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Ho preferito riunire alcune pagine più personali di questo mio blog nel gruppo di link nella colonna accanto, sotto la voce “Il mestiere di vivere”, con un paio di eccezioni. Eccone un’altra. Un evento personalissimo accadutomi a Milano anni fa, che mi piace raccontare qui perchè piuttosto insolito.

Questo è davvero un episodio “che non dimenticherò mai”. Era l’inizio degli anni ’90, credo, e mi trovavo a Milano. Forse c’ero andato per lavoro (la vecchia Banca Commerciale Italiana) o forse per fatti miei, non so. Comunque doveva essere il periodo successivo alla vincita del premio Urania (1989), perché ero in un bar del centro in compagnia di Marzio Tosello (Caporedattore di Urania, che avevo conosciuto proprio in contemporanea col premio) e insieme attendevamo di incontrarci con altri esponenti milanesi della fantascienza, per trascorrere una mattinata e poi pranzare in una trattoria tipica.

Marzio Tosello, in verità, non è mai stato (per quanto io ne sappia) di molte parole. Era lì nel bar, ci eravamo seduti su un sistema di divani in pelle nera che correva lungo tutto il perimetro del locale, al muro, e talora in prossimità di mobili o colonne creava angoli o ondulazioni.

Insomma stavamo quasi ciascuno per conto proprio, e volevamo fare colazione attendendo gli altri: Tosello intento ai suoi problemi; io – a quei tempi – costantemente permeato, intimamente martellato, dalla mia questione di famiglia: la separazione (non ricordo se già avvenuta o imminente), la consapevolezza che mia moglie aveva improvvisamente preso a detestarmi, odiarmi, tradirmi; l’immagine dei miei figli sbandati; mentre io, solo, cercavo di barcamenarmi malamente per tenere ancora unito un nucleo di persone alla deriva totale, e in questo mi sentivo come un bambino (più che un genitore) senza più famiglia, una barca senza timone. In quei momenti dovevo mostrare davvero una faccia disperata…

Mentre me ne stavo così, vidi avvicinarsi veloce un’inserviente. Era una signora sui 40, piccolina, brunetta, col grembiule, non bella ma dal viso aperto, che venne dritta verso di me chiedendomi cosa desiderassi. Ordinai un cappuccino e un cornetto, per me e per Tosello. Ma lei non se ne andava, anzi mi si avvicinò ancor più, e guardandomi con l’aria di chi scruta una persona nota o amica, o quasi uno di famiglia (la faccenda durava da pochi secondi, ma mi stava lasciando ovviamente perplesso) se ne uscì con una voce dolce, “amica”, consolatrice, e con queste parole pressoché testuali: “Che le succede? Via, non sia triste. Ma lo sa che lei ha un’aria tristissima? Si vede che ha qualcosa dentro… Ma non si preoccupi. Mi ascolti: passerà. Avanti, si faccia coraggio, vedrà che passerà. Allontani i pensieri tristi. Tutto si risolve. E ora le porto un bel cappuccino bollente. Animo, eh?”

Mi fissò, sempre con quegli occhi colmi di comprensione e quasi sorridenti (per tirare anche me verso un sorriso, in verità distante anniluce dalla mie possibilità del momento), e pochi istanti dopo si ripresentò, amichevole, gentile, sbrigativa, col cappuccino.

Quale fu la mia reazione? Presto detto: mentre mi diceva quelle parole, con quel tono, improvvisamente mi sentii salire dentro qualcosa di inatteso. Un calore, un accenno di speranze, un desiderio che le sofferenze finissero, una voglia di ritornare alla normalità; cose che ormai da mesi, se non da anni, parevo aver completamente accantonato. Credo anche che gli occhi mi diventassero lucidi per la commozione. Ma soprattutto, in una città ritenuta gelida, in un ambiente sconosciutissimo, mi assalì un impeto di affetto e di sterminata, perenne riconoscenza verso quella persona. Ignota, lontana dalla mia terra e dai miei problemi, lei aveva “capito tutto” ed era stata capace, con poche parole, di comunicarmi un calore umano come rarissimamente può accaderci.

Non ho più messo piede in quel bar, non saprei neanche ritornarci; né so che fine abbia fatto quella donna, ma la ricordo e la ricorderò come una delle persone più intelligenti, umane e care della mia vita.

[Bari, 13 settembre 2003, ore 01:41, da Zápisník]