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Allorché, giovanissimo, incominciai a lavorare in banca - la fu Banca Commerciale Italiana - non mi pareva vero. Che io poi fossi sopravvissuto a 37 e passa anni di banca, non mi sembrava vero. Anche andare in pensione non mi parve vero…

Ma al riguardo mi ha rinfrescato la memoria l’aver ritrovato, rimestando tra vecchie carte, il testo del discorso di commiato che rivolsi alla direzione e ai colleghi di allora, in occasione del tradizionale “rinfresco” da me offerto nella circostanza. Può interessare a qualcuno? Non so. Comunque è anche uno sguardo su un mondo che non c’è più. Benché si tratti di “solo” quattordici anni fa. (Oggi, mi dicono, è molto peggio…)

(Presenti il Direttore della Filiale dott. Ciabotti, il Condirettore dott. Condello, una trentina di colleghi - A Bari, nel salone della la Filiale, il 14 dicembre 1995 alle ore 16,30).

Gentili Signori, anzitutto vi ringrazio di cuore per essere qui: mi sembra una attestazione di stima, direi anche di affetto. Come vedete ho tre o quattro fogli in mano. Avevo preso degli appunti, ripromettendomi di toccare argomenti di prammatica in circostanze del genere. Ma in questo momento ho deciso che quanto avevo scritto non mi piace, e allora cambio tutto.

Infatti, gira e rigira, cosa si dice in un’occasione del genere? La solita manfrina. Che “questo è in sostanza un addio”. Che siamo a “una delle tappe fondamentali della nostra vita”. Si ripercorre qualche momento della propria carriera… se carriera c’è stata. Poi magari - come ho visto accadere per altri - viene il groppo in gola… sfugge la lacrimuccia… e il tutto diventa a seconda dei casi triste, barboso, patetico…

Mi piacerebbe invece dire qualcosa di diverso, anticonvenzionale. Per esempio: fare un bilancio critico di questi miei trentasette anni spesi in banca. Meglio ancora: un’autocritica, ma un po’ auto-ironica, alla Fantozzi. Sì, un’autocritica fantozziana della mia vita di bancario.

Ora, secondo il copione, dovrei commuovermi perché vado via per sempre dalla banca? Ma io, vedete, butto per aria questi fogliacci che ho scritto!!  E vi dico ad alta voce [urlando]:


Ora penserete che sono impazzito, che il pensionamento mi ha dato alla testa… Ma allora non sapete quanti sono quelli fra voi che da un bel po’ mi dicono: “Vittorio, beato te!”, “Vitto’, vorrei stare al tuo posto…”, oppure alla barese: “Vue’ fa’ a cang’?” (“Vuoi fare cambio con me?”).
A costoro, che comprendo benissimo, voglio comunque ricordare un piccolo dettaglio: c’è una contropartita da pagare. L’età.

Io vado in pensione fra pochi giorni, cioè dal 1° gennaio 1996, ma con decorrenza ufficiale dal 1° aprile 1996. Misi piede in banca il 1° aprile 1959: come pesce d’aprile mi pare che 37 anni siano abbastanza: o no?

Entrai che avevo appena compiuto 18 anni. A quei tempi c’era un orario detto “spezzato”, con due ore e mezza di intervallo e termine lavoro alle 19. Ma molte volte si usciva alle 21, e anche oltre, perché c’era da fare straordinario, e non ti potevi rifiutare di farlo… ma non sempre te lo pagavano, specie se eri un novellino. Ricordo bene che d’estate alle volte uscivo alle 22. Invidiavo terribilmente i miei coetanei, amici o ex compagni delle scuole superiori che ancora non lavoravano, o studiavano all’università. Di sera erano liberi e specie nella buona stagione potevano dedicarsi ad attività alquanto più piacevoli… Praticamente io non ho vissuto la mia gioventù.

Ma questo era poco a confronto di quanto i “vecchi” mi dicevano circa cose che accadevano ai loro tempi (anni ’40). Un collega mi raccontò di un capufficio che si tratteneva in banca abitudinariamente fino alle dieci di sera e oltre. Per un malinteso senso del dovere, o perché era sconsigliabile comportarsi diversamente, nonostante l’orario avanzato nessuno dei dipendenti di quell’ufficio osava lasciare il posto di lavoro prima che il Capo decidesse di alzarsi e andarsene. Chi mi narrava questa storia abitava a Molfetta, un paese a circa 25 km. da Bari, raggiungibile per ferrovia. Ebbene, l’ex collega mi diceva che più volte gli era capitato di attendere una uscita del Capo alquanto attardata e per questo aveva perso l’ultimo treno per Molfetta. Di conseguenza aveva dormito nella sala d’attesa della stazione, senza poter informare la famiglia; e la mattina seguente era tornato in banca senza neanche farsi la barba.

A me invece capitò che il CSE (Capo del Servizio Esecutivo, allora sovrintendente alla contabilità degli uffici) si ammalò per un mese. La Direzione Centrale di Milano inviò un sostituto dalle abitudini un po’ particolari: era uno “spione”. Ci spiava tutti, per vedere come impegnavamo ogni minuto, anzi ogni secondo del nostro tempo. Una volta andai in bagno a far pipì e mi accorsi che si era accostato a distanza e, credendosi non visto, mi stava spiando (cronometrava i tempi di svuotamento della mia vescica?) Un’altra volta dovetti andare in bagno, lì dove ci si siede. Ebbene, dopo neanche tre minuti costui vennea bussare fragorosamente alla porta urlando: “CATANI!!!”
Mi salì il sangue agli occhi. Decisi di sistemarlo una volta per tutte. Gli risposi, con la voce roca e alterata di chi sia impegnato in un cospicuo sforzo fisico: “MOMENTOOOO!!!”
Da allora non si fece più vedere nei bagni.

Era la seconda metà degli anni Ottanta ed ero Vicedirettore presso l’Agenzia di città n° 1. Il mio medico mi prescrisse un medicinale per via intramuscolo, ogni mattina alle ore 10. Seppi di un ex infermiere, un vecchietto che abitava a un isolato dall’Agenzia: presi accordi e ogni giorno mi allontanavo una diecina di minuti per andare da lui. Così, fai una siringa oggi, fanne una domani, tra una chiacchiera e l’altra seppi che il tipo era titolare d’un libretto di risparmio di 5 milioni (di lire) presso il Banco di Napoli. Ovviamente lo invitai a trasferire il rapporto presso l’Agenzia dove lavoravo: il che avvenne qualche giorno dopo.
Gente, pochi possono battere questo mio record: per la banca io ho perfino mostrato il sedere.

Comunque la mia scuola per l’acquisizione di nuovi clienti, quando ero ancora semplice impiegato, fu il Capo dell’Ufficio Sviluppo, dott. Simoni. Uno “sviluppatore” (così si chiamava allora) assolutamente formidabile. Nativo di Putignano, in provincia di Bari, conosceva bene la sua zona ed era proprio questa, con i vecchi grandi proprietari terrieri, il suo “campo di semina”. Uve da vino, mandorle, olive, carciofi, ortaggi, costituivano la base dell’economia del sud di Puglia, regione a quell’epoca ancora essenzialmente agricola (sebbene stesse sorgendo alla periferia di Bari una vastissima zona industriale). Ebbene: per insegnarmi il mestiere, sapete dove mi portava il mio Capo?
Direte: presso i ricchi latifondisti. Presso le industrie vinicole (ce n’erano a dozzine). Presso i frantoi oleari. O in visita alle grosse aziende industriali nel Nord barese…
Macché!
Mi portava ai funerali.
Erano una sua specialità. Mentre io reggevo il cero al caro estinto, nel cordoglio generale, il Capo (ero tutt’orecchi) tramite una sua inverosimile catena di amicizie contattava gli eredi, per convincerli a trasferire i capitali in eredità presso la nostra banca.
Solitamente si trattava di cifre di tutto rispetto. E lui ci riusciva quasi sempre.
Frutto di un modo di porgersi, di una capacità di convincimento bancario innati.

Da cotanto maestro, non potevo a mia volta non produrre risultati abbastanza soddisfacenti nell’acquisizione di nuova clientela. Fu così che, nei primi anni Ottanta, un giorno mi fu comunicata la promozione da Procuratore d’Agenzia a Vicedirettore d’Agenzia.
Decisi di festeggiare con i miei cinque collaboratori, per cui ordinai qualcosa dal vicino bar. Un cliente si accorse dei festeggiamenti e notò che erano per me. Gentilmente si avvicinò, mi fece a sua volta gli auguri e chiese quale ne fosse esattamente il motivo. Gli dissi che ero stato promosso Vicedirettore dell’Agenzia.
Il cliente strabuzzò gli occhi e rispose: “Ma scusi, lei qui non era già il Direttore?!”
Già. Perché tutti, nelle agenzie, chiamavano e chiamano “direttore” chi ne è a capo, indipendentemente dal suo vero grado, e lui aveva sempre sentito che tutti mi chiamavavo “direttore”.
Cercai di spiegare la faccenda al cliente, ma non sono sicuro d’esserci riuscito.
Secondo me, quel tizio è rimasto col sospetto che io fossi stato degradato.

Una volta andai in un paesino per sollecitare la riscossione di rate arretrate di un piccolo prestito, e scoprii che la debitrice era una prostituta. Alle mie insistenze per ottenere almeno parte della cifra, lei mi guardò e disse: “Dotto’, ripeto, qua soldi non ce ne sono! Se vuole, posso pagarla in natura”.

Sì, questi viaggi all’interno della Puglia, talora anche della Basilicata, allo scopo di creare e mantenere rapporti su un territorio più esteso, portavano talora a risultati “insoliti”. Cito un altro esempio tra i tanti, durante una mia ricerca di clientela a Matera. Ero stato fornito di un elenco di nominativi che si riteneva fosse opportuno contattare, ovverro potenziali clienti sui quali si erano già raccolte informazioni positive. Ok! Uno dei nomi, scoprii, corrispondeva a una salumeria. Entrai. Dietro il bancone c’era una signora. “Buongiorno, sono della Banca Commerciale, vorrei parlare con il signor XY”. Risposta. “Il signor XY non c’è”. Insistetti: “E dove posso trovarlo?” La signora non mi rispose, ma strinse la mano a pugno, con il pollice alzato, muovendo su e giù il braccio. Seguii con lo sguardo il punto che mi indicava il pollice. In alto, al di sopra dei salami appesi e dei formaggi, c’era sul muro l’immagine di un volto, con la lucetta accesa.        

Potrei raccontarne tante, ma preferisco chiudere pensando non più alla banca, che presto resterà un ricordo lontano. Ora voglio pensare alla mia vita da pensionato. Il che inevitabilmente mi porta a fare paragoni.
Per esempio: sempre, ma soprattutto nei periodi di forte lavoro, quando l’economia “tira”, in banca siamo tutti stimolati a reperire nuova clientela che porti del denaro, ciò che in gergo si dice “fare la raccolta”. Questa espressione potrebbe ancora avere un senso per me, pensionato?

Sissignori. Significherà, per esempio, che coltiverò un mio orticello. E “farò la raccolta” dei pomodorini, delle insalatine, dei peperoni…
Oppure: la Direzione batte insistentemente sul famoso budget (detto all’italiana “baget”), assegnato a ciascuno di noi: siamo tutti martellati con baget-baget-baget!!… Ma per me pensionato, al massimo potrebbe significare leggere i libri di Baget Bozzo, posto che ne abbia scritti. Ancora: in banca, oltre alla “raccolta” occorre concedere i fidi, ovvero impiegare denaro, in gergo: “fare gli impieghi”. Quali saranno ora i miei “impieghi”?
Saranno il tempo che impiegherò nella lettura, nella scrittura, e in altre cose che mi piacciono e non ho mai potuto fare. Non credo che “impiegherò” il mio tempo rimpiangendo non la banca in sé quanto certi aspetti della banca.

Al più rievocherò il calore di tutti voi che ora siete qui, a dimostrazione - come dicevo in esordio - della vostra simpatia o amicizia. Perché qualche vero amico, in 37 anni, l’ho trovato anche in banca.

Grazie a tutti!

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