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Breve storia di fanta-amore. Felice colui al quale non dovesse mai accadere di invidiare – sia pure per pochi secondi – il destino finale del protagonista.

La notte era una losanga bianca psicotica in fondo a un corridoio nero, ma a tratti la notte diventava strabica e Vetto vedeva una losanga nera in un corridoio bianco, con al centro la falce di luna declinante alta sul suo letto spettrale. Vetto non sapeva se la notte sarebbe finita, o se avrebbe cambiato ancora colore, magari una notte senza tempo rossa di sangue. A un certo punto la losanga divenne una finestra alta, lui non poteva arrivarci neanche mettendo la sedia sul tavolino. Si alzò.
L’orologio segnava le nove e venti, un’ora buona per la sua ultima giornata. — Ciao, Signorina Deda — disse. Dette un’occhiata intorno, come un addio. Ma sapeva quanto fosse inutile: conosceva a menadito la celletta spoglia e il suo puzzo inestirpabile, e sapeva che la Signorina Deda era una specie di mostro capace di vederlo e sentirlo parlare respirare anche dall’altro capo del mondo…

 Avanti, indietro, sopra, sotto. I gesti rituali da fare senza pensarci, da non pensarci sperando di non doverli fare. Appena si vide vestito, Vetto andò al tavolino e sedette. Aline…
Sulla tovaglia a piccoli quadretti blu, in un angolo del ripiano vicino al muro, erano riuniti i pentolini lucidi e un bicchiere capovolto ancora sgocciolante. La colazione sarebbe arrivata presto. Aline. Ali… Dal cassettino estrasse un foglio gualcito e una vecchia matita. “Hai cancellato il cielo, Ali” scrisse. Aggiunse: “Tramonti decapitati”. Scarabocchiò tutto, non gli piaceva. “Controluce accecante / il campo di girasoli / una tovaglia solitaria / nell’osteria del porto / cella grigia dell’infinito / cella cellula cell…”
Drin!
— Vetto — disse la solita voce. Il piccolo schermo si era illuminato e lui chinò il capo, ostinato e indifferente. — Siamo alle solite, vero? — Pausa. — Com’è andata, stanotte. Dormito?
C’era la losanga, questo sapeva lui della notte. Del resto non gli importava. Durante quelle ore buie l’installazione medica fissa gli aveva fatto un paio di punture automatiche, ma non aveva voglia di dire alla Signorina Deda che era rimasto sveglio lo stesso perché aveva atteso la mattina dell’ultima giornata e comunque non poteva mai prescindere dagli occhi invisibili di Ali, pieni di purezza degli angeli. E non se la sentiva di fissare il viso spigoloso della Signorina nel riquadro pallido, per cui elusivamente prese il foglio appena scritto e glielo lacerò a pezzettini, e il foglio ricadde con uno sfarfallio sporco di tarme. Ripose la matita nel piccolo cassetto. Purezza degli angeli.
Splam! Si aprì il portello al muro, il nastro trasportatore sputò sulla tovaglia il vassoio con la colazione fumante. Non ci sono antibiotici o terapie di sostegno o tranquillanti, per la purezza. Basta un colpo di vento a distruggerla, una sterzata contromano. O la semplice forza di un pensiero negativo. Ciao, Ali.
— Stamattina — disse la Signorina — ci sarà una bell’ora di aria pura. È una splendida giornata, la primavera è arrivata, finalmente.
La porta metallica, bling!, si spalancò ed entrò subito l’aria bianca fresca d’erba. Vetto si alzò senza degnare d’attenzione il vassoio. Nel viso gonfio, gli occhi ebbero un lampo di trionfo verso il piccolo volto prigioniero nello schermo e verso la microcamera appesa a quel cielo asfittico. Infilò quasi di corsa l’uscita: un’ora di libertà.
Un’ora?

Fuori la luce accecante voleva vincere il tunnel nero di notte aderente dentro, ma non ci riusciva. A sinistra, cento metri, si profilava il lungo prospetto di marmi candidi palladiani e il colonnato semicircolare centrale con i portici ombreggiati; oltre c’era l’ala est distante nebbiosa dell’edificio. Prati, collinette, alberi e alberi. Aria. Non l’aria incenerita della signorina Deda. Camici bianchi lontani, come afidi sul prato. In un viale
adiacente, fra altri, vide Nesto e gli fece un cenno d’intesa sillabandogli: — Il Fos-sa-to! — esagerando le smorfie delle labbra per rendersi più visibile: però non fu certo che Nesto l’avesse notato, oggi mostrava un’andatura incerta con lo sguardo assorto e la Signorina Bux gli teneva stretta una mano. Vetto si sentì tremare con violenza perché il mondo, maledizione, sarebbe dovuto terminare all’improvviso proprio in quel momento e invece proseguiva crudele all’infinito come un dvd rotto. Sentì di avere la febbre, l’affanno, ma non volle fermarsi, represse il pianto e anche se il cielo diventò di colpo violetto egli accelerò, gradualmente per non dare nell’occhio. Peccato, avrebbe voluto dire a Nesto anche: — La Storia del Cavallo! — e certamente avrebbe capito, perché era stato lui a raccontargli in che modo era morto il Cavallo, anche se forse si trattava di una storia letta, non realmente accaduta.
Prati ondulati solitari, più nessuno in giro, piccoli massi bianchi e grigi di muschio, avvallamenti, alberi e tanto cielo. I viali con la ghiaia morivano ma i confini erano infiniti e c’era la prateria quasi per sempre, e quando le costruzioni furono piccole alle spalle gli spazi si spalancarono. A tratti irregolari dall’erba sorgevano elaborati obelischi e grandi lapidi con iscrizioni, colonne quadrate con busti mentre lontano in cielo sfrecciava qualche airbus con scie colorate. Muretti bianchi di pietra a secco, forre lontane, uccelli, il tragitto sembrava interminabile ma a un certo punto apparve nel verde lontano un’ombra scura fiancheggiata da alberi altissimi. Il Fossato.

Vetto rallentò, barcollò squassato da un batticuore così violento che dovette chinarsi. Ma avanzò e fu sull’orlo, sul baratro. Non guardò dentro, sapeva già cosa c’era laggiù. Nesto gliel’aveva raccontato. Lì sotto decenni prima erano state gettate centinaia di metri d’una matassa di filo spinato. Una volta un Cavallo in corsa c’era caduto dentro. Era sprofondato per metri, non era stato più possibile estrarlo. Per quasi una settimana (così raccontava la storia)  gli urli straziati del Cavallo giorno e notte si erano uditi da chilometri mentre le spine rugginose lo scuoiavano e squartavano sempre più intricate avvolgenti e intime e la bestia scivolava sanguinante ancora più giù… Anche Ali con i suoi occhi di purezza aveva pianto e urlato di dolore per settimane, in clinica, e questo a lui era parso una bestemmia, un turpiloquio infame di Dio stesso e non aveva potuto far altro che ascoltare impotente. Avanzò sull’estremo limite dell’orlo. I piedi sporgevano oltre il terreno friabile, si teneva ancorato solo per un tratto dei tacchi. Avanzò di altri millimetri. Bastava abbassare le serrande, sconfiggere il cuore impazzito, sputare sulla gioia e sul dolore, lasciarsi penetrare dal nulla.
Saltò.   
                               
Da: Centrale Telematica Sistemi di Sicurezza
A: Direzione e Personale di Sorveglianza
Tramite: Rete Interna e Allarmi
Inviato: Ore 10,51
Oggetto: PRECEDENZA ASSOLUTA
Si richiede l’urgente recupero del Paziente Vetto, Matricola E/212-j, da Zona Ovest Contrada Fossato. Paziente intercettato a ore 10,17 in movimento da Viale Speranza verso Ovest.
Microcamere subito attivate lungo il percorso. Poco più tardi il Paziente tenta il suicidio.
Scattato sistema Sicurezza di Zona. Il Paziente è giacente illeso ma in stato confusionale sul Campo di Forza autoespanso, sulla superficie del Fossato. Provvedere immediatamente al recupero.

ALLEGATO: Nota Tecnica da Centrale Diagnostico-Operativa
In considerazione degli insufficienti risultati finora conseguiti, si suggerisce terapia definitiva con farmaco DEF/schizo-99, parametrato “voci/immagini”.
- Vantaggi: il trattamento distoglie il Paziente da azioni autolesive (suicidi pazienti già trattati: -91,89%).
- Controindicazioni: il trattamento può accrescere e cronicizzare l’autismo del Paziente.
 
Adesso era più strano, perché c’era il tunnel nero ma era giorno e mancava del tutto il dolore atroce del Cavallo. C’era comunque un dolore così grande e profondo che, seppe Vetto, ora non sarebbe svanito mai più. Eppoi quelle ombre sfocate di camici bianchi che si muovevano intorno, o su di lui, e soprattutto la maledizione di vivere ancora. — Perché l’avete fatto, bastardi — cercò di urlare. Bastardi! Cominciò a piangere a dirotto.
Le ombre intorno vociavano, un chiacchiericcio petulante come ululati acuti di violini dissonanti e lo sballottavano qua e là. Pensò che perfino il ricordo di Ali ora sarebbe stato infangato. Non era stato all’altezza di lei. Bastardi. Perché invece Ali…
Improvvisamente la mente di Vetto esplose di luce. Restò immobile, accecato. Poi, in fondo a quella luce, vide…
— Ciao… — balbettò sbigottito. Ma in realtà non fiatò. Non poteva. Era senza parole. Ma lei lo udì egualmente. I suoi occhi purissimi lo udirono.
Le labbra sorrisero: — Sarò sempre con te, adesso. Sono tornata, Vetto mio.
Lui scoppiò a piangere d’una felicità impossibile e prese a tremare per il febbrone perché voleva dirle mille cose e aveva paura che lei sparisse da un momento all’altro uccidendolo per sempre ma non sapeva dire nulla, allora lei capì rispondendogli al volo: — D’ora in poi, ogni volta che mi chiamerai verrò da te.
Allora Vetto si alzò nella nebbia. Mano nella mano, lasciarono la stanza malata e furono sui prati della loro nuova primavera.
 
                                                                                                                                                           [Pubblicato per la prima volta nel settembre 1999 su “Villaggio Globale” n. 7, ed. Mario Adda editore, Bari. Racconto vincitore del Premio Italia 2007 per la categoria “Racconto apparso su pubblicazione non professionale” (rivista “Alpha Quadrant”)].

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