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Visto Baarìa. Il film si fa senz’altro seguire, nei suoi circa 130 minuti. Valida recitazione, anche se di attori sconosciuti (i protagonisti principali sono Margaret Made e Francesco Scianna, la maggior parte dei recitanti sono “attori di strada” e circa 35 mila sono state le comparse reclutate); riprese e montaggio in grande stile, da kolossal direi. Commento musicale eccellente (Ennio Morricone). Argomento interessante che copre un arco temporale di circa 70 anni, dai primi del secolo scorso in poi. Costo globale del film: 25 milioni di euro. Prodotto dalla berlusconiana Medusa Film. Mi è piaciuto? Direi che non rimpiango il tempo e il denaro spesi per vederlo.

Però…

Si tratta di un’opera “corale”. Che ci si riferisca a film o a romanzi, scegliere la strada dell’opera corale - che cioè è ricca di protagonisti e di storie parallele, adiacenti, divergenti, incrocianti, oltre a quella del personaggio principale - comporta qualche rischio. Il più pericoloso è che la storia principale (se c’è) risulti frammentata e, come tale, sia difficile mantenere un equilibrio fra le storie stesse. Per cui diventa anche arduo conseguire un elemento essenziale: l’immedesimazione del fruitore nel protagonista. Chiaro che, per contro, il racconto corale offre uno sguardo molto più ampio e complesso, a confronto del quale - se ben gestito - non può gareggiare quello del romanzo o film in cui il mondo è vissuto e comunicato attraverso l’occhio e i pensieri di un unico personaggio.      

Inoltre, per l’opera corale può essere meno agevole giungere a una chiusura della e delle storie che si narrano. Non per nulla, spesso si tratta di opere che preferiscono il finale “aperto”, magari accennato ma non definitivamente concluso.

E’ chiaro che entrambe queste strutture narrative hanno dato i loro capolavori, anche se la struttura corale è molto meno corrente, proprio per le difficoltà tecniche accennate.

Al riguardo, come funziona Baarìa? Non proprio bene, mi sembra. E’ questo il punto. Per di più la storia del protagonista principale non ha assolutamente nulla di particolare: è la banalissima odissea quotidiana di tutti noi, con gli ovvii alti e bassi, seppure storia - in questo caso - trasferita inizialmente in un’epoca e in un ambiente di povertà assoluta. Per dirne una: al primo figlio del protagonista, che nasce morto, la piccola bara è fabbricata dallo stesso genitore, segando e inchiodando le assi di una vecchia porta.

Ovvio che il regista abbia volutamente illustrato una vita “ordinaria”, in parte anche autobiografica, ma purtroppo - può apparire contraddizione - questa “ordinarietà”, per non cadere nell’ovvio (se non nella noia) deve comunque avere motivi d’interesse: nei suoi dettagli, o magari nel modo in cui viene raccontata, o nei dialoghi, o altro. Ancora, nel nostro caso il protagonista è lasciato un po’ bruscamente sull’orlo della vecchiaia: ci si attende che accada qualcosa, ma il film è già finito (”già” per modo di dire, sono trascorse oltre due ore e mezza).

Direi che più interessante della stessa storia principale è proprio lo sguardo d’insieme: la miseria, mafie e mafiette, i panorami, le speranze, il maltrattamento dei bambini, la Grande Guerra, la campagna, sgozzare le galline, mattare i buoi [nota: pare che gli animalisti siano in rivolta, il toro sembra essere stato ammazzato davvero], fingere di cucinare qualcosa per non far sapere ai vicini di casa che mancano i soldi anche per un pezzo di pane e una cipolla. E poi la nascita del Partito Comunista. L’adesione entusiasta ai suoi originari dettami di onestà, linearità, solidarietà; la Seconda guerra mondiale. L’anchilosarsi e degradarsi del Partito, scavalcato dai movimenti del ‘68, il boom economico, i rivoluzionari che diventano riformisti. Sì, carne al fuoco ce n’è. E di notevole interesse. Baarìa (dall’arabo Bāb al-Gerib, “La Porta del Vento”) è anche il nome dialettale di Bagheria, il paese siciliano teatro degli eventi. Paese che peraltro si fa simbolo della nostra Italia di quei tempi. Il tono del film è alto, brillante, a volte ironico oltre che drammatico.

Molte anche le citazioni: soprattutto di Fellini e di Sergio Leone, ma senza che queste sovrastino o infastidiscano lo svolgersi delle scene.

Un’opera molto ben costruita e centellinata, che soprattutto nella prima parte racconta la miseria in maniera che definirei “sontuosa”. E qui forse qualcosa non quadra, il linguaggio non mi sembra in sintonia con il  contenuto. Non così la seconda parte, in cui però la parte conclusiva che mi appare piuttosto evanescente. L’impressione generale, dato per certo il grandissimo mestiere di Tornatore, è di promesse perse un po’ per via, insieme al coinvolgimento emotivo. Se dovessi dire cosa mi ha lasciato dentro Baarìa, a parte i pregi formali cui ho accennato, direi: assolutamente nulla.  

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