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Gli argomenti personali, quelli cioè che mi riguardano direttamente (mia biografia, bibliografia, link a racconti saggi e articoli, interviste eccetera) sono raggruppati nella colonna a destra del blog, sotto il titolo Il mestiere di vivere. Stavolta però desidero fare un’eccezione. Propongo in “prima pagina” una storia molto personale, che nulla ha di eclatante e neanche di originale, magari da rubrica confidenziale. Ma che ho vissuto intensamente.

Qual è stato il rapporto tra me e Musetto? Sembra ozioso stare qui a scriverne, eppure temo che molti potrebbero pensare che io stia enfatizzando. Per me Musetto ha rappresentato qualcosa di estremamente particolare, che va oltre la normale (sia pure forte) empatia che può instaurarsi tra un animale domestico - in questo caso un felino - e un essere umano.

Ricordo: 1992. Vivevo in via Pizzoli 22, Bari, quinto piano. Due piccole stanze, un ingresso con corridoio, una cucina che mi andava “stretta di spalle”, come dicevo a chi visitava la casa; un bagnetto senza bidet e con un semicupio per vasca da bagno. Quattro metri quadri d’un balconcino proiettati su un anonimo squallido interno. Due finestre (non balconi) sulla via principale. E i mobili: semplici, economici, anche se mi ero sforzato di sceglierli a colori vivaci, intonati e che – come la libreria, un alto traliccio di metallo nero – avevo montato io stesso.

Così mi ero ricreato una casa, e in questo lavoro l’esperienza avuta con la villetta acquistata otto anni prima a Marina di Sibari era stata determinante. Me l’ero ricreata perché volevo affermare che io ero sempre io, lo stesso Vittorio, e avevo quattro pareti ed ero ancora vivo nonostante il cataclisma giuntomi addosso. Per dimostrare che dopo trentatre anni di un lavoro che mi risucchiava tempo e salute, tenendomi al laccio per quasi dodici ore al giorno un’intera vita, e dopo aver perso tutti i risultati migliori di questo lavoro (in primis un focolare domestico con annessi affetti), ebbene, io – cinquant’anni suonati – ero capace di rimboccarmi le maniche e dire: datti da fare, ricostruisci, riparti da zero, tu puoi perché comunque hai ancora il tuo lavoro… anche se nulla sarà mai come prima.

Così mi ero inventato il mio modestissimo, buffo ma accogliente appartamentino cominciando con l’acquistare forchette cucchiai e tovaglioli (partivo proprio da zero), le reti del letto, lumi, biancheria, lampadine, quadri, tappeti della vecchia Standa e tanta altra roba da pochi soldi: e poi trapano, tasselli e chiodi. Anche a rate – non ero in grado di far di più – ma tutta questa roba mi consentiva di rispondermi: vedi? è possibile, sei riuscito a dotarti di un luogo tutto sommato allegro, piacevole.

A volte mettevo sul piatto del giradischi qualche musica, tipo certe cose di Felix Mendelssohn (in particolare ricordo ora un dolcissimo brano cantato, Hear my prayer) ed ero incapace di frenare le emozioni represse per mesi o per anni, perché quelle musiche mi richiamavano, a distanza di tempo, atmosfere che trovavo belle ma dissolte come un sogno: quando i miei figli, da piccoli, erano con me; quando facevo risuonare quelle note e loro mi chiedevano di che si trattasse, e la dolcezza proprio di quelle composizioni mi rendeva ancora più godibile la presenza dei miei bambini.

Appunto per fatti del genere, era raro che io nella mia nuova solitaria casa riascoltassi qualcuna di quelle melodie. C’era stato chi, per vie legali, era riuscito a togliermi tanta roba personalissima fra cui quasi tutti i miei dischi in vinile, frutto di scelte talora lunghe e costose, maturate con cura e amore dacché avevo neanche vent’anni. Ma egualmente le poche musiche che mi erano rimaste, per me erano cariche delle migliaia di sensazioni ed eventi grandi e piccoli di un adolescente, di un giovane, di un genitore; erano un film della mia vita in note e pentagramma.

Cosa c’entra il mio gatto?

Io vivevo in quell’appartamentino solo, quasi un eremita, una persona che volontariamente avesse deciso di non sopportare più certe crudeltà, anche a costo di rinunciare alla presenza dei propri cari. E qual era il risultato? Che vivevo in una casa nuova ma morta. Un rifugio zeppo di rimpianti, ombre, cadaveri di ricordi.

Fu allora che arrivò Musetto con la sua allegria di gattino cucciolo. L’avevo notato nella vetrina di un negozio in periferia e me ne ero subito innamorato, letteralmente. Un persiano incrociato con un norvegese delle foreste, mi avevano detto. Era l’autunno del 1994. Aveva un paio di mesi e lo pagai centottanta mila lire. Non era molto, non era neanche poco.

Ma la sera rientravo dal lavoro e alle 19 o alle 20 o qualunque ora fosse, c’era qualcuno che mi aspettava e al vedermi faceva le feste, giocava, pareva quasi che sorridesse. Qualcuno che aveva bisogno di me; che mi considerava per ciò che ero davvero, ciò che io mi sentivo: una persona carica d’affetto e bisognosa di affetto, anche se fino ad allora pareva che così non fosse per altri con cui avevo vissuto. Musetto dunque era “vergine”: mi chiedeva unicamente di vivere con me. Vederlo la sera, quando rientravo e lo trovavo acciambellato nel suo cestino, lì a fissarmi con occhioni birichini, la stellina di pelo bianco sul muso, mi dava una gioia e un’allegria irraccontabili. Mi faceva sentire utile, nuovamente amato come mai in quegli ultimi mesi, se non anni. Mi faceva provare sentimenti che una disastrosa situazione era riuscita a disintegrare. Finalmente c’era chi, ignaro di liti e carte bollate, mi attendeva, era contento di vedermi e pareva mi dicesse: tranquillo, Vittorio… io e te insieme staremo magnificamente e ci divertiremo tanto.

Con Musetto qualcosa di vivo era entrato nella mia vita, riguardava solo me e l’avevo costruito con le mie mani. Prima di andare in ufficio, la mattina, gli preparavo una minestrina di pezzettini di pollo e riso lessati, perché ancora non volevo dargli il consueto mangime dei negozi. Impossibile sottovalutare l’energia che può comunicare una presenza manifestamente affettuosa, sia pure un piccolo animale. Incredibile come un batuffolino riempisse lo spazio d’una intera casa.

Solo un gattino, si dirà.

Eppure grazie a questa minuscola creatura la frattura affettiva si smorzava un tantino, la solitudine tornava a dileguarsi.

Nel maggio del 1996, due anni dopo, Musetto – per una mia imperdonabile distrazione – cadde giù dal quinto piano. Si era piazzato in precario equilibrio su un cornicione, attratto dalla presenza di due colombi. Io mi trovavo a due passi da lui e non me n’ero accorto. A un tratto udii un frullo d’ali seguito da un tonfo smorzato. Non diedi peso. Mi giunse voce da giù, qualcuno urlava di un gatto caduto. Mi girai di scatto, lui non c’era più. I colombi l’avevano visto ed erano volati via; Musetto aveva avuto una reazione inconsulta, forse pensava di rincorrerli. Mi precipitai giù in strada. Il gatto aveva sbattuto la mandibola su un paletto piantato sul bordo del marciapiede. Era immobile e aveva il palato spaccato e sanguinante, una zampa rotta. Ma era vivo.

Lo portai di corsa dal veterinario. Una serie di analisi appurò che non c’erano fratture interne. Lo operarono alla zampa.

Dopo una diecina di giorni tornò a casa, vivace come prima. A volte me ne andavo nella casetta di Marina di Sibari; succedeva quando volevo concentrarmi per scrivere qualcosa. Allora portavo con me Musetto: era una compagnia, eppure ne sottovalutai per lungo tempo l’importanza. Un’altra volta, infatti, ci andai da solo: non l’avessi mai fatto! Mi detti continuamente dell’imbecille. In casa urlavano un vuoto incredibile, un’assenza, una perdita, un senso di solitudine non sopportabili.

Elisa, allora da quattro anni nuova compagna, scrive poesie.

MUSETTO INNAMORATO DEI COLOMBI

Piccolo gatto / bianco e nero / piccolo gatto / sperduto / senza ali / volevi volare / coi colombi / e sei caduto. / Dal quinto piano / si muore / ma tu hai forzato / le leggi della morte / e sei tornato.

Nel maggio del 2008, all’età di 14 anni, Musetto si ammalò. Insufficienza renale: roba non di poco conto. Se me ne fossi accorto per tempo, forse si sarebbe potuto rallentare - se non altro - il corso della malattia. Perché nonostante le amorevolissime cure, le flebo, i medicinali, quel male non guarisce, è irreversibile. Ed è una delle cause di morte più frequenti degli animali domestici.

Dal luglio 2008 Musetto non è più qui a darmi gioia, affetto, allegria; a svegliarmi la mattina con una zampetta strofinata sulla punta del mio naso o sulla guancia; a fare le fusa sulle ginocchia mentre scrivo al computer o a esibirsi in parate degne di un Buffon quando giocavamo con la pallina da ping pong. Io ne risento molto, davvero.

Poi penso che finalmente ora vola felice anche lui, insieme ai colombi.

[Settembre 2003, ore 22:48 – Rev. 25 febbraio 2009, ore 00:38.]

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