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Un romanzo scritto circa 60 anni fa da John W. Campbell jr. anticipa una recente scoperta che potrebbe permettere la sopravvivenza degli uomini sulla Luna.

Sappiamo bene che non è compito né pretesa della fantascienza fare previsioni (gli innumerevoli futuri descritti da questa narrativa sono sempre e solo proiezioni allegoriche o satiriche, ludiche, utopistiche, etc. del nostro presente). E tuttavia non posso nascondere un briciolo di soddisfazione allorché constato il realizzarsi di qualcosa che la science fiction aveva già immaginato o intuito, anni – talora anche decenni – fa. Certo, quando scoppiò la prima bomba atomica, anch’essa già prevista con buon anticipo dalla fantascienza (v. articolo in questo blog Hiroshima, la bomba scoppiò prima), da parte dei lettori di fantascienza vi fu soprattutto amarezza, certo non “soddisfazione”. E poiché nessuno di noi esseri umani, sedicenti maghi inclusi, possiede la sfera di cristallo, queste occasionali concordanze tra anticipazione e realtà evidenziano, se non altro, quanto l’immaginazione dei fanta-autori riesca talora a essere razionale, intuitiva, visionaria. Ho sotto gli occhi un caso esemplare. Oggi leggo su “Repubblica”: Luna: ossigeno dalle pietre per vivere sul satellite. Scoperto un processo elettrochimico che consente di isolare il prezioso elemento dalle rocce. Il breve articolo accenna che la scoperta muove da:

“(…) un processo elettrochimico (simile a quello di una pila) che il professor Derek Fray mise a punto alcuni anni fa per ottenere metalli puri da ossidi metallici, ossia da minerali composti da ossigeno e metallo, presenti anche sulla Luna in grande quantità (…) Partendo da questa metodologia, il professor Fray ha intravisto la possibilità di isolare l’ossigeno che si produceva ed estrarlo anch’esso allo stato puro, mentre nella vecchia procedura andava a unirsi con il carbonio (…) Basterebbero tre reattori di circa 4,5 kilowatt, facilmente ottenibili con una serie di pannelli fotovoltaici o un piccolo reattore nucleare posto sulla Luna. (…) Tre tonnellate di rocce produrrebbero una tonnellata di ossigeno all’anno (…) Se si potrà estrarre ossigeno dalle rocce lunari c’è da chiedersi se si riuscirà anche ad avere acqua…”

Agli albori della collana “Urania” (Mondadori), nel 1953, uscì un romanzo intitolato Martirio lunare, di John W. Campbell jr., che è stato forse il più importante direttore di collane della fantascienza anni ’30/40. Purtroppo non ho più il romanzo, quindi scrivo sulla base di ricordi, che possono contenere qualche imprecisione. Di certo, rammento che si trattava della prima spedizione sulla Luna, e che a seguito di un’avaria l’astronave andava in malora e, dopo l’allunaggio, gli astronauti sopravvissuti dovevano arrangiarsi con quanto restava di utilizzabile. A questo punto entrava in ballo la fervida fantasia di Campbell (che aveva una formazione culturale scientifica). I superstiti riuscivano anzitutto a introdursi e blindarsi in grotte – per evitare le temperature esterne, invivibili – e a  procurarsi, con i pochissimi mezzi disponibili, calore da generatori, acqua e ossigeno estraendoli - appunto - da rocce.

Ovviamente la situazione era estremamente precaria e non poteva protrarsi a lungo. Non tutti riuscivano a farcela. Un vero martirio (come da titolo) nella speranza,  alquanto debole, che qualcuno venisse prima o poi a salvarli (e qui ovviamente non svelo il finale).

Nulla di più: una storia avventurosa, tipica del periodo precedente alle missioni Apollo, anzi abbastanza precedente: il romanzo uscì da noi nel ‘53 (edito negli Usa nel 1950). Ma con quel pizzico di genialità di chi riesce ad avere uno sguardo capace di spingersi lontano di ben 59 anni.       

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