Isa Irene Dalser e Benito Albino Mussolini, visti da Marco Bellocchio.

La storia è ormai nota: più fonti concordano nell’asserire che nel 1915 Benito Mussolini ebbe un figlio da una relazione con Ida Irene Dalser. Quest’ultima, trentina, era titolare di un salone di bellezza a Milano; il figlio fu chiamato Benito Albino. Mentre non si sono trovate documentazioni del matrimonio dei due, esisterebbe un atto notarile riguardante il riconoscimento del figlio da parte di Mussolini. Quando scoppiò la guerra (1915-18) Mussolini si arruolò e, quasi contemporaneamente, si unì in regolare matrimonio religioso con Rachele Guidi, nelle cui “memorie” c’è peraltro traccia del rapporto del marito con la Dalser. Una volta giunto al potere, tuttavia, il Duce si attivò per cancellare – dalla sua memoria e dalla Storia – sia il figlio che la Dalser; la quale peraltro - quando lui non era ancora nessuno - aveva venduto ogni sua proprietà per permettergli di creare un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”.

 

Con una serie di pretesti e di violenze, quindi, lo “scandalo” fu evitato a cura del regime. I due furono tolti dalla circolazione e inviati, la donna in un manicomio, il ragazzo in un collegio. Il resto della breve vita dei due è presto detto: Ida morì in un altro manicomio nel 1937; Benito Albino a sua volta venne poi internato in un manicomio, dove morì nel 1942. Sino alla fine, i due urlarono – inascoltati – le loro ragioni.

 

Di questa storia ci sono ormai numerose ricostruzioni: in libri (di Marco Zeni, Alfredo Pieroni), in articoli vari, e in documentari, uno dei quali trasmesso da Rai Tre nel 2005 per il programma La grande storia.

Arriva ora il film di Marco Bellocchio Vincere (2008), che ci racconta per immagini l’intera vicenda, lasciando (fortunatamente) minimo spazio alla fantasia e recuperando in modo opportuno filmati d’epoca.

 

Si tratta, come può intuire il lettore, di una vicenda molto schematica, elementare nel suo orrore si direbbe, e che come tale solo un regista di mano molto ferma poteva gestire evitando cadute di tono, voli di fantasia e linguaggio da telenovela. E difatti Bellocchio riesce a mantenersi a mezzo tra il gelido documentario e la partecipata vicenda dei due derelitti, inquadrando il tutto in un’ambientazione adeguatamente ricostruita. Il risultato è un film tra lo psicologico e il kolossal storico, che tuttavia ben si destreggia fra le trappole dell’uno e dell’altro, mentre non manca di seminare simboli e significati. Ne emerge un quadro del tutto sconvolgente, nonché tristemente allusivo – sia pure in modo molto indiretto, il che è bene per la qualità dell’opera – a italiche vicende odierne.

 

Giovanna Mezzogiorno (la Dalser) dà il meglio di se stessa; e all’altezza sono anche gli altri attori, tra i quali Filippo Timi, che interpreta sia il duce – fortunatamente in modo sobrio – sia Benito Albino da adulto.

 

A proposito di italiche odierne vicende. Del film di Bellocchio la cosa che più mi ha preso allo stomaco non è stata la storia in sé, che già conoscevo e che comunque è una storia terribile. Nossignore. Ciò che maggiormente mi colpisce, se non ferisce, ogni volta che si trattano questi argomenti, è vedere folle di migliaia, milioni di persone plaudenti urlanti e sbavanti di fronte a un personaggio-simbolo: sia esso Mussolini che annuncia trionfalmente la dichiarazione di guerra, o il Papa che benedice i presenti e il mondo intero o la Madonna di Lourdes che fa i miracoli. E’ una folla che mi fa paura, una folla semplicemente bestiale, primordiale, che pretende di essere universale. Berlusconi sostiene che “gli italiani” sono dalla sua parte. Come si permette? Milioni di italiani, me incluso, non sono affatto con lui. Michele Serra ha scritto: “Piuttosto che votarlo, ingoierei la scheda elettorale”. Mi è capitato recentemente di vedere in tv una breve intervista all’attrice Giovanna Mezzogiorno, in merito al film Vincere. A chi le chiedeva come mai in Italia accadano certe cose, l’attrice ha risposto: “Perché gli italiani hanno bisogno di un Padre. Di un Capo. Di un Padrone”.

 

 

Vincere, vincere, vincere / noi vinceremo in cielo in terra e in mar / è una parola d’ordine / o vincere o morir.

 

(Su questa canzone fascista, nel dopoguerra si raccontava una storiella: quella di un giradischi che la suona, ma a un tratto si inceppa: “Vincere, vincere, vincere / noi vinceremo in cielo in terra e in mar / è una parola… è una parola… è una parola… ”).

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