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Del volume “L’Europa e gli alieni. Sogni e incubi nell’età moderna” (Collana UniversiTy, Delosbooks, 2009), ho già scritto in questo blog, riportandone la mia prefazione. Si tratta di una tesi di laurea magistrale in Filologia Moderna di Silvestro Ferrara (Università di Bari, 2009), focalizzata sulla figura dell’alieno e sul graduale slittamento del suo significato attraverso i secoli dal Seicento all’Ottocento. Il brano che segue, ripreso dal Capitolo I (pagg. 28-32), è intitolato Lode a Dio, in terra e nei cieli. Spero possa interessare al lettore scoprire (o riscoprire) come specifiche questioni attualissime abbiano radici lontane; e quanto la Chiesa e i suoi dogmi abbiano interferito con la scienza, l’immaginario, il pensiero umano.

Il capitolo in oggetto prende le mosse dal romanzo The Man in the Moone: or a discourse of a voyage thiter by Domingo Gonzales stampato a Londra nel 1638 (quattro anni dopo la pubblicazione del Somnium di Keplero). Il nuovo romanzo, pubblicato anonimo, narrava di un uomo che viaggia fino al nostro satellite esplorandone ambiente, abitanti, relative abitudini. L’opera ebbe un successo immediato, e grande fu la sorpresa nello scoprire che ne era autore Francis Godwin, vescovo di Henford. Quattro mesi prima che il romanzo di Godwin venisse dato alle stampe, John Wilkins (in seguito Presidente della Royal Society) aveva pubblicato il trattato scientifico The discovery of a World in the Moon, in cui si discettava con molta prudenza di un’eventuale forma di vita sulla Luna.

Quello religioso è uno degli aspetti più stimolanti della diversità extraterrestre raccontata da Godwin. Nonostante avesse deliberatamente scelto di tenersi lontano da questioni tanto spinose, in qualità di vescovo non poteva neppure trascurarle del tutto.

La devozione a Dio dei lunari è spontanea e totale, e Gonzalez può constatarlo fin dal primo incontro con loro: «Colto da un grande stupore, mi feci il segno della croce e proruppi in un gesummaria. Non appena la parola Gesù uscì dalla mia bocca, vecchi e giovani caddero in ginocchio. [...] Tenendo alzate al cielo entrambe le braccia, ripetevano in coro delle parole che non comprendevo». Anche più tardi, a corte: «Sentendo il nome del nostro Salvatore, loro tutti [...] caddero in ginocchio».

Questo comportamento sembrerebbe richiamare un passo della lettera di San Paolo ai Filippesi, che proclama: «Al nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio, degli esseri celesti, dei terrestri e dei sotterranei». Anche il fisico Robert Wittie, sforzandosi di dimostrare la compatibilità tra fede e studi astronomici, aveva citato questo stesso luogo del Nuovo Testamento come una possibile descrizione della devozione religiosa su altri pianeti.

Decisamente più interessante è invece la sensazione che la religiosità dei lunari sia piuttosto meccanica, cosa che, per i protestanti dell’ epoca, era un luogo comune generalmente riferito ai cattolici. Godwin avrebbe quindi rappresentato i lunari come creature naturalmente predisposte al cristianesimo, tuttavia bisognose di essere indirizzate verso uno specifico cammino spirituale, allo stesso modo con cui gli abitanti dei nuovi mondi terrestri venivano educati alla fede.

Proprio in quegli anni si parlava di conquista delle anime e andava inasprendosi la rivalità su questo terreno fra cattolici e protestanti. Nel primo ventennio del Seicento il fronte cattolico aveva conseguito risultati straordinari. Sotto la guida di padre Claudio Acquaviva, la Compagnia di Gesù aveva ulteriormente potenziato le missioni all’estero, raggiungendo le regioni più remote del globo, dal Canada al Giappone. Non è un caso che nel romanzo siano proprio i gesuiti, in Cina, a salvare il cattolico Gonzalez dalle grinfie del boia. (Il romanzo di Godwin non è ambientato soltanto sulla Luna).

Godwin, come tanti alti prelati inglesi, avvertiva l’urgenza di recuperare terreno. Si trattava di una sensazione diffusa, tanto che nel 1641, in Parlamento venne presentata una petizione che invitava a sostenere con più fermezza le opere di evangelizzazione in tutto il mondo.

L’autore orienta dunque la tematica religiosa del romanzo verso la questione “pratica” dell’attività missionaria, evitando di addentrarsi nelle problematiche squisitamente teologiche che l’incontro con i lunari avrebbe dovuto sollevare. Ipotizzare l’esistenza degli alieni richiedeva delle risposte agli stessi interrogativi che l’incontro con i nativi americani aveva suscitato più di un secolo addietro. Se essi discendessero da Adamo o se fossero stati salvati dal sacrificio di Cristo erano risultate, infatti, questioni assai ardue per la teologia rinascimentale.

Furono altri ecclesiastici a farsi carico dei problemi tralasciati da Godwin, a partire dallo stesso Wilkins, ma anche William Gilbert, Robert Burton, Alexander Ross ed altri ancora. In Inghilterra, diventata di grande attualità dopo il successo di The Man in the Moone, la questione extraterrestre interessò il dibattito teologico almeno quanto quello scientifico.

L’astronomo William Gilbert, come molti ecclesiastici colti, non aveva alcuna difficoltà ad accettare la cosmologia copernicana. Il vero problema era altrove: bisognava stabilirne le implicazioni religiose, soprattutto in relazione al rapporto fra l’uomo e Dio.

In una lettera datata 11 Dicembre 1638, rivolgendosi a James Usher, arcivescovo di Armagh, Gilbert scrive: «A questa Terra piace credersi l’ unica nel suo genere in tutta la creazione; tuttavia ci sono Saturno, Giove [N.d.A: il riferimento è alle lune di Giove e gli anelli di Saturno, appena scoperti], e altri pianeti dello stesso tipo, con attorno ornamenti tanto belli e ricchi, e dico solo che le residenze sontuose, riccamente addobbate, scintillanti di luci e fiaccole, non sono certo state fatte e arredate perché vi abitino ratti e topi». Come non considerare la possibilità che Dio abbia dunque creato anche dei gioviani o dei saturniani? «Quanto godiamo di queste fonti smisurate di luce e calore, che i tanti gloriosi soli emanano? Tuttavia dovremmo essere (secondo noi) le uniche, eccellenti creature per le quali furono fatte tutte le cose? Lo stesso potrebbe dire di sè un ragno annidato nel tetto del palazzo di un gran signore: tutta quella maestosa e imponente struttura messa in piedi e interamente adornata di mosaici e anticaglie solo perché lui possa stendervi le sue tele e trappole per catturare mosche. Noi, le gloriose formiche di questa Terra, ci inorgogliamo sul nostro mucchietto di essere il grande e solo fine del creato, e non consideriamo quanto siamo piccoli, quasi un niente dinanzi al tutto».

L’astronomo Gilbert rassicura infine l’arcivescovo sostenendo che questi pensieri riescono a infondergli una strana pace. Eppure la sua riflessione si è spinta quasi fino al sottrarre l’uomo dal centro dell’attenzione divina. Paragonato a un ratto, un ragno e persino una formica, l’essere umano ha inoltre subìto un chiaro ridimensionamento del suo ruolo nel creato.

In Anatomy of Melancholy (1638), anche Robert Burton dichiara il suo entusiasmo per l’idea di «infiniti mondi abitabili», ma riconosce che si può fare ben poco oltre a studiarne il moto o visitarli «nella finzione poetica, o in sogno». Il nodo della questione è lo stesso che in Gilbert: se questi mondi sono abitati «in che rapporto siamo con loro, e dov’è la nostra gloria?». Una questione complessa, che genera una serie di interrogativi attraversati da una sottile inquietudine. «Chi abiterà questi vasti corpi, terre, mondi, se sono abitati, creature razionali forse, come vorrebbe Keplero?». [N.d.A.: anche Wilkins dimostra quindi di conoscere il Somnium]. «E le loro anime cercano salvezza? E abitano mondi migliori del nostro? Siamo noi o loro i signori del creato? E come si potrebbe dire che tutto è stato fatto per l’ uomo? Difficile est nodum hunc expedire».

Come è facile immaginare, non tutti i prelati affrontarono la materia con la stessa ottica. Alexander Ross, uno dei più accesi anticopernicani d’oltremanica, intervenne nel dibattito scagliando velenose accuse all’indirizzo del più giovane Wilkins: «Il tuo mondo sulla Luna, la tua Terra in movimento, i tuoi cieli fermi, i tuoi fantastici omini, cos’altro sono se non dilettevoli sogni e vuote invenzioni? [...] Hai trovato ciò che Dio non ha mai fatto, cioè una Terra rotante, un cielo fermo e un mondo sulla Luna, che in realtà non sono creazioni di Dio, ma della tua testa».

Ross non fonda alcuna delle sue obiezioni su argomentazioni scientifiche, ma rigetta le teorie di Wilkins in quanto «pericolose e funeste per la sfera divina», e soprattutto «pericolose per [...] la pace della chiesa».

Nonostante Wilkins sbandierasse l’assenza di contraddizioni fra la pluralità dei mondi e i principi della fede, nei suoi trattati le questioni teologiche sollevate dall’esistenza dei lunari non trovavano risposta. «Potrebbero essere sollevate molte ardue questioni, per esempio [...] se siano figli di Adamo, se siano lì in condizioni di beatitudine, oppure con quali mezzi si guadagnino la salvezza, e molte altre difficili domande di questo tipo, alle quali volutamente non cercherò risposte, lasciandole all’esame di quanti vorranno accrescere il proprio piacere e la propria cultura nell’analisi di tali minuzie».

Piuttosto che dirli cristiani o escluderli dalla salvezza preferì, dunque, la reticenza. Dietro questa scelta si può intuire il timore di essere censurato, ma a determinarla furono probabilmente soprattutto i forti divieti allora in vigore di innescare dispute religiose. Nel 1622, per arginare le controversie, James I aveva emanato le Directions for preachers, ma anche Charles I, re in quegli anni, aveva espresso la sua disapprovazione verso «inutili dispute che potrebbero turbare la pace della chiesa e dello stato».

Peter Heylyn, un altro prelato con ardori astronomici, ebbe di che pentirsi per aver trattato certi argomenti. Stanco di pressioni e confische, ripiegò su studi più tradizionali, concludendo che «è preferibile occuparsi di geografia piuttosto che di cose divine». Come segno del suo ravvedimento, nella monumentale Cosmographie del 1652 esprimeva maggiori speranze di trovare un mondo nuovo nell’emisfero australe piuttosto che su un altro pianeta.

Pur avendo trattato il tema in chiave ludica, evitando accuratamente gli spinosi risvolti teologici, anche Godwin aveva temuto che dal suo romanzo potessero derivare spiacevoli conseguenze. Significativa è la scelta di non pubblicarlo, ma anche la dichiarazione di autocensura con cui inizia la narrazione. Gonzalez dichiara di non poter riferire integralmente ciò che ha visto sulla Luna. Tra le cose di cui tace ci sono macchine volanti e straordinari sistemi per la comunicazione a distanza: «Quanto sarei sfrontato se divulgassi certi misteri senza che i nostri saggi abbiano valutato in che misura la diffusione di questi sia compatibile con la politica e il buon governo della nostra nazione, o senza che i padri della chiesa abbiano stabilito che la loro pubblicazione non risulterebbe perniciosa per le cose della fede e della religione cattolica».