.

“Poesia e racconto devono stare piuttosto sull’abisso dell’invenzione e della ricerca: ma non per descrivere il noto bensì per trovare quanto è nascosto, ovvero non esiste.”

Nel volume di brevi racconti-resoconti Animali della quinta notte, di Bruno Pompili, convivono i dipinti di Desmond Morris, l’evoluzionismo di Richard Dawkins, la Creazione, le creature immaginarie ma possibili dell’”iperspazio genetico”, surrealismo, narrativa fantastica e altro… 

Non è la prima volta che si pubblicano libri dedicati alla descrizione - se non classificazione - di un genere particolare di creature: animali inesistenti, ovvero di pura fantasia, “creature increate”. Potrebbero apparire, queste pagine, un puro gioco privo di senso, ma non è un caso che volumi su questo stesso tema, dalle mille sfaccettature, portino firme anche illustri: bastino quali esempi Jorge L. Borges e il suo Manuale di zoologia fantastica, il Bestiario di Julio Cortázar, il Bestiaire ou cortège d’Orphée di Apollinaire, l’Ailleurs di Henri Michaux, Il circo del Dottor Lao di Charles G. Finney e – per restare in ambito di fantascienza italiana – I  Rinogradi di Harald Stümpke e la Zoologia Fantastica di Massimo Pandolfi, il racconto Antropologia fantastica di Giuseppe Lippi.

Non molto tempo fa è uscito, per i tipi di Carabba editore, Animali della quinta notte di Bruno Pompili (2007), docente di Lingua e letteratura francese presso l’Università di Bari.

Anche fondatore del CRAV (Centro Ricerche Avanguardie, Bari), promotore e coordinatore dei corsi di perfezionamento Letteratura e Arti delle Avanguardie storiche e del Novecento, Pompili ha al suo attivo una nutrita bibliografia concernente saggistica, narrativa, poesia. Nella sua prefazione al volume, Massimo Del Pizzo fa rilevare, citando lo stesso Pompili, come la scrittura non possa essere un percorso “per manifestare un’esperienza vissuta, forse chiusa, ora ridetta ed esposta in modo sostitutivo del già avvenuto o dell’irrimediabilmente racchiuso nel passato”. Poesia e racconto “devono stare piuttosto sull’abisso dell’invenzione e della ricerca: ma non per descrivere il noto bensì per trovare quanto è nascosto, ovvero non esiste.” [Il corsivo è mio].  

Va da sé che una letteratura del genere, pur rifacendosi – nel caso di Pompili – alle avanguardie e segnatamente al surrealismo, può ragionevolmente rientrare (almeno dal mio punto di vista) nel genere fantastico, talora nel fantascientifico. Ancora Del Pizzo: “In verità Pompili non inventa animali fantastici, bensì li trova (non si può inventare nulla che già non esista): li scova mimetizzati o imprigionati in un ganglio di parole e, una volta trovati, li libera soprattutto dal luogo comune e dall’ovvio, i nostri peggiori nemici. In Animali della quinta notte la scrittura imita la forma impassibile della scrittura scientifica, ma poi si inabissa nel raffinato nonsense e quando ne riemerge è prosa poetica”. Queste immaginarie (ma vedremo fino a che punto) creature “possono essere collocate solo in un ecosistema mentale”; e comunque per Pompili “aprire la caccia all’inesistente o all’improbabile è un’ambizione sproporzionata alle forze disponibili; lasciare ciò che c’è là dov’è, e non trasportarlo truccato o travestito in un luogo di parole, in un tempo di finzioni”.

Dal che si desume come mai “animali della quinta notte”: ripescati cioè da un interstizio della Creazione, nel buio tra i fatidici Quinto e Sesto giorno…

Queste parole mi hanno riportato immediatamente, per associazione di idee, a un altro libro, un saggio celebre e basilare di Richard Dawkins, L’orologiaio cieco (1986). Biologo evolutivo, probabilmente il più noto e convinto difensore vivente di Darwin, del quale ha raccolto l’eredità arricchendola di numerosi essenziali dettagli, in questo suo volume Dawkins scrive fra l’altro:

“Biomorfi è il nome coniato da Desmond Morris per designare le figure vagamente simili ad animali che compaiono nei suoi dipinti surrealistici (…) Morris sostiene che i suoi biomorfi si sono “evoluti” nella sua mente, e che la loro evoluzione può essere ricostruita nei successivi dipinti”.

Dawkins decide di riprendere da Morris la definizione “biomorfi” per indicare altre rudimentali creature virtuali, dotate di 9 geni ciascuna, che interagiscono fra loro all’interno di uno sperimentale programma di computer che egli stesso ha creato. Nel programma, i biomorfi entrano in competizione tra loro e con l’ambiente e quindi si “evolvono” secondo le loro possibilità. Dopo un’ampia, dettagliata descrizione di cosa accade una volta avviato il programma, Dawkins torna a parlarci del mondo reale per concludere:

“Questo è il punto fino al quale desidero spingermi nel trarre ammaestramenti dal Paese dei Biomorfi (…) Esiste uno spazio matematico, pieno non di biomorfi con soli 9 geni, ma di animali in carne e ossa composti da miliardi di cellule, ciascuna delle quali contiene decine di migliaia di geni. Questo è lo spazio genetico reale. Gli animali reali che sono vissuti sulla Terra sono un minuscolo sottoinsieme degli animali teorici che sarebbero potuti esistere. Tali animali reali sono i prodotti di un numero molto piccolo di traiettorie evolutive attraverso lo spazio genetico. La grande maggioranza delle traiettorie teoriche attraverso lo spazio animale dà origine a mostri impossibili. Gli animali reali sono sparsi qua e là fra i mostri ipotetici, appollaiati ciascuno nel suo posto unico nell’iperspazio genetico. Ogni animale reale è circondato da un piccolo gruppo di vicini, la maggior parte dei quali non sono mai esistiti, ma alcuni dei quali sono i suoi progenitori, i suoi discendenti e i suoi cugini. Situati da qualche parte in questo immenso spazio matematico sono esseri umani e iene, amebe e oritteropi, platelminti e seppie, dronti e dinosauri (…)”

Ho voluto riportare questo brano perché credo - almeno personalmente - che faccia una certa impressione constatare quanto il reale possa a volte combaciare, seppure idealmente, con l’irreale, o col surreale.

Ma per tornare a Pompili: l’Indice del volume elenca una nutrita rassegna di esseri, “ignoti” soprattutto in quanto denunciano - appunto - la nostra ignoranza circa la loro presenza. Così, entrando nella immaginazione, ma anche in quello che Dawkins ha definito “l’iperspazio genetico”, facciamo conoscenze strabilianti: il Platicauda, il Kynosauro, l’Aquila arcobaluna, l’Onirofiore, il Pesce clessidra, la Sphinx metapontina, perfino l’Homo labilis. Nomi che sono un breve accenno a un campionario che annovera circa quaranta misteriosi vicini di casa, o di cromosomi (o di anima). L’Homo labilis, per esempio, è divenuto tale - svela Pompili - per una sua incompatibilità innata con la Parola: e dunque una sua parte si è fatta silenzio, infine assenza, o inesistenza. “Una piccola quantità di sogno fermenta, ma resta poca realtà”. La sua metamorfosi finale lascerà intravvedere “una variante facile da stabilizzare: l’Homo labilis duplex, particolarmente abile a mentire con le parole, fino a crederle vere”.

Quanto al Pesce clessidra, è così chiamato “per il suo ritmico rovesciamento testa-coda, alto-basso, a intervalli rigorosamente scanditi”. Ma quando si avvicina il momento della sua morte, “di cui non sa nulla”, ecco che “il ritmo del rovesciamento si accelera”: quasi che esso – diremmo – velocizzi e dissipi da sé lo scorrere del suo tempo residuo (in questo senso, il Pesce clessidra sembrerebbe morire sempre e solo per suicidio).

Invece il Piteco fantasma speculum è un’incognita fin dalla sua venuta al mondo: all’atto del parto egli nasce come sola creatura, che però subito si sdoppia in due esemplari identici alla vista. Difficile individuare quale sia l’originale; per di più essi hanno atteggiamenti simultanei. Ma quando si separano si scopre subito l’originale, che “ha comportamenti motivati e coerenti, mentre il suo doppio distante finisce per agire in modi percepibili come immotivati e incoerenti” (volendo usare una metafora scientifica, potremmo richiamare il fenomeno – a sua volta tuttora circondato da mistero – dell’entanglement, nella fisica dei quanti).

Quanto alla Leptoderma luna luna, si tratta - illustra sempre Pompili - di un pesce (dapprima noto come Pesce luna) che “ondula nell’acqua suscitando spenti riflessi, tenui riverberi e finisce con l’apparire doppio e triplo realizzando nell’acqua cerchi e rotondità.” Ma a volte esso “suscita forme liquide di un corpo umano femminile, dai glutei vistosi, seni evidenti quanto compatti”, trasformandosi in una sirena che, come tale, appare e scompare… Esiste la Leptoderma, o non esiste? “Il meccanismo del fantasticare ha rallentato l’accertamento dell’esistenza fisica di questa creatura” afferma con sicurezza l’Autore. E tuttavia di lei si è molto sussurrato nelle notti, nelle taverne, “fra uno sbarco e un imbarco (…) E’ dunque così che le segnalazioni della Leptoderma luna luna hanno mantenuto una consistenza”.

Consistenza, inconsistenza, inesistenza… Le pagine di Pompili sono gioco di parole e di concetti sottile e raffinato, nutrito di sillogismi, similitudini, paradossi, analogie, allegorie; liberazione delle potenzialità immaginative dell’inconscio per indagare “oltre” la realtà (la cruda materia è la nostra prigione). Creature labili che hanno vita ma probabilmente non esistono, o imprimono un’esistenza in quanto ricordi o visioni per gli osservatori (o sognatori). Creature increate, dicevamo in apertura, in precario altalenare fra memorie false o perdute o future; desideri dell’impossibile; inammissibili errori della divinità creatrice, a loro volta specchio di mancanze dell’umano. Infine: testimonianze della divina – o più sommessamente demiurgica – facoltà dell’incompleta creatura Homo sapiens d’evocare alla vita forme che vita conservano a metà.    

                                                                                                                                                                             [Bruno Pompili, Animali della quinta notte, Carabba Editore. Universale Carabba, 2007. Pagg. 142, € 16,50].