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Tre esempi “classici” sul tema, e un quarto - Lo scherzo del filosofo - a firma dello scrittore e umorista inglese Jerome Klapka Jerome (1859-1927), recentissimamente edito in Italia.

Uno dei temi più accattivanti della narrativa fantastica è quello della rivisitazione critica del proprio passato, la possibilità di poter in qualche modo “rivivere” o comunque rivisitare molto da vicino il vissuto personale, per trarne considerazioni di varia natura. Gli strattagemmi escogitati dagli scrittori per realizzare una trama del genere sono numerosi, e anche la fantascienza – con gli espedienti del viaggio indietro nel tempo, il tempo che scorre al contrario, e altri – ha dato un suo innovativo, spesso brillante contributo in materia.
Di Jerome Klapka Jerome – autore inglese quasi dimenticato – si conosce soprattutto il romanzo Tre uomini in barca (1889). Qualche notorietà hanno anche i volumi Tre uomini a zonzo (1900) e Pensieri oziosi di un ozioso (1886). Ancora minor diffusione hanno i racconti di JKJ. Io per primo non avevo mai avuto occasione di leggerne, finché non mi è capitato di imbattermi, per caso, in un fascicolo di “L’Espresso”, il n. 33 (agosto 2009). Alla rivista è allegato un libriccino contenente due racconti del Nostro. Fantastici, per di più: L’anima di Nicholas Snyders, o l’avaro di Zaandam e Lo scherzo del filosofo.
Non ho potuto esimermi dall’acquisto…

Dalla Introduzione (non firmata) riporto:
“Jerome Klapka Jerome è considerato essenzialmente un umorista: un umorismo british, ma con parecchie concessioni alla comicità piena, alla franca e liberatoria risata. (…) [Il suo] è un “buffo” fatto di placide osservazioni di costume, di discreta ironia sociale, di sentenze “filosofiche” sottilmente sghembe, come sottilmente sghembi sono i comportamenti dei personaggi, sempre svagati o magari troppo attenti, un po’ pasticcioni e un po’ pensatori a tempo perso (…) Ma la sua vena di scrittore aveva anche altre corde, dal mystery al poliziesco al fantastico puro, e sempre con un retrogusto meditativo tendente a impartire tranquille massime di vita, come dimostrano i due racconti qui proposti (…)”

Quello dei due sul quale soffermo la mia attenzione nella circostanza, in quanto attinente al tema cui accennavo, è il secondo, Lo scherzo del filosofo.
Dicevo, molte storie e molti autori di varia estrazione se ne sono lasciati affascinare. Un elenco significativo, anche breve, sarebbe decisamente incompleto. Un tema del genere, inevitabilmente, conduce a una “morale”, a una speculazione sul nostro agire, un bilancio della nostra vita, una riflessione sui misteri e i mutamenti che può rivelare ciò che definiamo “personalità” d’un essere umano; o anche sulla natura di quel fenomeno, forse tutto psicologico, che l’Homo sapiens definisce “tempo”. Insomma, l’argomento può condurci lontano. E proprio questo senso conclusivo – che ovviamente varia a seconda delle idee e della sensibilità di ogni autore – si rivela il vero tema di simili storie.

Prima di passare a JKJ cito tre titoli, solo ad esemplificazione di quanto variegato possa rivelarsi l’approccio all’argomento.
Anzitutto il dramma teatrale Piccola città (Our Town, 1938) di Thornton Wilder; poi il romanzo Tuono a sinistra (Thunder on the Left, 1925) di Chistopher Morley; infine il racconto Una notte (The Night of the Nickel Beer, 1967) di Kris Neville.

In Piccola città, Wilder dichiara esplicitamente che il suo è un tentativo di trovare un valore supremo per tutti i piccoli eventi della nostra vita quotidiana. Una vita, peraltro, che l’Autore fa trascorrere monotona e immutabile in una minuscola cittadina old America, attraverso minimi accadimenti: la bottiglia di latte del mattino, le voci del cortile, la scuola, i matrimoni, le morti che non turbano nessuno, facendo esse parte dell’ineluttabilità dell’esistenza. Protagonista è una ragazza, Emily, della quale si narrano le comunissime vicende, fino alla sua prematura morte durante un parto. Da defunta, Emily, per una concessione dall’aldilà, ottiene la possibilità di tornare per un giorno sullo scenario della sua vita, impersonando la memoria e il rimpianto di ciò che è stato: ella sceglie la data del suo dodicesimo compleanno. Ma subito, reimmessa nel flusso terreno, comprende che qualcosa non va. Nel desiderio di ritornare ad assaporare la sua giovinezza, non ha pensato a ciò che per lei furono la noia delle cose quotidiane, i mille gesti insignificanti d’una giornata, le parole di cui non restano tracce, ma che compongono il tessuto continuo dell’esistenza.  Emily ritornerà nel suo nulla ultraterreno pensando:

“Accadevano tutte queste cose che ho rivisto, e noi le vivevamo con noia, senza neanche accorgercene… Ah, riportatemi lassù, sulla collina, nella mia tomba… C’è qualche essere umano che sappia quello che sta vivendo, mentre lo vive?” E le risposte che riceve sono: “No. I santi e i poeti forse… forse, un poco”. E ancora: “Adesso lo sai. Ecco cosa significa essere vivi: aggirarsi in una nuvola d’ignoranza, girare attorno calpestando i sentimenti di coloro che ci sono vicini; sprecare il tempo come se gli anni da vivere fossero milioni. Ignoranza, cecità.”

Come dire: siamo condannati a una routine che ci ottunde i sensi e l’intera esistenza, incapaci di comprendere che proprio quella è vita, una vita che la maggior parte di noi non sa vivere.   

Il romanzo di Christopher Morley Tuono a sinistra muove da un gioco di bambini che, incuriositi dal mondo degli adulti, decidono di spiarli per riuscire a penetrarne i segreti e risalire alle ragioni sottostanti alle assurde regole che i grandi impongono loro. Uno dei piccoli, Martin, si ritrova catapultato nel futuro, rivede i suoi amici adulti e squarcia il velo di mistero che avvolge le esistenze di chi ha dimenticato d’essere stato bambino. A questo punto la favola si mescola all’angoscia per la scoperta di un mondo incomprensibile in cui si tralascia il gioco, la libertà, la spensieratezza uniformandosi a leggi ipocrite che mortificano l’iniziativa e ogni fervore creativo. Il futuro diventa quindi non la naturale evoluzione dell’essere umano, la sua maturazione, ma un assurdo universo parallelo che incuriosisce, spaventa e lascia delusi, con persone incapaci di sognare e realizzare ciò in cui credettero da piccoli.
Un romanzo che parla agli adulti con la voce dei bambini che essi stessi sono stati, per mostrare il nonsenso e la crudeltà d’una vita che sacrifica magia e incanto nel nome d’una presunta necessità di crescere. La storia, va aggiunto, è condotta con mano leggerissima, sognante, velata, come – appunto – un ricordo infantile. (Questo romanzo ha ispirato due film: Da grande, con Renato Pozzetto – una delle migliori interpretazioni in assoluto dell’attore – e Big, con Tom Hanks).

Il breve racconto Una notte, di Kris Neville (1967), deriva il suo fascino da un semplice, onirico (ma forse reale) incontro notturno d’un personaggio con luoghi e atmosfere appartenenti a un caliginoso passato.
Verso l’una di notte un uomo esce di casa senza meta, dirigendosi al porto. In sé cova una insoddisfazione indefinibile, legata forse al trascorrere implacabile degli anni. C’è una fitta nebbia, una atmosfera di irrealtà. Entra in una birreria, è prossima l’ora di chiusura. Alcuni giovani, fra cui una ragazza, credono di riconoscerlo, ma non sanno bene perché. Uno d’essi ha una chitarra, accenna dei motivi. Lo invitano a bere birra con loro, egli stesso ne offre ai presenti. I giovani sono vestiti un po’ all’antica, la bevanda ha un insolito sapore. Si parla del più e del meno. L’uomo ha l’acuta, lacerante percezione di rivivere momenti, odori, modi d’essere dimenticati. Si fa tardi, la birreria deve chiudere: a questo punto la ragazza invita l’uomo – quasi supplicandolo – a fare due ultime chiacchiere con lei, in auto. I due escono, si appartano nella vettura. È forte, quasi violenta l’evidenza di un mondo irrimediabilmente perso, qualcosa di indefinibile che tuttavia li accomuna. Turbato, il protagonista interrompe bruscamente il dialogo con la donna e torna verso casa.
Tutto qui. 
Storia fatta di sensazioni, di rimpianto, insoddisfazione, desideri inespressi, della percezione che qualcosa continui a sfuggirci rapidamente dalle mani…

Giungiamo al nostro Jerome, il quale a sua volta presenta in Lo scherzo del filosofo (1909) una sua idea del passato rivissuto.
Sei amici di vecchia data (tre coppie), si attardano in un locale di Königsberg fino a notte inoltrata, bevendo e parlando del più e del meno. Il discorso cade sulle trasformazioni che avvengono negli individui e che sono avvenute in loro stessi, sui loro sogni giovanili; e data l’ora e le libagioni, vengono fuori considerazioni reciproche spesso inedite e delicate, che rischerebbero di incrinare la lunga amicizia dei sei personaggi.
A questo punto s’intromette nella conversazione un individuo finora non notato, forse perché isolato in fondo alla taverna; costui, che si dichiara “filosofo” – il lettore deduce trattarsi di Immanuel Kant in persona, che fu assiduo frequentatore di quel locale – propone ai sei un esperimento inaudito. Egli possiede una fiala con una pozione che consente di tornare indietro di vent’anni, cancellando dalla memoria tutti gli eventi intercorsi, ma mantenendo i ricordi della propria personalità matura. Essi avranno così l’impareggiabile possibilità di poter  rivivere le loro vite orientandole a piacimento, sulla scorta di una maturità e pre-conoscenza negate ai comuni mortali. I sei accettano, dapprima titubanti, poi con entusiasmo. Il sortilegio riesce. I sei si ritrovano tutti, vent’anni prima, in una sala dal ballo: il momento in cui si erano conosciuti…

“In quella serata del ballo, ciascuno d’essi si aggrappò alla speranza che quel vago, sbiadito e inspiegabile ricordo del proprio futuro (sembrava un ricordo) non fosse altro che un sogno. Erano stati presentati l’uno all’altro, avevano udito i rispettivi nomi (…)
Ciò che non avevano previsto era che una tale pre-conoscenza non andasse in alcun modo a intaccare le emozioni del presente. (…) Dick, come lui stesso borbottava di continuo, avrebbe dovuto sposare Jessica. Ora sapeva che dopo, a 38 anni, sarebbe stata la sua donna ideale. Ma a guardarla adesso, diciottenne, gli veniva di rabbrividire. Nellie, invece, a trenta sarebbe stata scialba, ma quando mai è capitato che il pensiero del futuro abbia frenato la passione? Quando mai un innamorato si sofferma a pensare al domani? Se la bellezza di Nellie era destinata a svanire in fretta, non era questo un ulteriore impulso a entrarne in possesso finché durava?
A 40 anni, pensava Nellie, lei sarebbe stata una santa. Non li tollerava, i santi. Ora sapeva che in futuro avrebbe amato il solenne Nathaniel, ma adesso, a cosa le serviva? Lui non la desiderava, era innamorato di Alice, e Alice lo ricambiava. Per quale motivo avrebbero dovuto, loro tre, rendersi infelici in gioventù allo scopo d’essere soddisfatti in tarda età? Che l’età se la sbrighi da sola, che la gioventù segua i propri istinti. Che i santi, ormai vecchi, soffrano pure (era il loro mestiere) e che i giovani bevano alla coppa della vita (…)
Camelfold era di costituzione delicata. Se fosse rimasto scapolo, distratto com’era, con nessuno a preoccuparsi di farlo mangiare con regolarità, di arieggiare i suoi indumenti, sarebbe riuscito a raggiungere i 40 anni? Lui, che si lamentava, era proprio sicuro, adesso, che la vita domestica non avesse dato alla sua arte più di quanto le avesse tolto?
Perché un importante aspetto rischiava di essere trascurato: ciò che essi già sapevano, non era in grado di rivelare quale sarebbe stata la loro sorte, se avessero preso altre decisioni (…)”

In questo modo, con Jerome Klapka Jerome accade che una conoscenza “superiore” non abbia - beffardamente - altro effetto che confermare decisioni già prese: il mondo sarà sempre uguale a se stesso…