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Io il mio problema l’ho risolto. Basta con la vecchia vita sotto i ponti e sotto i porticati, negli androni, nei portoni, nelle grosse scatole di cartone, nei cubi di gesso contrabbandati dallo Stato come “edilizia d’emergenza”. Basta con i piani-casa sempre promessi ma mai attuati dai governi.

 

Con il denaro che sono riuscito ad accumulare in vent’anni di randagismo, io mi sono com­prato una casa tascabile.

 

Sono un uomo davvero fe­lice, adesso: ho un’abitazione tutta per me! A volte viene a trovarmi qualche vecchio amico e gliela faccio provare. Per fortuna oggi, nel 2014, il mercato delle case tascabili ha avuto una flessione.

 

 

Con duemilacin­quecento euro chiunque può comprarsi una tascabile decorosa. Ce ne sono anche da tremila, cinquemila, ventimila… Roba di lus­so, ma io mi accontento. E a che vale poi spendere tanto, per abitazioni di questo tipo. Vi descrivo la mia casa.

 

A riposo, si presenta co­me un parallelepipedo di plastica dura un po’ più grande di una borsa da viaggio. Pesa dician­nove chili ed è sistemabile su un carrello, insomma la trasporti come un trolley. Premi un pulsante e inco­mincia a gonfiarsi da sè: un microchip attiva un ap­parato rotante per cui la casa si espande aspirando aria, i sottili tubolari in fi­bra di carbonio si incastra­no da soli e la struttura è subito in piedi, alta giusto quanto me. Entro e richiu­do la porta con lo zip allar­mato.

 

La casa è di plastica translucida, per cui è molto lu­minosa all’interno, ma all’esterno non traspare nulla. Fori microscopici di aerazione provvedono al ricambio dell’aria. Le condutture d’acqua - tubi elastici garantiti vent’anni - si autosistemano nelle lo­ro sedi; si aprono il ripiano del tavolo, la sedia, l’armadiet­to, la brandina (tutti mobili re­trattili, in sottilissima pla­stica rigida), il piccolo la­vandino, il water pieghevo­le al quale applico il poz­zetto sanitario anti-esalazioni. La casa si può ancorare al suo­lo; la ricopertura esterna è un tes­suto sintetico a prova di traumi, strappi, incendi, coltellate. C’è anche un impianto d’allarme. Posso innestare sul “tetto” pannelli so­lari per l’energia. Io devo solo fornirmi di acqua e ci­bo, per il resto… Be’, sono l’uomo più libero che ci sia.

 

Posso trascinarmi la mia casa do­vunque. Vivere in un eremo o viaggiare per il vasto mondo. L’abitazione a misura del tuo corpo comunica desiderio d’avven­tura, cambiamento, diver­sità; gioca con la tua iden­tità, sollecita l’autonomia, il piacere di essere total­mente autosufficienti.

 

Ho letto che presto avremo case ultraleggere che si possono ripiega­re e mettere veramente in tasca. Intan­to io mi godo questo rifugio che ospita il mio corpo e i miei pensieri. Lati negativi?

 

Non saprei. A ben pensarci forse… Sì. Uno solo: se sto in piedi piazzandomi in un punto preciso, cioé mezzo passo a destra dopo l’entra­ta, a trenta centimetri dalla parete… a volte la mia casa, ecco, mi va un po’ strettina di spalle…

 

                                                                                                                                                           [Pubblicato su "La Gazzetta del Mezzogiorno", rubrica Accadde... domani, mercoledì 7 giugno 2006].

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