“Utopia Experiment”: prepararsi al Disastro Globale. Ma chi parla più di Utopia?

Il tema della difesa dell’ambiente è ormai, possiamo dire, un ritornello quotidiano. All’argomento sono interessati gruppi di studio, scienziati, economisti, ecologi, uomini di governo e perfino… utopisti. Il tema è stato rinfocolato dall’attuale situazione. Per esempio, si potrebbe partire proprio dalla crisi in atto per premiare la costruzione e diffusione di auto ecologiche, come pure di immobili concepiti con criteri di risparmio energetico (oltre che anti-sismici). Alla base c’è un  problema reale. Il nostro pianeta sta cambiando, e due elementi essenziali del discorso sono: clima e petrolio.

Ma venendo ai dettagli, a parte una concordanza di fondo su un generico stato d’”emergenza”, si nota che le proposte di soluzioni (indicazioni su tempi e possibili rimedi) solitamente differiscono fino a entrare in antitesi. Anzi, per più d’uno la stessa “emergenza” non esisterebbe affatto, oppure - ed è l’orientamento del nostro governo, per il quale le priorità sarebbero altre - per il momento essa viene tranquillamente ignorata e rimandata a tempi “migliori”.

Non di rado ascoltiamo in tv il tale scienziato (o ne leggiamo) pronto a ricordarci che anche nell’Ottocento l’anno X registrò in inverno 30 gradi all’ombra; o che l’anno Y sopportò uragani e piogge torrenziali come quelle dell’altro ieri. Pessima - se non pagata - informazione, perché subdolamente tace su eventi che in passato furono eccezioni, laddove oggi diventano regola. Ma l’emergenza c’è davvero, dipenda o meno dalle nostre emissioni di gas (per il clima), o che sia prossimo o lontano il “picco” del petrolio. Finora vince chi ha fatto pressioni per lasciare le cose come sono: per esempio le potenti lobby automobilistiche, petrolifere e del carbone. Ci sono poi coloro che deridono chi difende la natura ma poi tirano fuori grosse sciocchezze (chissà se per ignoranza o malafede), pur rivestendo cariche importanti, come io stesso ho potuto personalmente constatare ed evidenziare qualche mese fa (vedere qui, Il mistero dei ghiacci artici).

Tra gli interessati all’argomento “ecologia” ho nominato, non a caso, gli “utopisti”. Vorrei infatti rammentare una iniziativa realizzata non molto tempo addietro in Gran Bretagna: Utopia Experiment. Una vera e propria “scuola di sopravvivenza” (autentica, non un taroccato reality show) che ha immaginato di vivere in uno scenario di collasso ecologico a livello planetario. Un “corso” al quale ci si poteva iscrivere gratis e per un breve periodo (massimo tre mesi… per i più resistenti). Le regole erano semplici; ciascuno doveva: lavorare; collaborare al sostentamento della comunità; seguire criteri di spartanissimo ambientalismo, curando cioé un estremo risparmio delle energie e dei materiali. Per dirne una: fare il bucato nella stessa acqua in cui ci si lava. Insomma, fingere davvero una “fine del mondo”.

E in effetti, Utopia Experiment (durato dal luglio 2006 al dicembre 2007) si è posto come limite massimo, ideologicamente, della sperimentazione sul tema. D’altronde il fondatore  del  progetto, Dylan Evans, docente di filosofia al King’s College di Londra e di Robotica presso l’Università di Bath, per il suo utopistico esperimento ha preso la mossa da dati concreti. 

Ma proviamo a prospettare uno scenario di clima deteriorato e di petrolio esaurito. Fra l’altro, non da ora sono presenti in libreria analisi rigorose e non di parte (quelle che non hanno finanziatori, dichiarati o meno…), le quali ci informano sui mutamenti climatici e i loro effetti su di noi, su fauna e flora, campagna, mari, ghiacciai e così via; sull’esaurimento delle risorse naturali; gli incrementi di popolazione (in alcune zone) e la crescita (questa dovunque) delle disparità sociali. Il fatto è che, comunque, nei prossimi venti anni saremo obbligati a ridurre consumi e comodità. Ergo: sarebbe opportuno, se non doveroso, che tutti cominciassero a prepararsi, a capire cosa fare - per esempio - per risparmiare energia.

Petrolio in diminuzione significa aumento generalizzato dei prezzi, ma soprattutto “crollo della civiltà”: dal petrolio si ricavano (per dirne una) i fertilizzanti azotati. Senza di questi, secondo lo studioso Vaclav Smil (Storia dell’energia, ed. il Mulino, 2000) la Terra non avrebbe mai potuto sostenere più di 2 miliardi di persone. Per non parlare di auto, di trasporti, elettrodomestici, commercio e così via, a catena.

Utopia Experiment ha dunque voluto tenere conto di tutto ciò, e ha creato a suo tempo un po’ di scalpore (presto fagocitato dal magma mediatico). Peraltro in Inghilterra esistono decine di comunità più o meno analoghe, anche se “non fanno notizia”. Nel mondo intero ce ne sono a dozzine; in passato ce ne sono state migliaia. Sull’argomento si sono scritti saggi, romanzi, si sono girati film (ultimo fra i quali il notevole e controverso Into the wild, 2007, di Sean Penn).

Facendo un bel passo indietro, infatti, ricorderò anzitutto che proprio l’Inghilterra è stata una delle patrie di iniziative tipo Utopia Experiment. L’industriale cotoniero e sindacalista gallese dell”800 Robert Owen è considerato uno dei primi appartenenti alla corrente del “socialismo utopistico”: nel 1825 Owen fondò negli Usa una colonia a carattere comunitario chiamata New Harmony, che restò attiva per tre anni. Ovviamente non esisteva lo spettro della devastazione ambientale, tuttavia New Harmony già applicava modalità di vita spartane, egualitarie e “più vicine alla Natura”. Non era invece una comunità pre-ecologica l’esperimento posto in atto da Henry David Thoreau (Usa, 1845-1847) nei boschi del Massachusetts: lì egli visse infatti tutto solo, dimostrando - sia pure in soli due anni - che ci si poteva benissimo sostenere con i prodotti della terra e concedersi modestissime “comodità”. Ancora oggi è nel cuore di molti il suo racconto autobiografico, con valenze di critica politico-sociale, Walden. Vita nel bosco (Donzelli, 2005). Di Thoreau è stato scritto che “…si ritirò per due anni a Walden capeggiando una rivoluzione d’un solo uomo, e la vinse”. Nel 1847 l’anarchico individualista statunitense Josiah Warren, già discepolo di Owen e poi suo antagonista, fondò nell’Ohio la comunità Utopia, in cui venivano più strettamente messi in atto, tra i componenti, rapporti non verticistici, una più equa ripartizione delle (modeste) proprietà e, sia pure indirettamente, si applicavano precetti pre-ecologisti.

L’Ottocento fu d’altronde il secolo di pensatori e operatori quali Fourier, Kropotkin, Proudhon, Bakunin, gli stessi Marx ed Engels; costoro perorarono una visione “socialista” dalle differenti sfaccettature (con alcuni d’essi siamo alle origini della dottrina anarchica), ma sottintendente sempre un più diretto contatto con la natura e un maggior rispetto per quest’ultima. Agli inizi del XIX secolo l’Inghilterra fu la patria del “luddismo”, movimento popolare capeggiato da Ned Ludd, operaio che per protesta nel 1779 fece a pezzi un telaio meccanico: suprema bestemmia per un mondo che si stava velocemente avviando al Capitalismo; infatti da fine ‘700 la legge prese a punire duramente la distruzione o il danneggiamento degli attrezzi da lavoro. (Che Ned Ludd sia davvero esistito, però, non è certo). Il luddismo contrastava l’introduzione delle macchine, considerate causa di disoccupazione e bassi salari.

Queste “visioni” e iniziative, pur non avendo direttamente a che fare con l’ecologia, lasciavano peraltro intravvedere i primi semi delle future “comuni”, veri gruppi politici di dissidenza; non è qui il caso di farne la storia. Va notato peraltro che esse riemersero poi come funghi nel XX secolo intorno al famoso Sessantotto: hippies, Figli dei Fiori, Maggio Francese. Celebre il raduno di Woodstock, nel 1969, durato tre giorni, con la presenza di 400 mila partecipanti (per alcune fonti, i presenti furono 1 milione).
 
Quest’ultimo movimento, essenzialmente giovanile, si accese praticamente in tutto l’Occidente: si volevano rivoluzionare i rapporti di potere, la famiglia, il lavoro, le istituzioni. Da qui il rifiuto del marcusiano “uomo a una dimensione”, ma anche la presa di coscienza ecologica (il volume Primavera silenziosa di Rachel Carson, 1962, era già stato il primo manifesto ambientalista della storia, oltre che atto d’accusa contro lo scempio perpetrato, in particolare, dal DDT).

Esperienze del genere furono determinanti per gli anni a venire: nonostante tutto, il ‘68 diede un primo scrollone a una società ingessata.

Ma chi scuoterà le coscienze oggi, se è così comodo e legittimo avere tre cellulari, due computer, uno split (che in questo caso non vuol dire “Spalato”) in ogni stanza, e un bel SUV in garage?

Utopia e Fantascienza       

Secondo lo studioso Darko Suvin, la fantascienza ha le sue origini nel romanzo utopistico settecentesco. Suvin vi include anche opere quali il Gulliver swiftiano, gli Stati e Imperi di Cyrano, le opere di Luciano di Samosata, Moro, Rabelais, che avevano creato una tradizione di “utopia con satira”. Pianeti e isole lontane divenivano strumento di “radicale sovversione di ogni razionalismo, di satira etico-politica, diretta e indiretta, della civiltà inglese ed europea”.

Ciò appare più che mai veritiero anche in molte storie a tema ecologista. I titoli da citare sarebbero numerosi, ciascuno con una sua particolare tematica, ma data la mole e varietà delle narrazioni l’argomento meriterebbe una trattazione a sé. In questa sede mi limito, per forza di cose, a darne un’idea tramite alcuni dei titoli più rappresentativi.

In Ecotopia. Il romanzo del vostro futuro (1975), Ernest Callenbach descriveva una “utopia ecologica” (da cui il titolo), quasi una nazione a sé stante creatasi nel cuore degli Usa. Il romanzo di Mack Reynolds …Ed egli maledisse lo scandalo (1965) narra di Ezechiele Tubber, predicatore laico che fonda Elisio, libera comunità svincolata dalla società consumistica. Durante un suo sermone, Ezechiele s’infervora e scaglia un anatema: “In verità ora maledico la vanagloria delle donne… Mai più tu troverai piacere nella vanità della tua persona, mai più ti compiacerai di dipingerti il volto e rivestire abiti di ricercata eleganza…” Da quel momento accade qualcosa di assurdo: ovunque le donne non sono più in condizioni di truccarsi e vestirsi con ricercatezza, pena il patimento di insopportabili allergie della pelle… Seguiranno altri “anatemi” di Ezechiele e la storia si evolve con toni di irresistibile satira sul consumismo e i suoi derivati (rifiuti).

Il romanzo Distruggete le macchine (1952) di Kurt Vonnegut, grande autore morto nel 2007, è una satira che descrive una futura rivoluzione di tipo luddista-ecologista negli Usa: ma alla fine i rivoltosi cercheranno disperatamente di ricostruire le macchine che essi stessi hanno fracassato.

E’ da sottolineare che la fantascienza di derivazione strettamente utopistica - cioè con una visione sostanzialmente positiva se non ottimistica del futuro - trionfante nei primi decenni del XX secolo, non da ora è praticamente scomparsa. Ineluttabile segno dei tempi. A parte le storie puramente avventurose o quelle che focalizzano l’attenzione sugli effetti delle prossime strabilianti tecnologie, primeggia una science fiction che anzichè “utopistica” è stata definita dell’”antiutopia” (o “distopia”). La radice concettuale è sempre la stessa: futuro come specchio capovolto e deformato di un presente contaminato. Quindi storie di degrado a 360 gradi: ambiente, efficienza dello Stato, etica, spartizione delle ricchezze, guerre, malattie, penuria di acqua e cibi, inflazione, soprusi, e così via.

Forse anche per questo la fantascienza non vende come un tempo: la gente è già esasperata. E’ un dato non esaltante ma provato che in epoca di incertezze le vendite dei titoli di fantascienza crollino, mentre per contro si verifichi un boom del fantasy…

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