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Essere ecologista, amare la natura, oggi - nel 2015 - non è cosa facile. Qui siamo un gruppo di una  dozzina di unità, ma i contatti interni personali sono vietati. Il problema è che i cellulari lasciano tracce, e l’unico modo per coordinarci sarebbe quello di vedersi insieme da qualche parte, possibilmente in segreto. Ma l’esperienza passata ci ha insegnato che è pericolosissimo. Una volta, per esserci incontrati a 20 km. dalla città, sulle rive di un lago, in una caverna, con una spiata fummo intercettati da personaggi inviati dalle forze dell’ordine e picchiati a sangue; due di noi finirono in galera con accuse pesantissime di “intelligenza con il nemico”: cioè di combutta con esponenti di altri stati, terroristi, e così via. A volte per comunicare utilizziamo i corrieri, che costano (e non sono neanche sicurissimi quanto a delazioni); due volte ci siamo serviti di roboinsetti volanti programmati. In un’altra occasione non avevamo neanche quelli e abbiamo adoperato - su consiglio d’un esterno - addirittura un piccione viaggiatore! Era una bestia allenata e riuscimmo a inviare alcuni messaggi urgenti, legati alle zampe.

E dire che la natura, la preservazione dei beni naturali, dovrebbe essere uno scopo primario di ogni Stato. Oggi non è così. I beni ambientali vanno allo sfacelo, ma nessuno deve osare di interessarsene. Un controsenso folle, a pensarci; stiamo favorendo un suicidio del pianeta.

Tutto è incominciato ai primi del secolo nella Russia, l’ex Urss. Lì già dai tempi di Stalin l’ecologia non aveva incontrato gran favore; a fatica si diffuse una “coscienza verde” con la perestrojka di Gorbaciov. Con Putin si tornò molto indietro: i verdi che facevano indagini sull’inquinamento radioattivo (specie dei sottomarini nucleari in disarmo appartenuti alla Flotta del Nord) rischiavano la galera. Qualcuno di voi forse ricorderà: successe nel 1996 al Capitano Alex Nikitin; poi nel 2001 al giornalista Grigori Pasko. Entrambi subirono pesanti battaglie giudiziarie per scrollarsi di dosso l’accusa di intendersela con i “nemici”. Putin fece sparire organizzazioni ambientaliste, trasferendone le funzioni a enti statali di comodo. Motivo del tutto: vendere e privatizzare parchi naturali, laghi, foreste, colline, fiumi, fonti termali: per incassare, far cassetta per uno stato in bancarotta; e se gli ecologisti si intromettono e protestano per le scorie radioattive, i veleni, le polveri sottili, i miliardi di tonnellate di cianuro, diserbanti e tutto il resto, chi è quel fesso che acquista beni inquinati? Questo era il timore di Putin. Ma anche in Italia c’erano i nemici dell’ecologia, argomento considerato con disprezzo da numerosi politici e giornalisti, convinti che il pianeta stesse benissimo e che si trattasse solo d’un pretesto per mungere fondi e sovvenzioni. Nel settembre 2008 Mario Cervi sulle colonne de “Il Giornale” definì ”terroristi” gli attivisti di Greenpeace, beccandosi una querela.

Ad ogni modo oggi, anno 2015, il timore che era di Putin è anche degli altri Stati: perdere denaro per le denunce degli ecologisti. La Terra cade letteralmente a pezzi, è una pattumiera velenosa, ma noi verdi dobbiamo nasconderci, tacere, far finta di nulla; siamo diventati clandestini, anzi criminali. Tempo fa crollarono le mura di una centrale nucleare sul Danubio e vi entrarono alci e orsi, ignari, e pare anche dei senzatetto. Chi avrà il coraggio, ora, di andarli a tirar fuori?     

                                                                                                                                                                 [Pubblicato sulla "Gazzetta del Mezzogiorno", nella rubrica Accadde... domani, l'8 ottobre 2003].