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[Gli articoli su questo blog ultimamente hanno ridotto la frequenza, perché anche i blog vanno in ferie! Ma da ora si tornerà gradualmente al passo consueto. Anche se, a dire il vero, le mie ferie non sono state davvero tali. In qualità di pensionato dovrei definirmi - ed essere realmente - in ferie a vita, vero? Ebbene: NO! Chiunque asserisca questo, diffonde una perniciosa calunnia! Dacché sono in pensione - e son trascorsi quasi 14 anni (dio come passa il tempo!) - in pratica io non conosco più vacanze! Perché? Semplice: non ho più tempo per andare in ferie...]

Doveva essere un sogno, eppure sono convinto che non lo fosse. Il contesto appariva troppo concreto. Era senz’altro il nostro mondo, la mia città, ma contemporaneamente non era possibile. Insomma io c’ero, ero per strada e camminavo in una folla anonima che si muoveva a passo tranquillo, senza fretta, le voci basse e mormoranti… Mi arrovello: possono in teoria esistere “ricordi del futuro”? So solo che la scienza ancora non sa spiegare in modo convincente perché noi ricordiamo il passato, ma non ciò che avverrà. Pure, questa visione che da tempo mi perseguita ha decisamente le caratteristiche di un ricordo

Non mi davo conto di come fossi arrivato fin lì, né – se ero lì davvero – ho tracce mnemoniche di come e quando ne ritornai. Nei primi istanti seppi solo che mi muovevo nella mia città, per corso Vittorio Emanuele, in direzione del vecchio palazzo liberty un tempo sede del Teatro Margherita, adeguando il mio passo a quello placido della folla. Il cielo era plumbeo. Solo dopo mi colpì una stranezza assoluta, eppure evidentissima: le facce. Tutta quella gente che si assiepava e si muoveva, pareva camminasse all’indietro, il viso rivolto non alla meta ma verso ciò da cui s’allontanava. Com’era verosimile, cosa accadeva?

Vorrei poterlo spiegare. Neanche io lo saprò mai. Constatata l’assurdità del fatto, l’istinto mi spinse ad alzare il passo per avvicinarmi all’individuo più prossimo, e scrutare meglio quel volto che dava le spalle alla sua meta. Allora notai il trucco, se così posso dire. I visi erano semplicemente “disegnati” sulle spalle, sulle nuche, sui cappucci, sui cappelli: visi strani, quasi ilari come di clowns, ma vagamente mostruosi. Eppure…

Eppure gli occhi lucidi sembravano vivi, mentre le bocche si aprivano appena, sorridenti di sghembo, lasciando intravvedere il luccichio di denti e di lingue rosse. Affrettai ancora il passo: se quelle non erano le vere facce (non potevano esserlo, decisi con fermezza) per risolvere il mistero dovevo solo passare avanti e girarmi: avrei osservato i veri volti. Attuai la semplice manovra ma ahimé, senza risultato. Le facce autentiche, se c’erano, erano coperte dai colletti alzati delle giacche, dei risvolti di giubbotti, da sciarpe. Se quei corpi davano l’impressione di camminare all’indietro, forse facevano proprio così.

Non mi posi subito il perché d’una simile metamorfosi. Quasi fosse una scena, cercai invece di coglierne il senso sottostante. C’era qualcosa di estremamente remoto e dolente in quegli occhi sulle spalle, autentici o falsi che fossero; c’erano tristezza, rassegnazione, sensi di colpa. Come se nei rapporti umani, nella società, fosse avvenuta una mostruosa mutazione, improvvisa, irreversibile. O come se manovre occulte, o sottovalutate, avessero portato a…

La vita era cambiata, un che di grave doveva essersi diffuso, aver contaminato. Guerre? Una nuova scoperta scientifica traditrice? Un’agnizione recondita del proprio sé che aveva invaso tutte le menti? Pensai: questo mondo dà le spalle. Questo mondo non vuol più guardare… chi, cosa?

Non saprei. Non ricordo altro. Vorrei tanto potervi dire di più.

 

[Pubblicato per la prima volta su "La Gazzetta del Mezzogiorno", rubrica Accadde... domani, nel settembre 2004].

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