri che aumenta nei Paesi cosiddetti ricchi (figuriamoci in quelli poveri); aborriamo lo sfruttamento e la distruzione delle cosiddette “risorse umane”, come di quelle della Natura. Insomma ci fanno proprio schifo - ce l’hanno sempre fatto, ma ora un bel po’ di più - il Sacro Capitalismo e il Dio Mercato, che negli ultimi anni stanno mostrando un’ulteriore sfaccettatura, ancora più feroce e deleteria (ma possono fare e certo faranno di peggio). Pensiamo che se il capitalismo ha fallito, per stessa ammissione di alcuni suoi celebri paladini (per esempio, costretti a cedere agli “aiuti di Stato”, e a speculatori di Borsa che tuttora continuano a giocare con miliardi di euro e di individui), forse non sarebbe male riprendere e rielaborare vecchie idee. Idee che a loro volta fallirono, deviarono, ma che magari meriterebbero una ulteriore prova e  opportunita’, alla luce dei nostri tempi, degli ultimi eventi e dei trascorsi errori.

Piuttosto, se si volesse parlare del “nulla di nuovo”, si potrebbe far riferimento proprio alla critica letteraria (anche fantascientifica) di destra, che a quanto pare resterà sempre ancorata a chiodi fissi collegati al Mito. Non è il caso di intavolare qui una discussione che probabilmente non sarei neanche in grado di portare a livelli davvero profondi. Ma se il Mito contiene e giustifica già tutto di per sé, per quanto si cerchi di sviscerarlo non potrà che dire e ridire le stesse cose. Non sto qui contestando il concetto di Mito, che in certo modo sembra connaturato all’Uomo; dico solo che la critica letteraria si nutre anche d’altro, se vuole entrare nei recessi delle nuove realtà individuali sociali e delle nuove tecnologie, e quindi di ciò che accade, insomma del divenire, per cogliere le atmosfere del momento e comprendere meglio quelle del passato o intuire quelle del futuro. D’altronde basta leggere pagine di Formenti, Pagetti, Caronia, Proietti, Francesco Berardi e altri, per rendersene conto. Il Mito, altrimenti osannato, diviene una vera e propria religione, quindi con i suoi presupposti e dogmi immutabili, fissi nei millenni, i suoi significati “universali” che escludono tutti gli altri.

“A differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio. E questo perché i miti sono idee semplici, e noi le abbiamo mitizzate perché sono comode: non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano togliendo ogni dubbio e critica alla nostra visione del mondo che, non più sollecitata dall’inquietudine delle domande, placa le nostre coscienze beate, le quali rinunciando al rischio dell’interrogazione confondono la sincerità dell’adesione con la profondità del sonno (…) Ma occorre risvegliarci dalla quiete che le idee mitizzate  assicurano, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono non dalle emozioni di cui si fa carico la psicoterapia, ma dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono di comprendere il mondo in cui viviamo, e soprattutto i suoi rapidi cambiamenti (…) Per recuperare la nostra presenza al mondo, una presenza attiva e partecipe, dobbiamo rivisitare i nostri miti, individuali e collettivi, sottoporli alla critica (…) La nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo, e non solo le ferite infantili ereditate dal passato che ancora ci trasciniamo”. (Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli 2009, pagg. 11-12).

Ho parlato ovviamente solo per me: non per “imporre” ma per “esporre” o “proporre”un diverso punto di vista. Credo che i curatori dell’antologia Ambigue utopie e vari lettori possano riconoscersi abbastanza in quanto ho scritto e ho riportato, e magari correggermi, o controbattere, o aggiungere dell’altro.

Nell’articolo cui ci riferiamo, Gianfranco de Turris si diffonde infine su vecchissime polemiche - non le conosce più nessuno tranne i “vecchi”, che le conoscono già benissimo - riguardanti la cura di volumi di fantascienza della antica (anni ‘70/80) gestione editoriale Fanucci. Ho parecchi di quei romanzi nella mia biblioteca. Ai curatori (con de Turris era Sebastiano Fusco) va certamente il merito d’aver pubblicato opere fondamentali dell’epoca (per citare solo due titoli, 334 di Thomas Disch e Jack Barron e l’eternità di Norman Spinrad). Ma si convinca de Turris una volta per tutte: era e resta decisamente “politico” scrivere prefazioni o saggi critici in cui ricorrano nomi di Evola, Guénon, Eliade e colleghi; era e resta squisitamente “politico”, perché sulla base delle idee di costoro - e di altri numi tutelari e ispiratori della destra e della politica di molta destra - erano imbevute le sue pagine. D’altronde non è un delitto: cosa si direbbe se io, per scrivere un “pezzo”, mi ispirassi alle idee di Gramsci o di Bakunin o Marx? Certamente mi verrebbe sottolineato - o forse addebitato - d’aver comunque espresso una visione politica del mio argomento (come inevitabilmente è accaduto).                                                                                                                                                        Eppure non sono stato mai iscritto ad alcun partito…

[PS - Su questo sito trovate una recensione critica dell'antologia e dei suoi racconti, a firma di Giuseppe Panella].

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